Il “modello Albania” diventa europeo: accordi con Stati extra-Ue per tenere i migranti fuori dai propri confini
In fatto di migranti, il clima a Bruxelles sembra stia cambiando, e non di poco. La linea che si sta affermando è ormai quella del contrasto all’immigrazione irregolare. Non è un caso che la commissaria europea per il Mediterraneo, Dubravka Šuica, abbia parlato senza ambiguità della necessità di deportare altrove i migranti irregolari.
Il dibattito ruota attorno a due snodi centrali: da un lato le Ong, dall’altro il nodo dei cosiddetti “Paesi sicuri”.
Le Ong da tempo impegnate nel soccorso in mare, soprattutto nel Mediterraneo centrale, sono spesso diventate il bersaglio di alcuni governi, come quello italiano, che insieme alla Grecia rappresenta uno dei principali punti di primo approdo nell’area. Governi che da tempo sostengono come la presenza costante delle navi umanitarie vicino alle coste nordafricane contribuisca a rafforzare il cosiddetto “pull factor”: il fattore che, secondo questa lettura, aumenterebbe l’attrattività della traversata e spingerebbe più persone a tentarla. Una visione, quella dei governi affacciati sul Mediterraneo, che si scontra con la posizione delle Ong, le quali puntano invece il dito contro guerre, instabilità e povertà, spesso favorite, aggravate o rese croniche da interessi e scelte dei Paesi occidentali. Paesi che oggi sembrano non voler nemmeno sostenere il peso dell’accoglienza di persone la cui vita è stata, in qualche misura, compromessa anche da quelle stesse dinamiche.
Non sono pochi, infatti, i contesti in cui i conflitti che spingono milioni di persone alla fuga sono stati preceduti o accompagnati da interventi militari, diretti o per procura, da vendite di armi o da sostegni politici a regimi autoritari considerati “utili” per la stabilità regionale o per la tutela di interessi strategici. Parliamo di scenari in cui le esigenze geopolitiche finiscono spesso per intrecciarsi con la corsa alle risorse presenti nei Paesi da cui nascono i conflitti.
Tornando all’Unione europea, la direzione sembra ormai sempre più univoca. E l’Italia rivendica un ruolo centrale in questo cambio di rotta. A Bruxelles - come riportato da Adnkronos - i ministri dell’Interno dei Ventisette hanno raggiunto un accordo sulla posizione negoziale del Consiglio su un pacchetto di norme che ridefinisce in profondità la gestione dei flussi migratori, dei rimpatri e dell’asilo. Il passaggio riguarda il regolamento Ue sui rimpatri, quello sui Paesi di origine sicuri, la revisione del concetto di Paese terzo sicuro e il meccanismo di solidarietà tra Stati membri, pensato per sostenere i Paesi di primo approdo, come Italia, Grecia, Spagna e Cipro.
Per il commissario europeo alle Migrazioni, Magnus Brunner, si tratta senza mezzi termini di una svolta nella politica migratoria e dell’asilo dell’Unione. Un giudizio che trova piena sintonia con il governo italiano. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi parla apertamente di un risultato politico: la linea sostenuta dall’esecutivo Meloni, spiega, è ormai diventata anche la linea europea. In particolare, Roma rivendica di aver lavorato fianco a fianco con Francia e Germania per costruire un terreno comune e di aver convinto Berlino su una delle questioni più sensibili: il ruolo delle Ong impegnate nei soccorsi in mare.
A sottolineare il cambio di passo generale in Europa sul tema migratorio è anche il copresidente dei Conservatori europei, Nicola Procaccini, secondo cui gli equilibri sarebbero mutati non solo in seno al Consiglio, ma anche all’interno del Parlamento europeo.
Nel concreto, il pacchetto di norme che ridefinisce la gestione dei flussi, dei rimpatri e dell’asilo introduce cambiamenti rilevanti. Oltre alla possibilità di stipulare accordi con Paesi extra-Ue per istituire hub di rimpatrio, le nuove regole rafforzano gli strumenti nei confronti dei migranti considerati una minaccia, prevedendo non solo il divieto di ingresso, ma anche la possibilità di detenzione.
Un’altra novità di peso è l’introduzione, per la prima volta, di un elenco europeo di Paesi considerati di origine sicura. Le domande di asilo presentate da cittadini provenienti da questi Stati saranno esaminate con procedure accelerate. Parliamo di un elenco dove figurano sia Paesi candidati all’adesione all’Ue, come Albania, Serbia o Turchia, sia Stati come Bangladesh, Egitto, India, Marocco e Tunisia. Secondo il ministro danese Rasmus Stoklund, questo strumento renderà il sistema di asilo più rapido ed efficiente e faciliterà il rimpatrio di chi non ha effettivamente bisogno di protezione internazionale.
Accanto a questo, cambia anche il concetto di Paese terzo sicuro. Gli Stati membri potranno dichiarare inammissibile una domanda di asilo senza entrare nel merito, qualora il richiedente avrebbe potuto ottenere protezione in un Paese extra-Ue considerato sicuro, ad esempio perché vi è transitato o perché esiste un accordo che garantisce l’esame della richiesta in quel Paese. Una possibilità che non potrà essere applicata ai minori non accompagnati.
In questo contesto sembra trovare una legittimazione europea anche l’accordo tra Roma e Tirana sui centri in Albania. La nuova impostazione dell’Unione punta infatti a spostare fuori dal territorio comunitario una parte cruciale delle procedure migratorie: dall’identificazione all’esame accelerato delle domande di asilo, fino soprattutto al rimpatrio di chi non ha diritto alla protezione. In pratica, i migranti intercettati in mare o considerati con basse probabilità di ottenere asilo verrebbero trattenuti in centri situati fuori dall’Ue per una valutazione rapida della domanda. In caso di esito negativo, il passaggio successivo sarebbe direttamente il rimpatrio verso il Paese di origine.
L’Italia, insomma, non è più un caso isolato. A confermarlo è anche la direzione intrapresa dai Paesi Bassi, che stanno valutando un’intesa con l’Uganda, mentre la Germania lavora a soluzioni analoghe in Africa. Il baricentro della politica migratoria europea sembra così spostarsi dal tema della redistribuzione a quello del controllo dei confini. Ciò che invece resta sullo sfondo, e che continua a non interessare davvero i Ventisette, sono le cause profonde che da anni alimentano questi flussi: gli interessi economici e, più in generale, geopolitici dell’Occidente.
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