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Il nodo da sciogliere è legale, con gli imputati egiziani irreperibili e la difesa che chiede il gratuito patrocinio

Un nuovo, doloroso rallentamento sul caso di Giulio Regeni, il giovane ricercatore friulano di 28 anni, dottorando all’Università di Cambridge, che nel 2016 si trovava al Cairo, dove scomparve misteriosamente il 25 gennaio di quell’anno per poi essere ritrovato alcuni giorni dopo lungo un’autostrada alla periferia della capitale, senza vita e con evidenti segni di tortura sul corpo: bruciature, fratture e ferite profonde. Fin da subito le autorità egiziane hanno provato a insabbiare la vicenda, diffondendo versioni contraddittorie e depistaggi. 

Oggi, dopo che è emerso il coinvolgimento di membri dei servizi segreti egiziani, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, il processo ai quattro 007 egiziani accusati del sequestro e dell’omicidio si ferma ancora una volta. Alla base del rallentamento, un cavillo giuridico: la Corte d’Assise di Roma ha infatti deciso di sospendere le udienze e inviare gli atti alla Corte Costituzionale. Il nodo da sciogliere riguarda gli imputati che, tra le altre cose, non sono mai stati consegnati dall’Egitto alla giustizia italiana. In pratica, gli avvocati d’ufficio che rappresentano gli 007 egiziani hanno sollevato il problema del pagamento dei consulenti tecnici - traduttori, periti, esperti - necessari per condurre una difesa adeguata.

Una questione apparentemente tecnica, ma con implicazioni più che evidenti: gli imputati, in questo caso gli 007 egiziani, possono godere delle stesse tutele economiche previste per chi ha diritto al gratuito patrocinio? Si tratta dello strumento previsto dalla legge per garantire a chi non dispone di mezzi economici sufficienti il diritto di difendersi in un processo, sia penale che civile o amministrativo. Il problema è che, in questo caso, la situazione presenta un’anomalia. Come già detto, gli imputati sono assenti perché non sono mai stati consegnati dall’Egitto al nostro Paese. Risultano infatti irreperibili, con i loro difensori che non hanno modo di contattarli né di ottenere fondi economici necessari. In pratica, dovrebbero anticipare di tasca propria le spese per le perizie, con la possibilità di ricevere un rimborso - con molti “se” - solo dopo molto tempo. Da qui la richiesta, appunto, dei legali di estendere il principio del gratuito patrocinio anche a chi, pur formalmente imputato, non è presente al processo per cause indipendenti dalla propria volontà.

Ora, se il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che da dieci anni porta avanti l’indagine, ha espresso parere favorevole - in quanto la Costituzione tutela il diritto alla difesa in ogni circostanza - per la Corte d’Assise sembra invece necessario un pronunciamento della Consulta per chiarire se concedere questa estensione sia legittimo oppure no. I giudici temono che, se agli avvocati d’ufficio non viene data la possibilità di pagare consulenti tecnici con il gratuito patrocinio, la loro difesa diventi solo “di facciata”, cioè puramente formale. In pratica, l’avvocato avrebbe il compito di rappresentare l’imputato, ma senza avere i mezzi per farlo davvero in modo efficace. Se la Corte Costituzionale giudicherà la questione infondata, il processo potrà riprendere entro pochi mesi. Ma se entrerà nel merito, i tempi si allungheranno di almeno un anno, e la macchina giudiziaria rischia di dover ripartire quasi da capo. Un colpo durissimo per i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio Regeni, che da dieci anni chiedono giustizia. 

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