Tutto ha avuto origine dall’indagine su un appaltatore del Pentagono accusato di aver trattenuto documenti classificati
Segna sicuramente uno dei momenti più delicati l’irruzione dell’FBI nell’abitazione di Hannah Natanson, giornalista del Washington Post. Un caso allarmante, l’ultimo di una lunga sequenza di episodi simili, che dimostra come la libera informazione sia sempre più bersagliata dal potere. Si tratta di un’operazione condotta nelle prime ore della mattina di ieri, senza preavviso, e che il quotidiano statunitense ha definito “altamente insolita e aggressiva”, sollevando una forte ondata di critiche anche da parte delle organizzazioni per la libertà di stampa. Gli agenti federali hanno perquisito la casa della reporter nell’ambito di un’indagine su un appaltatore del Pentagono, accusato di aver trattenuto illegalmente documenti classificati. Durante il blitz nell’abitazione della giornalista sono stati sequestrati dispositivi elettronici sia personali sia lavorativi, tra cui il telefono, due computer portatili e un orologio Garmin.
Secondo quanto riferito dal Washington Post, a Natanson sarebbe stato detto che non era il bersaglio dell’indagine e che non era accusata di alcun reato. Attraverso una comunicazione interna alla redazione, il direttore esecutivo Matt Murray ha espresso forte preoccupazione per quella che ha definito un’azione straordinaria, capace di sollevare interrogativi profondi sulle tutele costituzionali del lavoro giornalistico. La linea del direttore esecutivo è stata ampiamente condivisa anche dall’ex direttore Marty Baron, che - come riporta “The Guardian” - ha parlato di un segnale “chiaro e sconvolgente” della volontà dell’amministrazione di non porsi limiti nell’aggressione a una stampa indipendente.
La procuratrice generale Pam Bondi ha rivendicato pubblicamente l’operazione, spiegando che il mandato è stato eseguito su richiesta del Pentagono e che riguardava l’acquisizione e la pubblicazione di informazioni classificate trapelate illegalmente da un appaltatore. Bondi ha inoltre precisato che l’amministrazione Trump non tollererà fughe di notizie che - sempre secondo la procuratrice generale - potrebbero mettere a repentaglio la sicurezza nazionale o il personale militare. Resta comunque il fatto che non sono stati forniti ulteriori dettagli sull’indagine né sulle ragioni che avrebbero reso necessario un intervento del genere nei confronti di una giornalista.
Il caso ruota attorno ad Aurelio Perez-Lugones, ora in carcere, amministratore di sistema con nulla osta di sicurezza top secret, accusato di aver portato a casa documenti di intelligence classificati. Secondo il Washington Post, tuttavia, la denuncia penale non lo accusa di aver diffuso quelle informazioni ai media.
Le reazioni del mondo della libertà di stampa sono state durissime. Secondo il Reporters’ Committee for Freedom of the Press, le perquisizioni fisiche di abitazioni e dispositivi dei giornalisti rappresentano alcune delle misure investigative più invasive possibili e mettono a rischio la protezione delle fonti ben oltre il singolo caso. Il Knight First Amendment Institute ha chiesto spiegazioni pubbliche al Dipartimento di Giustizia, ricordando che colpire un giornalista significa potenzialmente scoraggiare una copertura essenziale per la democrazia.
Non da ultimo, il blitz dell’FBI arriva in un momento già segnato da tensioni significative tra il quotidiano americano e l’amministrazione Trump. Durante la campagna elettorale del 2024, Jeff Bezos, fondatore e proprietario di Amazon ma anche proprietario del Washington Post, aveva impedito al giornale di sostenere la candidata democratica Kamala Harris. Una decisione difesa dall’imprenditore, ma che è costata al quotidiano oltre 200 mila abbonati.
Foto © Imagoeconomica
