Secondo Bessent, Mosca ha tradito i colloqui diplomatici; gli Stati Uniti valutano tutte le opzioni punitive
Mentre oggi scade l’ultimatum fissato da Donald Trump a Vladimir Putin per mostrare progressi verso un cessate il fuoco, nonché un incontro bilaterale con Volodymyr Zelensky, a Washington non si respira un bel clima.
Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha accusato il leader russo di aver deliberatamente ingannato il tycoon intensificando i bombardamenti sull'Ucraina proprio dopo l'incontro di Anchorage. In un'intervista rilasciata a Fox News, ha annunciato che Washington sta ora valutando "tutte le possibili opzioni" per nuove sanzioni contro Mosca.
"Putin, dopo l'incontro di Anchorage, dopo la telefonata tra i leader europei e Zelensky alla Casa Bianca il lunedì successivo, ha fatto l'opposto di quanto aveva chiaramente dichiarato di voler fare", ha sottolineato Bessent, definendo "disgustoso" il modo in cui il Cremlino ha intensificato la campagna di bombardamenti proprio nei giorni successivi ai colloqui diplomatici.
Parole che segnano un punto di svolta nella narrativa dell'amministrazione Trump riguardo al summit di Alaska, inizialmente presentato come un'opportunità di dialogo diretto tra i due leader. L'escalation militare russa viene ora interpretata come una deliberata strategia di inganno, utilizzata per guadagnare tempo mentre si preparavano offensive più intense.
Il capo del Tesoro americano ha chiarito che l'amministrazione Trump non esclude alcuna misura punitiva. "Con Trump sono possibili tutte le opzioni per imporre sanzioni alla Russia", ha affermato Bessent, aggiungendo che il governo americano "studierà molto attentamente questa settimana" le possibili risposte.
Scott Bessent © Imagoeconomica
La pace giusta che blocca i negoziati
Nessun commento da parte del segretario al Tesoro nei confronti delle condizioni folli e massimaliste poste da Kiev e dagli europei per ottenere una pace con Mosca che, di fatto, la allontanano oltre l’orizzonte degli eventi.
Mentre Putin ad Anchorage ha ribadito un piano che elimini le “cause profonde della guerra” – ovvero la necessità di escludere in modo permanente e costituzionale l’adesione dell’Ucraina alla NATO e l’imposizione di limiti strutturali alle forze armate ucraine – Zelensky chiede tutto e nei giorni scorsi ha ribadito che non farà nemmeno concessioni territoriali totali o parziali sulle 4 regioni occupate dalla Russia (Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporizhzhia).
“Lì ci sono i nostri cittadini, e nessuna distanza tra noi può cambiare questo, e nessuna occupazione temporanea può cambiarlo. Un giorno la distanza tra gli ucraini scomparirà, e saremo di nuovo insieme come un’unica famiglia, come un unico Paese. È solo questione di tempo”, ha affermato qualche giorno fa il leader ucraino, auspicando ad una futura riconquista a cui nemmeno lui credeva fino a pochi mesi fa.
Parallelamente, l’Unione Europea propone garanzie di sicurezza che vedono la presenza di truppe europee sul terreno, accompagnate da un riarmo senza precedente nei confronti dell’Ucraina. Si parla di accordi da 100 miliardi di dollari, secondo indiscrezioni del Financial Times.
Secondo un’esclusiva di Bloomberg, circa dieci paesi europei stanno preparando piani in più fasi per inviare militari nel Paese come parte di un futuro accordo di pace, configurando la più ampia iniziativa militare europea dal 1945.
Nel mentre, la stessa pubblicazione lancia l’allarme sul fatto che Mosca “si sta facendo strada sempre più in profondità” mentre “oltre 6 milioni” di ucraini sono fuggiti, e “quasi tutti ora riconoscono” che potrebbero dover cedere l’est per sperare nella pace.
Il Daily Telegraph ha lanciato l’allarme sui rischi catastrofici che si potrebbero affrontare qualora fallissero le iniziative diplomatiche di Trump: la grave carenza di personale e il crescente malcontento all'interno della catena di comando militare. Secondo dati raccolti da fonti militari, l'esercito ucraino potrebbe aver perso oltre 200.000 effettivi nella prima metà del 2025 a causa di perdite in combattimento e diserzioni. La situazione per il Paese è sull’orlo del baratro.
Volodymyr Zelensky © Imagoeconomica
Ma la leadership ucraino sogna ancora la svolta. Il primo vice ministro della Difesa Ivan Havrylyuk, intervenendo al forum internazionale della Piattaforma di Crimea, ha rivelato che “abbiamo delle indicazioni, abbiamo una visione su come restituire all'Ucraina tutti i territori temporaneamente occupati. Insieme ai nostri partner, britannici e americani, abbiamo condotto una serie di ‘esercizi di guerra’ e simulato varie situazioni, e per i prossimi 10-15 anni abbiamo una visione di dove dovremmo muoverci, di come dovremmo svilupparci”.
Dal Cremlino è presto arrivata la consapevolezza che non ci sarebbero mai state le condizioni per un incontro bilaterale tra Putin e Zelensky. "Il regime ucraino e i suoi rappresentanti stanno commentando la situazione attuale in modo molto specifico, dimostrando direttamente di non essere interessati a una soluzione sostenibile, equa e a lungo termine", ha commentato con amarezza il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, parlando all’omologo indiano Subrahmanyam Jaishankar.
Non è un caso che la Russia ha intensificato gli attacchi negli ultimi giorni. Tra il 27 e il 28 agosto ha lanciato 629 missili balistici, cruise e droni su 13 località, tra cui Kyiv e Zaporizhzhia, causando almeno 21 morti civili e danni a edifici residenziali e infrastrutture logistiche. Il 29 e 30 agosto altri 537 missili e droni hanno colpito Odesa, Kharkiv, Poltava e Chernihiv, con almeno un civile ucciso, decine di feriti e danni a quartieri residenziali. Il 30 agosto un attacco su larga scala con oltre 500 droni e 45 missili ha colpito 14 regioni, tra cui Kyiv e Zaporizhzhia, provocando un morto e 24 feriti a Zaporizhzhia, blackout per 25.000 utenze e danni a impianti ferroviari. Infine, il 31 agosto un raid notturno di 142 droni ha preso di mira quattro impianti energetici nella regione di Odesa, causando l’interruzione di corrente per 29.000 utenze locali e 60.000 complessive nel Paese, con un ferito lieve.
Narendra Modi, Xi Jinping e Vladimir Putin © Imagoeconomica
Le pressioni sull’India
Parallelamente, secondo fonti di Axios, gli Stati Uniti stanno inoltre intensificando la pressione sui partner internazionali per spingere l'Europa a interrompere completamente tutti gli acquisti di petrolio e gas russi, mentre considera l'imposizione di tariffe commerciali aggiuntive su India e Cina, simili a quelle già applicate dagli Stati Uniti.
In particolare, la pubblicazione specifica che l'amministrazione Trump ha chiesto privatamente alle nazioni europee di adottare sanzioni simili a quelle già imposte dall'America contro l'India, inclusa "la completa cessazione di tutte le importazioni di petrolio e gas" da Nuova Delhi. La Casa Bianca vuole inoltre che l'Europa imponga "tariffe secondarie" su India e Cina, seguendo il modello delle minacce americane già formulate se questi paesi non avessero smesso di acquistare greggio russo.
Gli Stati Uniti hanno già imposto tariffe del 50% sui beni indiani (25% di base più 25% aggiuntivi) a causa degli acquisti di petrolio russo da parte di Nuova Delhi, misure entrate in vigore ad agosto. Una dottrina che ha portato un netto riavvicinamento di Nuova Delhi alla Cina, come dimostra l’incontro tra Narendra Modi e Xi Jinping pochi giorni fa al vertice SCO di Tianjin, dove hanno ribadito di essere “partner, non rivali” e concordato il ripristino di voli diretti e l’apertura di nuovi valichi di frontiera per potenziare gli scambi commerciali.
Sarà la strada delle sanzioni, l’ultima chance per una svolta dell’impero prima del bottone rosso?
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