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Trump valuta attacchi alle élite iraniane e un blocco petrolifero nello Stretto di Hormuz per scatenare proteste interne, colpire la Cina e frenare la corsa globale dal dollaro e verso l’oro 

Prosegue un preoccupante dispiegamento militare attorno all’Iran. Negli Stati Uniti, i sistemi di difesa aerea vengono trasferiti dal Texas al Medio Oriente, rafforzando attivamente la presenza militare nella regione. Proprio ieri, aerei C-17 dell'esercito statunitense hanno effettuando numerosi voli per la consegna di attrezzature. 
Complessivamente Washigton ha schierato nelle acque antistanti l’Iran un gruppo navale centrato sulla portaerei USS Abraham Lincoln, scortata da 8 cacciatorpedinieri di classe Arleigh Burke, per un totale di oltre 756 celle di lancio verticale. 
La Reuters che cita due fonti statunitensi a conoscenza delle discussioni, ha riportato che Donald Trump vuole creare le condizioni per un "cambio di regime" e per farlo, sta valutando diverse opzioni contro Teheran, tra cui attacchi mirati alle forze di sicurezza e ai leader per incitare i manifestanti, secondo quanto riferito da diverse fonti, anche se funzionari israeliani e arabi hanno affermato che la sola potenza aerea non basterebbe a rovesciare i dirigenti religiosi. 

Un alto funzionario iraniano ha dichiarato alla pubblicazione che l'Iran si stava "preparando a uno scontro militare, utilizzando allo stesso tempo i canali diplomatici". Tuttavia, “Washington non si stava mostrando aperta alla diplomazia”, ha affermato la fonte, precisando che l'attuale debolezza del regime ha incoraggiato Trump a fare pressione e a cercare un accordo sulla denuclearizzazione. 
"Speriamo che l'Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – niente armi nucleari - che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale!" ha scritto nel merito Trump sui social media, con il suo solito tono minatorio. 

Secondo fonti americane ed europee, Washington avrebbe presentato tre condizioni principali per il buon esito dei negoziati: la cessazione definitiva dell’arricchimento di uranio, la limitazione del numero e della gittata dei missili balistici, e la fine del sostegno ai gruppi armati per procura attivi in Medio Oriente, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi yemeniti. Colpisce l’assenza, nelle richieste e nei messaggi diffusi da Trump su Truth Social, di qualsiasi riferimento ai manifestanti iraniani che a dicembre erano scesi in piazza, provocando nuove tensioni interne al regime. Un ulteriore segnale del fatto che la “rivoluzione colorata” in atto, rappresentasse solo un alibi per forzare una nuova destabilizzazione della regione che risponda agli interessi Usa.
Richieste che suonano come una campana a morto della diplomazia. Dietro le quinte funzionari statunitensi affermano già che al momento non ci sono negoziati seri tra Stati Uniti e Iran.


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L'Ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato ieri che questa proposta viola i principi dell'indipendenza di Teheran. "Agli americani e ad altre parti diciamo: perché vi intromettete e cercate di decidere se l'Iran debba arricchire l'uranio o no? Non è affar vostro", ha dichiarato Khamenei.
Giorni fa, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiarito con fermezza che le condizioni imposte dagli Stati Uniti — l’“arricchimento zero” dell’uranio e la rinuncia al programma missilistico — sono semplicemente inaccettabili. È una questione di sovranità nazionale e di principio: nessuno Stato disposto a mantenere la propria indipendenza accetterebbe mai di disarmarsi unilateralmente solo per soddisfare gli interessi strategici di Washington e Tel Aviv.


Il blocco petrolifero dello stretto per salvare il dollaro

Oltre ad attacchi militari mirati con improvvise incursioni missilistiche, secondo il Financial Times, che cita un ex funzionario della difesa, "a Washington e in Medio Oriente si discute della possibilità che gli Stati Uniti blocchino le esportazioni di petrolio iraniano, come è successo con il Venezuela".
La fonte, in particolare, sostiene che l'esercito statunitense potrebbe interrompere la navigazione commerciale nel Golfo Persico, ma ritiene che un blocco potrebbe avere conseguenze pericolose.
"In uno spazio così piccolo, la finestra temporale per rispondere alle minacce provenienti da missili, droni o piccole imbarcazioni è molto più ridotta e il rischio di errori di calcolo aumenta", ha precisato.

Della stessa idea è anche il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. "Sono quasi certo che gli americani preferirebbero poter controllare anche questi flussi di petrolio [iraniano, ndr]. Soprattutto perché, a differenza del Venezuela, che si trova in mare aperto, qui c'è lo Stretto di Hormuz, con le sue sottigliezze geostrategiche legate alla garanzia della sicurezza delle rotte petrolifere. Questo è presente anche, dati gli interessi ufficialmente dichiarati dell'amministrazione Trump ", ha detto il diplomatico in un'intervista al canale televisivo turco TGRT e al quotidiano Turkiye.
Una strategia che rappresenta un interesse vitale per Washington. Nello Stretto vi passa una quota pari a circa il 30–34% del commercio mondiale di greggio via mare. Un’interruzione delle esportazioni del Golfo farebbe dunque impennare il prezzo del petrolio, danneggerebbe le importazioni Cinesi, dove la quota di greggio iraniano è dell’ordine dell’80–90% e rilancerebbe la domanda globale di dollari, soprattutto grazie al futuro accesso ai milioni di barili di oro nero venezuelano.

Washington ha fretta di salvarsi dalla catastrofe. La quota del dollaro nelle riserve valutarie globali è scesa a un intervallo stimato tra il 40% e il 60%, toccando i livelli più bassi da decenni, mentre l’oro è diventato sempre più rilevante come asset di riserva, raggiungendo la quota record di 5500 dollari per oncia. Numerosi paesi stanno diversificando le proprie riserve monetarie, aumentando le detenzioni di oro e di altre valute e riducendo l’esposizione ai Treasury statunitensi, il che rende più costoso per Washington finanziare il proprio debito. Dunque, ecco che qualunque shock internazionale che spinga gli investitori e gli Stati a rifugiarsi nuovamente nel dollaro, sia come bene sicuro sia per acquistare energia, contribuisce a rallentare la tendenza alla dedollarizzazione.
L'analista finanziario, broker e trader Peter Schiff, che ha previsto la crisi economica mondiale del 2008 è stato fin troppo chiaro, parlando su Fox News. 


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Kaja Kallas © Imagoeconomica 


Il dollaro crollerà e sarà sostituito dall'oro. Le banche centrali stanno acquistando oro per sostenere le loro valute nazionali Allo stesso tempo, si stanno sbarazzando dei dollari e dei titoli di debito americani. Ci stiamo dirigendo verso una nuova crisi economica, in confronto alla quale la crisi del 2008 sembrerà un picnic domenicale per bambini. Ma c'è un'importante differenza tra la situazione attuale e quella del passato. Ora la crisi finanziaria scoppierà solo in America, e non si estenderà al resto del mondo. La crisi non assumerà un carattere globale, sarà puramente americana. In realtà, il resto del mondo ne trarrà solo vantaggio”, ha ammonito Schiff.


L’Europa soffia sul fuoco della guerra

Nel frattempo il fronte pro guerra è più diviso che mai. Questa volta sono proprio gli Alleati Usa del Golfo a fare del loro meglio per contenere l'escalation, come ammesso dal Ministro degli Esteri iraniano Araghchi.
Basti pensare che, secondo quanto riportato da Axios, "alti funzionari della difesa e dell'intelligence di Israele e dell'Arabia Saudita sono a Washington” e, mentre la delegazione israeliana sta condividendo informazioni di intelligence su potenziali obiettivi, i funzionari sauditi insistono sulla necessità di evitare una guerra più ampia e promuovono la diplomazia.

Anche il vecchio continente si è schierato convinto nel fronte pro-guerra. L'Unione Europea ha l'inserimento del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC, noto come Pasdaran) nella lista delle organizzazioni terroristiche. Una decisione, annunciata dall'Alta Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, è stata raggiunta all'unanimità dai ministri degli Esteri dei 27 Stati membri durante un Consiglio straordinario a Bruxelles. 
"La repressione non può restare senza risposta", ha dichiarato Kallas su X, aggiungendo che "ogni regime che uccide migliaia di suoi concittadini sta lavorando per la propria rovina". La designazione colloca i Pasdaran sullo stesso piano di organizzazioni come Daesh (ISIS), Al-Qaeda, Hamas e Hezbollah, rappresentando un'escalation drammatica nella strategia europea nei confronti di Teheran.

Una misura che comporta conseguenze operative di vasta portata. Tutti i membri del corpo - che conta centinaia di migliaia di effettivi e controlla vasti segmenti dell'economia iraniana - non potranno viaggiare nei Paesi dell'UE. I loro beni e le loro proprietà eventualmente presenti sul territorio europeo saranno congelati e verrà bloccata qualsiasi forma di finanziamento o transazione economica che li coinvolga.
Araghchi ha definito la decisione europea "un grave errore strategico" che dimostra "indignazione selettiva". In un messaggio pubblicato su X, il Ministro degli Esteri iraniano ha accusato l'Europa di ipocrisia: "Mettendo da parte la palese ipocrisia della sua indignazione selettiva - nessuna azione in risposta al genocidio di Israele a Gaza e tuttavia corsa a 'difendere i diritti umani' in Iran - questa trovata pubblicitaria dell'Europa cerca principalmente di nascondere che è un attore in grave declino".

Nel frattempo, secondo quanto riferito da Al Jazeera, la marina militare iraniana condurrà esercitazioni militari con la Cina e la Russia nel Golfo di Oman e nell'Oceano Indiano nei prossimi giorni.
Washington farà il suo passo falso per la guerra totale pur di salvarsi dalla catastrofe economica? 

Foto © Imagoeconomica 

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