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Un ennesimo fendente è stato inferto oggi contro il popolo più martoriato del pianeta, nel giorno in cui il ministro della Difesa, Israel Katz, ha approvato il piano di attacco dell’Esercito israeliano a Gaza City, richiamando 60.000 riservisti.
Il governo israeliano ha dato l’approvazione definitiva al progetto di insediamento E1, un piano a lungo rinviato che prevede la costruzione di 3.401 unità abitative tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim.
Attraversando il corridoio strategico a nord-est di Gerusalemme, l’insediamento taglia fisicamente la Cisgiordania in due, compromettendo la continuità territoriale tra il suo settore settentrionale e quello meridionale e, di conseguenza, la praticabilità di uno Stato palestinese contiguo.
Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich (in foto) ha salutato la decisione come “storica”, esplicitandone con orgoglio la finalità politica: “Cancellare lo Stato palestinese dal tavolo” con fatti compiuti sul terreno, presentando l’espansione insediativa come risposta diretta alle iniziative europee verso il riconoscimento della Palestina e rivendicando il sostegno del premier Benjamin Netanyahu.

L’area E1, circa 12km² a ridosso di Gerusalemme Est e a ovest di Ma’ale Adumim, è un nodo geografico cruciale. È uno dei pochi varchi rimasti per il collegamento fra Ramallah a nord e Betlemme a sud; già oggi la mobilità palestinese è frammentata da checkpoint e deviazioni, con tempi di percorrenza dilatati. L’edificazione di E1 consoliderebbe il continuum urbano-israeliano tra Gerusalemme Est e Ma’ale Adumim, separando di fatto la Cisgiordania in due tronconi e allontanando Gerusalemme Est dal suo hinterland palestinese.
Organizzazioni come Peace Now avvertono che il progetto dividerebbe non solo nord e sud della Cisgiordania, ma anche la stessa Gerusalemme Est dai territori palestinesi, trasformando la mappa in un mosaico disconnesso.
In quest’area abitano comunità beduine come Khan al-Ahmar, da anni sotto minaccia di demolizione proprio per lasciare spazio all’espansione di E1. La presenza di questo villaggio - circa duecento persone e una scuola - è da tempo considerata simbolica: finché resta, preserva una possibilità minima di contiguità territoriale; la sua rimozione, nell’ottica dei critici, spalancherebbe la porta alla saldatura definitiva del blocco insediativo. Sullo sfondo, Ma’ale Adumim, tra i più grandi insediamenti in Cisgiordania, è cresciuto dagli anni ’70 fino a contare decine di migliaia di abitanti, con un impatto diretto sulle comunità beduine Jahalin, costrette a successivi spostamenti dal Negev e poi dalle alture intorno all’insediamento.
Il progetto E1 non nasce oggi. Fu concepito nella metà degli anni ’90, durante l’era Rabin, e ha attraversato fasi alterne di avanzamento e congelamento per via di pressioni internazionali e sensibilità diplomatiche. Netanyahu lo ha più volte rispolverato, nel 2012 e nel 2020, senza però arrivare al via libera finale. La fase attuale - segnata dalla guerra a Gaza e da un governo israeliano a trazione ultranazionalista - ha creato la finestra politica per l’approvazione definitiva, secondo i critici usata per imprimere un’accelerazione alla strategia di “fatti sul terreno”.

Foto originale © Avi Ohayon/Government Press Office of Israel. Adattata con supporto IA

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