Oltre duecento persone si sono riunite oggi pomeriggio, in piazza XX Settembre a Udine, per il presidio organizzato dal Comitato per la Palestina, cogliendo la proposta della Global Sumud Flotilla, nell’ambito di una mobilitazione nazionale per mantenere viva l’attenzione sull’emergenza umanitaria che continua a colpire la popolazione civile di Gaza.
L’iniziativa, ha voluto ribadire che la crisi nella Striscia resta drammatica: secondo dati delle Nazioni Unite, oltre 1,8 milioni di persone risultano ancora sfollate, mentre più del 70% delle infrastrutture civili, scuole, ospedali, abitazioni, è stato distrutto o gravemente danneggiato.
Durante il presidio sono stati letti interventi e testimonianze che hanno denunciato la condizione di isolamento forzato della popolazione e la difficoltà nell’accesso ai beni essenziali come acqua potabile, cure mediche e forniture energetiche.
I partecipanti hanno intonato slogan ad alta voce ed esposto cartelli con le parole “cessate il fuoco ora” e “nessuna pace senza giustizia”, sottolineando la necessità di una mobilitazione civile continua.
Oltre la retorica della pace
Il comitato ha ribadito che l’obiettivo del presidio non è solo esprimere solidarietà al popolo palestinese, ma anche smascherare l’ipocrisia dell’intesa proposta come “pace”.
Infatti, non siamo di fronte a un reale processo di pacificazione, ma a un’operazione politica che molti analisti definiscono una costruzione artificiale, pensata più per consolidare potere e controllo che per garantire giustizia e autodeterminazione. La proposta presentata come soluzione definitiva al conflitto, infatti, non nasce da una reale negoziazione tra le parti, né prevede una piena sovranità palestinese: è un progetto calato dall’alto, guidato da attori esterni e strutturato per mantenere una supervisione internazionale e militare sul territorio.
Centri di ricerca e riviste accademiche internazionali hanno evidenziato come il piano assegni il governo della Striscia a un’autorità tecnica temporanea, sotto la guida di un comitato internazionale dove la figura di Donald Trump svolge un ruolo centrale. Un’impostazione che richiama modelli storici di amministrazione coloniale: non il riconoscimento di un popolo e dei suoi diritti, ma una gestione dall’esterno, giustificata con la retorica della stabilità e dell’ordine.
Non sorprende quindi che diversi studiosi parlino apertamente di “logiche imperiali” e di un “ritorno al paradigma coloniale”, sottolineando come l’approccio non cambi realmente la dinamica del conflitto: le cause profonde rimangono intatte, le forze militari restano sul territorio e la parte palestinese non ottiene né autonomia politica né strumenti concreti per costruire il proprio futuro.
In questo contesto, l’azione di Trump viene definita da molti osservatori non come un gesto diplomatico, ma come un esercizio di forza. Un interventismo che si traveste da mediazione di pace, ma che di fatto concentra nelle mani di un leader esterno la gestione di un territorio e del destino di un popolo, in assenza di un reale processo partecipativo.
La pace non è un’amministrazione temporanea né un’architettura imposta da chi detiene il potere. La pace è un percorso di riconoscimento reciproco, giustizia, diritti e autodeterminazione. Finché questi elementi resteranno esclusi, ciò che viene presentato come “accordo di pace”, continuerà ad apparire, agli occhi di molti, come una manovra politica e coloniale che tradisce l’idea stessa di futuro pacifico. 
Marco Grilli
Complicità internazionale e l’industria della guerra
Secondo quanto dichiarato da Stefano Marangoni, membro del Comitato per la Palestina, la situazione a Gaza non può essere letta come un fenomeno isolato, ma come il risultato di una responsabilità internazionale diffusa.
Il suo discorso, elaborato prendendo spunto dal recente report di Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati, spiega come l’azione militare e l’occupazione israeliana, definite come genocidio e apartheid, sarebbero state rese possibili dal sostegno diretto e indiretto di molti Stati, in particolare occidentali, che hanno fornito copertura diplomatica, aiuti militari e cooperazione economica. La mancata assunzione di responsabilità e il rifiuto di intervenire legalmente avrebbero contribuito a normalizzare violazioni sistematiche dei diritti umani e a prolungare la crisi.
Come già sottolineato anche da altri interventi, Stefano evidenzia il ruolo decisivo delle grandi imprese globali: produttori di armi, colossi tecnologici, banche, fondi pensione e aziende energetiche e logistiche. Queste, afferma, hanno sostenuto materialmente l’occupazione e tratto profitto dalla situazione, continuando a operare e investire senza adeguate valutazioni di impatto sui diritti umani.
Nonostante l’aumento delle prove e le denunce internazionali, il flusso di armamenti verso Israele non si è interrotto. Tra il 2023 e il 2025 ventisei Paesi avrebbero continuato a fornire armi e munizioni, con Stati Uniti, Germania e Italia tra i principali esportatori; solo pochi governi europei avrebbero sospeso i contratti. Questo quadro, sottolinea Stefano, segnala una crisi del sistema multilaterale e del diritto internazionale, incapace di imporre limiti quando prevalgono interessi strategici ed economici.
Una visione globale
“Non è pace: è appropriazione mascherata da ricostruzione.Non è giustizia: è colonialismo di nuova generazione".
Con queste parole, pronunciate durante l’incontro pubblico, da Marco Grilli si è aperta una riflessione lucida e scomoda: ciò che accade oggi in Palestina, e in particolare a Gaza, non può essere letto solo come un conflitto lontano. È un laboratorio geopolitico, un terreno di sperimentazione di modelli di controllo, di ricostruzione-appropriazione, di strategie militari e narrative che stanno già ridisegnando gli equilibri globali.
E mentre gli occhi del mondo fingono di restare puntati su Gaza, l’Europa si muove in silenzio verso un nuovo paradigma: la guerra come possibilità concreta, non più come eccezione ma come scenario operativo da preparare e accettare.
Secondo la testata Antimafiaduemila, il conflitto ucraino continua a muovere le leve militari e diplomatiche del continente, influenzando l’architettura politica europea più di quanto l’opinione pubblica percepisca. E proprio l’opinione pubblica registra un dato significativo: come rilevato dal Censis, nel 2024 il 66,3% degli italiani ritiene che l’Occidente abbia responsabilità dirette nei conflitti in corso, non soltanto in Medio Oriente, ma anche nell’Est europeo.
La guerra in Ucraina, dunque, non è archivio storico: è presente attivo, e per molti è il preludio a una fase nuova e più cupa.
Sul piano materiale, l’Europa si muove con determinazione.La Germania ha annunciato 377 miliardi di euro di riarmo, il più grande investimento militare dal 1945.In Francia, il capo di Stato maggiore Fabien Mandon è stato netto: "L’Europa deve essere pronta a uno scontro entro quattro anni".
Si discutono programmi di preparazione civile nelle scuole, indicazioni per scorte domestiche, protocolli per la popolazione: una pedagogia dell’emergenza che normalizza il linguaggio della guerra.
Parallelamente, la Francia si dichiara pronta a schierare truppe in Ucraina, mentre la Russia risponde mostrando missili a gittata illimitata. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov afferma che l’Europa sta preparando una nuova grande guerra.
E i numeri europei confermano l’ipotesi: fino a 800 miliardi destinati al riarmo e alla militarizzazione. Quando la parola “pace” entra nel lessico diplomatico, le borse reagiscono con crolli nei titoli del complesso militare-industriale. Segnale evidente: oggi, la pace è percepita come una minaccia per l’economia della guerra.
Responsabilità e futuro
In questo contesto, la piazza di Udine ha ribadito che la pace non è una gestione amministrativa, ma giustizia, diritti e autodeterminazione.
La rassegnazione è il terreno più fertile per chi governa usando la strategia della paura. Ed è per questo che la consapevolezza diventa allora un atto politico, umano e soprattutto resistenza civile.
“La pace non si firma: si costruisce, si custodisce e si coltiva. Con conoscenza, coscienza e coraggio civile".
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