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L’ONU avverte: “Possibili conflitti con gli obblighi sui diritti umani” 

Nelle ultime settimane le mareggiate che hanno bagnato le coste italiane hanno restituito ciò che avevano inghiottito nel silenzio dei giorni precedenti: 15 corpi in avanzato stato di decomposizione, alcuni nudi, altri coperti con il solo giubbotto di salvataggio. Un quadro drammatico, tristemente noto, che ha spinto gli investigatori a temere ciò che al momento sembra piuttosto ovvio: un naufragio fantasma, l’ultimo di una lunga sequenza di barconi carichi di migranti scomparsi senza lanciare alcun allarme mentre sfidano la morte per sfuggire all’inferno di una vita di fame e miseria. In dieci giorni, quattro cadaveri sono stati trovati lungo il Tirreno calabrese tra Scalea, Amantea e - come ha ricostruito il “Corriere della Sera” - Tropea.  

La rotta più plausibile sarebbe quella tra Algeria e Sardegna, l’unica compatibile con ritrovamenti nel Tirreno, mentre le altre tratte migratorie interessano prevalentemente lo Ionio. Anche per questo motivo le procure di Paola, in provinca di Cosenza, e Vibo Valentia stanno lavorando congiuntamente nel tentativo di dare un’identità alle vittime.  

Resta il fatto che la Calabria non sembra essere l’unica a dover fare i conti con le vittime del mare. Recentemente, infatti, anche la Sicilia si è nuovamente unita a questo dramma. Tra Trapani, Pantelleria e Marsala, altri undici cadaveri sono stati rinvenuti lungo le coste. Anche loro giunti senza un’identità e senza richieste di soccorso. 


L’Europa come Minneapolis?

Un vero e proprio dramma, dunque, ma anche una condanna: quella con cui i migranti rischiano di morire, e quella che tocca, invece, all’Europa per essersi sempre girata dall’altra parte davanti alla colonizzazione dei Paesi del Sud del mondo.

Molti di quei migranti che decidono di giocarsi il tutto per tutto tra le onde del mare, con molta probabilità non sanno che al danno e ai rischi ora potrebbe fare seguito anche la beffa.

A saperlo bene, invece, sono le oltre settanta organizzazioni per i diritti umani che guardano con preoccupazione al piano europeo in materia di immigrazione. Si tratta di una proposta della Commissione che ora rischia di trasformare l’Europa nella Minneapolis del Vecchio Continente: un piano, presentato nel mese di marzo, pensato per aumentare le deportazioni delle persone senza permesso di soggiorno. Una circostanza che, secondo le organizzazioni per i diritti umani, potrebbe finire col promuovere una sorveglianza violenta e discriminatoria, dove le possibili modalità che verranno messe in atto potrebbero ricordare per certi aspetti quelle dell’ICE negli Stati Uniti. Questo, nonostante la Commissione europea abbia descritto il progetto come un aggiornamento “efficace e moderno” delle procedure di rimpatrio, con l’obiettivo dichiarato di rendere più incisivo il sistema, includendo anche la possibilità di trasferire migranti in centri offshore situati in Paesi extraeuropei.

Difatti, per le organizzazioni il problema principale non sarebbe tanto l’aumento dei rimpatri, quanto il modo in cui questo risultato verrebbe perseguito. Il testo della proposta prevede infatti poteri più ampi per le autorità, fino alla possibilità di effettuare perquisizioni in abitazioni private – e in altri “locali rilevanti” – alla ricerca di persone senza documenti, anche in assenza di un mandato giudiziario. Un salto “qualitativo” non di poco conto che, secondo i critici, normalizzerebbe, con il tempo, controlli domiciliari, sorveglianza estesa e profilazione razziale.

Michele LeVoy, della Piattaforma per la Cooperazione Internazionale sui Migranti Senza Documenti, ha evocato esplicitamente il modello statunitense: non sarebbe coerente, sostiene, indignarsi per le operazioni dell’ICE oltreoceano e accettare pratiche analoghe in Europa. Il rischio, infatti, è che spazi quotidiani – dalle case ai luoghi di lavoro – diventino terreno di intervento costante per l’applicazione delle norme sull’immigrazione.

Un altro punto critico – ha fatto sapere invece il Guardian – riguarda il possibile coinvolgimento dei servizi pubblici. Questo perché la proposta potrebbe obbligare scuole, ospedali e servizi sociali a segnalare la presenza di persone senza documenti, con un effetto deterrente devastante: chi vive in una condizione irregolare potrebbe scegliere volontariamente di rinunciare alle cure mediche per sé e per la propria famiglia, all’istruzione e all’assistenza in generale, solo per il timore di essere denunciato.

Tornando a quanto successo in Minnesota, alcune di queste conseguenze sono già state registrate, con donne incinte, bambini e malati cronici che evitano perfino i pronto soccorso. Sarà per questo che sedici esperti delle Nazioni Unite, a fine gennaio, hanno inviato una lettera di diciannove pagine alle istituzioni europee, elencando numerosi possibili conflitti con gli obblighi internazionali in materia di diritti umani. All’interno della stessa missiva si solleva anche un dubbio politico: che la proposta sia in parte sostenuta da una narrazione che attribuisce ai migranti la responsabilità di vari problemi strutturali, come la crisi abitativa, lasciando intendere che la loro rimozione possa risolverli. 

Foto © Imagoeconomica 

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