La “Maritime Security Belt 2026” porta Russia (e Cina) nello Stretto di Hormuz: ogni attacco rischia di far esplodere la crisi globale
A Washington lo chiamano ancora “dossier iraniano”, ma dovrebbero chiamarlo più opportunamente “piano d’attacco”.
Nelle ultime ore, fonti dell’amministrazione hanno confermato che gli Stati Uniti si aspettano da Teheran una proposta scritta con concessioni concrete, “in grado di risolvere la crisi diplomatica” dopo il fallimento dei colloqui di Ginevra. Reuters riferisce che entrambe le parti parlano di colloqui “progrediti”, ma sul tavolo resta un abisso di diffidenza e richieste inconciliabili.
Washington era entrata ai colloqui con richieste massimaliste sotto il peso di pressioni economiche coercitive: puntava allo smantellamento completo del programma nucleare iraniano, inclusa la capacità di arricchimento, oltre che a restrizioni significative al programma di missili balistici nonché la fine del sostegno di Teheran ai suoi alleati armati nella regione, come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. In sostanza una resa incondizionata.
Allo stato attuale, secondo indiscrezioni trapelate alla stampa americana, la Casa Bianca ha di fatto trasformato la trattativa in un ultimatum: l’Iran deve “smantellare completamente” il suo programma nucleare o affrontare “altre opzioni”, una formula che nei corridoi del potere è ormai sinonimo di opzione militare. “Dobbiamo fare un accordo, altrimenti sarà molto traumatico, molto traumatico”, ha avvertito Donald Trump davanti ai giornalisti, lasciando intendere che il conto alla rovescia è già iniziato.
Mentre i negoziatori lasciano Ginevra con dichiarazioni caute sulla “possibilità di un’intesa”, a Washington il tono è apocalittico.
Nello Studio Ovale, il tycoon discute ormai apertamente la tempistica di possibili attacchi contro l’Iran, “anche già questo fine settimana”, secondo fonti vicine al dossier citate da CBS News, pur senza aver ancora preso una decisione definitiva. Le conversazioni sono state descritte come “fluide e in corso”, mentre il cerchio ristretto della sicurezza nazionale pesa i rischi di un’escalation incontrollata.
La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, ha ammesso che esistono “molte ragioni e argomentazioni che si potrebbero addurre a favore di un attacco contro l’Iran”, ma insistendo che “la diplomazia è sempre la prima opzione del presidente”. Fortuna! Verrebbe da commentare.
A dispetto della retorica sulla diplomazia, la regione mediorientale sta assistendo al più massiccio dispiegamento di forze statunitensi dai tempi delle guerre in Iraq e Afghanistan. In sole 24 ore, verso il teatro operativo sono stati trasferiti almeno 50 caccia – inclusi F‑22 e F‑35 – e un ponte aereo di circa 150 aerei da trasporto militare ha riversato uomini, munizioni e componenti strategiche nelle basi avanzate.
Nel mare, la sagoma scura delle superportaerei taglia l’orizzonte. Nel Golfo di Oman opera già il gruppo d’attacco guidato dalla USS Abraham Lincoln, equipaggiata con circa 90 velivoli e una crew di quasi 6.000 uomini. A questa si aggiunge la più grande portaerei del mondo, la USS Gerald R. Ford, che oggi avrebbe raggiunto lo stretto di Gibilterra, instradata verso il Medio Oriente dopo aver ricevuto l’ordine di lasciare i Caraibi.
“Se la USS Gerald R. Ford continua alla sua velocità attuale, arriverà al largo della costa di Israele entro domenica mattina”, spiega una fonte militare. “Da quella posizione potrebbe assistere Israele nell’intercettare i missili balistici iraniani. Se invece la sua funzione fosse offensiva, potrebbe proseguire verso il Golfo di Oman per operazioni dirette contro l’Iran: ci vorrebbero ancora una decina di giorni”.
Nel complesso, nella regione sono schierate circa 35 navi militari, includendo cacciatorpediniere e sottomarini nucleari armati con missili Tomahawk, mentre le unità terrestri hanno visto prorogare la rotazione: circa 50.000 soldati restano in teatro, pronti a trasformare la pressione diplomatica in potenza di fuoco.
Axios parla apertamente di una possibile campagna militare “su larga scala, della durata di diverse settimane”, più simile a “una vera e propria guerra” che a un’operazione chirurgica: una campagna congiunta Stati Uniti–Israele più ampia della guerra di 12 giorni dello scorso giugno.
A Gerusalemme, intanto, l’allerta è massima. Il governo israeliano, che da mesi insiste per colpire i programmi nucleari e missilistici dell’Iran, si sta preparando apertamente a uno scenario di guerra. Le fonti israelo‑americane stimano ormai al “90%” la probabilità di un attacco all’Iran, una cifra che, pur non verificabile nei dettagli, fotografa il clima di attesa armata nelle capitali coinvolte.
L’Iran si prepara al colpo
Teheran, nel frattempo, non rimane a guardare. Le ultime immagini satellitari mostrano un intenso lavoro di interramento e fortificazione attorno ai principali siti nucleari e missilistici del Paese.
Nel complesso nucleare di Isfahan – uno dei tre impianti di arricchimento bombardati dagli Stati Uniti durante la guerra di 12 giorni tra Israele e Iran – i tunnel sotterranei che custodirebbero gran parte dell’uranio arricchito sono stati letteralmente sepolti. Tra fine gennaio e inizio febbraio, gli ingressi delle gallerie sono stati via via riempiti di terra, fino a risultare “completamente interrati”, secondo gli analisti dell’ISIS. L’obiettivo è duplice: “smorzare qualsiasi potenziale attacco aereo” e rendere difficile un eventuale raid via terra delle forze speciali, nel caso in cui tentassero di sequestrare o distruggere l’uranio altamente arricchito.
Uno schema simile si osserva a Natanz. Vicino al sito che ospita altri due impianti di arricchimento, le immagini mostrano due ingressi di tunnel sotto una montagna in fase di rafforzamento: camion con cassone ribaltabile, betoniere, macchinari pesanti si alternano in un cantiere che sembra lavorare contro il tempo. Il progetto, ribattezzato “Piccone della Montagna”, è avvolto nel segreto: non è chiaro se si tratti di un nuovo centro di arricchimento, di deposito o di comando, ma la direzione è chiara – più profondità, più cemento, meno vulnerabilità.
Nel sud del Paese, la base missilistica di Shiraz Sud, una delle 25 principali piattaforme per missili balistici a medio raggio, mostra segni evidenti di ricostruzione. Le immagini del 3 luglio 2025 e del 30 gennaio 2026 rivelano lavori intensi nell’area logistica e nel probabile complesso di comando, anche se, come sottolinea l’analista William Goodhind, “il complesso non ha ancora ripreso la sua piena capacità operativa precedente agli attacchi aerei”. Più a nord, vicino a Qom, un’altra base missilistica, danneggiata in superficie nel 2025, appare ormai riparata: un tetto nuovo di zecca copre l’edificio colpito, con lavori cominciati a novembre e completati in pochi giorni.
È il volto di un Iran ferito ma non domato, che trasforma ogni cratere in un bunker, ogni base colpita in un cantiere. Mentre i negoziatori discutono di “guiding principles” nelle suite di Ginevra, sul terreno ingegneri militari e operai lavorano sotto i riflettori per rendere più costosa, più sanguinosa, più incerta qualsiasi offensiva americana o israeliana.
La “Cintura di sicurezza” russo‑iraniana
Mentre cresce il dispiegamento militare statunitense, Mosca manda un chiaro segnale a Washington, lanciando le esercitazioni congiunte “Cintura marittima di sicurezza 2026”.
Le manovre, previste a partire da oggi, si svolgeranno proprio nella zona dello Stretto di Hormuz, una delle rotte chiave per l’esportazione di petrolio che collega Arabia Saudita, Iran, Iraq e Emirati Arabi Uniti al Golfo di Oman e al Mare Arabico. La marina iraniana ha iniziato a “bloccare” il passaggio – una differenza cruciale rispetto alle esercitazioni precedenti, quando lo stretto era rimasto formalmente aperto alla navigazione civile.
L’ammiraglio iraniano ha spiegato che le manovre “riflettono la seria attenzione delle parti all’attuale situazione”, mentre un alto funzionario russo ha sottolineato che la “Maritime Security Belt 2026” serve a coordinare gli sforzi per la sicurezza delle rotte commerciali in una fase in cui “le vie marittime sono sempre più vulnerabili”. Il messaggio è chiaro: ogni attacco all’Iran rischia di trasformarsi in una crisi globale dell’energia, con la Russia – e probabilmente la Cina – pronte a mostrare bandiera in uno dei choke‑point più strategici del pianeta.
L’immagine delle navi russe che fanno rifornimento nel porto iraniano di Bandar Abbas, mentre la corvetta “Stoyky” entra nel Golfo Persico, è più eloquente di molte dichiarazioni. 
Il gas come arma strategica: l’asse Mosca–Teheran
Dietro le esercitazioni navali, la cooperazione russo‑iraniana si consolida in un campo ancora più strategico: l’energia. Mosca e Teheran hanno compiuto “progressi significativi” nel progetto di fornitura di gas russo all’Iran, come ha annunciato il ministro del Petrolio iraniano Mohsen Paknejad dopo una riunione della commissione intergovernativa per il commercio e la cooperazione economica. Le parti sperano di firmare un accordo nel “prossimo futuro”, con l’obiettivo di costruire un gasdotto che, attraverso l’Azerbaigian, colleghi direttamente i sistemi energetici dei due Paesi.
L’idea, discussa già all’inizio del 2025 a livello presidenziale, prevede consegne iniziali relativamente modeste – fino a due miliardi di metri cubi all’anno – con la prospettiva di salire gradualmente fino a circa 55 miliardi di metri cubi. Non è un progetto pensato per un colpo di scena immediato, ma per una lenta, inesorabile ristrutturazione delle mappe energetiche: un’infrastruttura che, se realizzata, consoliderebbe un asse energetico russo‑iraniano nel cuore dell’Eurasia.
L’Iran, pur avendo la seconda riserva mondiale di gas naturale, soffre di uno squilibrio tra produzione e fabbisogno, soprattutto nelle regioni in cui le infrastrutture sono incomplete. Le forniture russe potrebbero colmare le lacune, stabilizzare l’approvvigionamento e ridurre la vulnerabilità interna, specie nei picchi di consumo. Per la Russia, tagliata fuori da gran parte del mercato europeo dopo anni di sanzioni e crisi, l’espansione delle esportazioni verso Asia e Medio Oriente è una via d’uscita strategica: non solo nuovi clienti, ma nuovi corridoi energetici – compresa la possibile sincronizzazione dei sistemi elettrici di Russia, Iran e Azerbaigian.
È ben chiaro come un’avventura americana nel Paese potrà facilmente diventare una catastrofe globale.
Immagine di copertina creata con il supporto dell'IA
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