Tokyo scava nei fondali mentre Washington costruisce un’alleanza contro il dominio cinese: inizia la sfida tra potenze?
Le guerre si combattono anche sul piano strategico oltre che militare, e a confermarlo è quanto sta avvenendo nel Pacifico, dove il Giappone ha iniziato a scavare nei fondali marini nel tentativo di trovare, insieme a nuove risorse naturali, anche una via d’uscita dalla dipendenza strategica dalle terre rare cinesi. A oltre 5.600 metri di profondità, nelle acque attorno all’isola di Minami Torishima, la nave da ricerca Chikyu ha estratto per la prima volta sedimenti ricchi di metalli critici all’interno della zona economica esclusiva giapponese.
Si tratta di materie prime considerate essenziali per l’industria e la sicurezza economica di un Paese, difficili da sostituire e la cui produzione è concentrata in pochi Stati, una circostanza che rende fragile l’intera catena di approvvigionamento. Tra questi figurano innanzitutto neodimio, disprosio e ittrio, elementi fondamentali per la produzione di magneti ad alte prestazioni utilizzati nelle auto elettriche e in molte tecnologie elettroniche. Si aggiungono litio, cobalto e nichel, indispensabili per le batterie, e il rame, essenziale nelle infrastrutture elettriche e nello sviluppo delle energie rinnovabili. Gallio e germanio sono invece cruciali per i semiconduttori, mentre metalli come tungsteno, platino e grafite trovano impiego anche nel settore della difesa. Proprio per questo, questi materiali rappresentano oggi uno dei principali terreni di competizione geopolitica.
Ulteriore problema - soprattutto per l’Occidente - è determinato dal fatto che la Cina domina una parte significativa della raffinazione dei minerali critici. Le recenti restrizioni all’export verso Tokyo hanno contribuito ad alimentare un clima di tensione nell’area indo-pacifica, rendendo ancora più evidente la necessità, per il Giappone, di individuare fonti alternative e rafforzare la propria autonomia strategica.
Ma quando si parla di Giappone, dal punto di vista geopolitico, si parla inevitabilmente anche degli Stati Uniti, legati a Tokyo da un’alleanza consolidata a partire dal secondo dopoguerra e oggi estesa al piano economico e tecnologico. A Washington, infatti, la questione delle terre rare è ormai uscita dal perimetro industriale per diventare un tema apertamente geopolitico. L’amministrazione Trump ha scelto infatti di affrontarla con un approccio che sembra basarsi sul multilateralismo: costruire una rete di Paesi alleati capace di ridurre la dipendenza dal monopolio cinese sui minerali critici, considerati indispensabili per tecnologia, difesa e transizione energetica.
L’urgenza è emersa con chiarezza lo scorso aprile, quando Pechino ha risposto ai dazi statunitensi imponendo restrizioni alle esportazioni di alcuni minerali strategici. Da qui nasce la proposta americana di un accordo internazionale sui minerali critici, che punta a creare un’area di libero scambio tra Paesi alleati, con regole comuni verso l’esterno e l’ipotesi di fissare un prezzo minimo per evitare la concorrenza al ribasso della Cina. Accanto all’estrazione e alla lavorazione dei minerali, un ruolo importante viene attribuito anche al riciclo, settore su cui l’Italia punta a ritagliarsi uno spazio industriale.
Ad ogni modo, la strategia americana si muove su più livelli. Da una parte c’è il Project Vault, il piano da 12 miliardi di dollari annunciato da Donald Trump per creare una riserva strategica di minerali critici, sul modello delle riserve energetiche. Dall’altra, la costruzione di un consenso internazionale.
Al summit sui minerali critici organizzato al Dipartimento di Stato, che ha riunito rappresentanti di 55 Paesi, il segretario di Stato Marco Rubio ha sintetizzato la linea americana affermando che “questa è una sfida globale che richiede cooperazione globale”. Un messaggio ribadito anche dal vicepresidente J.D. Vance, secondo cui gli accordi potranno generare “impieghi ben pagati in America”, ma solo all’interno di una rete di alleanze: “abbiamo bisogno che i nostri amici e alleati ne siano parte”.
In questo contesto l’Italia prova a ritagliarsi un ruolo politico. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha parlato di “un segnale di grande apertura e voglia di collaborare”. Oltretutto, Roma sembra guardare anche l’Africa come possibile partner per lo sviluppo delle filiere minerarie e, insieme alla Germania, ha spinto per una linea europea che punti verso Washington.
In sostanza, l’obiettivo appare chiaro: costruire un fronte comune tra Stati Uniti, Unione europea e Giappone per ridurre la dipendenza dal mercato cinese.
Ma, al di là delle prospettive strategiche, restano alcune incognite importanti. Nel caso giapponese pesano i costi elevati delle estrazioni in acque profonde e i possibili impatti ambientali, mentre la costruzione di una filiera alternativa a quella cinese richiederà anni di investimenti. La corsa alle terre rare segna però già un passaggio chiaro: le materie prime non sono più soltanto una questione industriale, ma uno dei terreni su cui si stanno ridefinendo gli equilibri economici e politici tra le grandi potenze, anche dal punto di vista militare. Viene quindi da chiedersi se questa mossa non possa introdurre, nel medio e lungo periodo, nuove rivalità commerciali e politiche, capaci di aumentare il livello dello scontro tra i diversi blocchi di potenze che si contendono le risorse naturali, con possibili conseguenze sugli equilibri globali.
Immagine generata con supporto IA
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