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Petrolio e crisi economica: i motivi per cui l’isolamento occidentale non ha ancora fatto crollare la Repubblica Islamica

Negli ultimi due mesi la situazione in Iran si è fatta particolarmente complessa. Sono diverse, infatti, le città iraniane scosse da proteste che si sono ben presto trasformate in una vera e propria contestazione verso un sistema teocratico che a molti sembra ormai stare stretto. Le ragioni vanno dalla crisi economica persistente alla frustrazione legata alla presenza di un potere, appunto, teocratico. Una frustrazione che colpisce soprattutto i più giovani, che in Iran non sono pochi. Lo ha confermato anche Alessandro Di Battista dialogando con il noto giornalista e corrispondente di guerra Alberto Negri. “Oggi - ha precisato Di Battista - credo siano oltre 80 milioni gli abitanti dell’Iran. Il 70% ha meno di 30 anni”.

La risposta del regime alle proteste è stata durissima: le forze di sicurezza e unità come i Pasdaran hanno utilizzato munizioni reali e tattiche estremamente aggressive per soffocare le manifestazioni. Fonti internazionali e ONG stimano migliaia di vittime tra i civili e decine di migliaia di arresti nelle ultime settimane.

La situazione non è migliorata affatto dopo l’intervento degli Stati Uniti - non militare, almeno per il momento - che hanno minacciato attacchi informatici e, allo stesso tempo, incoraggiato gli iraniani a continuare a manifestare.

In passato - come ha ricordato Alberto Negri - si era sperato che i Pasdaran (Guardiani della Rivoluzione) potessero guidare una transizione verso un Iran più laico e militarizzato, simile ad altri Stati mediorientali come Egitto o Pakistan. Il capo dei Pasdaran, Qasem Soleimani, considerato il vero stratega dell’Iran, aveva tenuto in piedi il paese negli ultimi dieci-quindici anni, fermando l’ISIS in Iraq e sostenendo Assad in Siria e Hezbollah in Libano. Ma la sua uccisione ha provocato un danno irreparabile, perché avrebbe potuto guidare una transizione da un regime teocratico a uno militare e più laico, modello ampiamente diffuso in Medio Oriente.

Soleimani era il vero stratega dell’Iran - ha sottolineato Negri -. Era quello che aveva fermato l’ISIS in Iraq. Era quello che aveva tenuto in piedi Assad in Siria. Era in rapporti continui con Hezbollah”. Rapporti, ha proseguito, “ovviamente statuali e di sostegno militare, ma anche personali, perché la seconda moglie di Soleimani è una libanese di Beirut”. “Anzi - ha aggiunto - lui è stato ucciso proprio per questo: era andato in Siria, poi a Beirut a incontrare la moglie e infine sarebbe dovuto tornare passando da Baghdad, dove è stato colpito da un missile americano”. E aggiunge: “Soleimani poteva essere l’uomo che avrebbe guidato la transizione da un regime teocratico a uno di stampo militare e più laico”.

Anche presidenti come Khatami, riformista, e Ahmadinejad, vicino agli strati popolari, non sono riusciti a riformare un sistema che controlla tutti i gangli del potere. “La vera domanda è perché non riusciamo a riformare questo sistema?”, si chiede Negri. La risposta potrebbe stare nel fatto che una parte significativa della popolazione, forse tra i 15 e i 20 milioni di persone, continua a sostenere il regime beneficiando di un sistema di “welfare state” che garantisce diversi vantaggi. “Prendete per esempio le milizie dei Basiji - sottolinea il giornalista -. In queste milizie si entra per fare il Basigio, cioè il poliziotto, il miliziano del regime”. Questo accade “perché si sa che ci saranno vantaggi nell’assegnazione di una casa, facilitazioni negli esami universitari, accesso privilegiato all’acquisto di beni e beni di consumo”. “C’è un sistema iraniano di ‘welfare state’, definiamolo così, che tiene ancora agganciata al regime una parte della popolazione. Certo, oggi la Repubblica Islamica è mezza fallita, ma fino a un certo punto”.


Dov’è che casca l’asino occidentale?

Sicuramente sul petrolio.

Alla vigilia della Rivoluzione islamica, con lo Scià ancora al potere, l’Iran era tutt’altro che un paese fragile. Produceva sei milioni di barili di petrolio al giorno e contava poco più di quaranta milioni di abitanti, “meno della metà della popolazione attuale, che oggi è arrivata a circa novanta milioni”. Eppure, ha ricordato Alberto Negri, quel regime cadde.

Era uno Stato ricco”, sottolinea, capace di permettersi “l’avvio di impianti nucleari” e di immaginare persino la bomba atomica. L’Iran dello Scià era considerato “il guardiano del Golfo”, con “uno degli eserciti più potenti del Medio Oriente, se non il più potente insieme a quello israeliano”. Nonostante questo, “lo Scià è stato abbattuto ed è stato abbandonato dagli americani al suo destino”.

Oggi la situazione è capovolta. L’Iran produce “poco più di tre milioni di barili al giorno”, la metà rispetto a prima, ma deve sostenere “novanta milioni di abitanti”. “Questo non basta”, osserva Negri. “La pioggia del petrolio, l’oro nero, non basta a tenere in piedi un paese” che fino a ieri era impegnato “su mille fronti militari”: dal Libano alla Siria di Assad, dallo Yemen fino al sostegno a Hamas a Gaza.

Nonostante un acquirente privilegiato come la Cina, “questo paese non ce la fa più”. Ed è qui che entra in gioco il tema delle sanzioni. “È lì che casca l’asino occidentale”, dice Negri. Sanzionando il petrolio iraniano, l’Occidente ha finito per “spingere l’Iran nelle braccia di Pechino”.

Ma se l’Occidente avesse continuato ad acquistare petrolio iraniano, cosa sarebbe cambiato? “Per il regime probabilmente poco o nulla”, ammette Negri. Ma per la società iraniana sì: “le aziende occidentali avrebbero continuato a lavorare lì”, gli iraniani avrebbero avuto “molti più contatti con l’Occidente”, e forse “tenerlo agganciato all’Occidente sarebbe stata una soluzione più intelligente che buttarlo nelle braccia della Cina”.

Le sanzioni, del resto, “non hanno quasi mai funzionato contro i regimi”. Non hanno abbattuto Saddam Hussein, “non stanno abbattendo Putin a Mosca” e “non abbatteranno nemmeno il regime degli ayatollah”. Anzi, “spingendoli verso regimi autocratici come Cina e Russia si rafforzano le dittature, non le democrazie”. È un fatto “assolutamente acclarato”.

All’interno di questo contesto si inserisce anche l’ipotesi di un’apertura diplomatica del presidente americano Donald Trump. Ma “l’Iran non è il Venezuela”, avverte Negri: è “un paese molto più forte e strategico”. “E questa volta - ha aggiunto - gli iraniani dicono di essere disposti a negoziare”.

Non è però un regime che crolla facilmente. “Questo regime ha combattuto molte guerre”: l’attacco di Saddam Hussein nel 1980, otto anni di conflitto, milioni di morti, una tensione permanente con Israele. È stato bombardato anche a giugno. “Il regime è crollato? Assolutamente no”.

Non cade per le sanzioni, non cade per i bombardamenti e probabilmente non cadrebbe nemmeno per un intervento esterno diretto. Trump valuta alternative, compresi “gli attacchi cyber”. Ma anche qui Teheran è preparata: “gli iraniani sanno benissimo cosa significa”, ricorda Negri, evocando l’attacco informatico che anni fa “mandò in tilt il sistema dei computer della centrale di Natanz”.

Insomma, il punto è chiaro: l’isolamento non indebolisce l’Iran, ma rischia di rafforzare proprio quel sistema che l’Occidente dice di voler mettere in discussione.

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