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Raid massicci su Gaza City e “evacuazione” in 60 giorni: il piano delineato dal capo di Stato maggiore Zamir. Amnesty accusa: “campagna deliberata di fame”

Mentre a Washington si decide la possibile conclusione del sanguinoso conflitto in Europa, Israele prosegue indisturbata la sua opera di sostituzione etnica, intensificando i bombardamenti sulla principale città della Striscia, preludio – secondo fonti mediatiche israeliane – a un piano per accerchiare, entrare e occupare l’area dopo averne “evacuato” la popolazione in meno di due mesi.
Nelle ultime 48 ore i raid israeliani si sono concentrati sui quartieri orientali di Gaza City – da Zeitoun a Daraj – con un numero definito “massiccio” di attacchi aerei, affiancati da fuoco d’artiglieria e l’impiego di sistemi robotici esplosivi per demolire edifici residenziali. Fonti sanitarie e di protezione civile riferiscono che le squadre di soccorso non riescono a raggiungere le aree più colpite; molti civili fuggono sotto il rischio di mitragliamenti dei quadricotteri, altri restano perché non hanno i mezzi o perché non credono alle promesse di corridoi e ripari sicuri.
Secondo quanto riportato dal Channel 12 israeliano, il Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir avrebbe delineato a porte chiuse una tabella di marcia: entro due mesi, “evacuazione” dei residenti verso aree umanitarie, poi accerchiamento, ingresso e presa della città. In parallelo, il governo israeliano starebbe discutendo con almeno cinque Paesi extra-regionali – tra cui Indonesia, Somaliland, Uganda, Sud Sudan e Libia – possibili destinazioni per palestinesi sfollati. 

 

Amnesty International: “deliberata campagna di fame”

Ma non sono solo le bombe a creare le condizioni necessarie e sufficienti per lo sfollamento forzato della popolazione.
Amnesty International ha pubblicato il 18 agosto 2025 un rapporto che accusa Israele di condurre una “campagna deliberata di fame nella Striscia di Gaza occupata”, basato su interviste a sfollati palestinesi e personale medico che cura bambini malnutriti.

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La ricerca include colloqui con 19 palestinesi sfollati che vivono in tre campi improvvisati, due membri del personale medico di due ospedali di Gaza City, genitori di quattro bambini ricoverati per grave malnutrizione e quattro operatori sanitari in ospedali tra Gaza City e Khan Younis. “Sopravvivo con un pasto al giorno a base di zuppa di lenticchie, il pane viene distribuito solo una volta a settimana, non mangio frutta da mesi. Io sopporto la fame, ma i bambini no”, ha raccontato Abu Alaa, 62 anni, sfollato da Jabalia.
I dati presentano un quadro allarmante: secondo il Ministero della Salute di Gaza, 263 persone sono morte per malnutrizione dall’inizio della guerra, di cui 112 bambini, con 5 decessi nelle ultime 24 ore (2 bambini). Amnesty documenta almeno 66 bambini morti per malnutrizione dall’ottobre 2023 e circa 2,000 persone uccise mentre cercavano aiuti dalla fine di maggio 2024, in un contesto in cui 2,1 milioni di persone vivono sotto assedio. L’ong denuncia inoltre la gestione degli aiuti attraverso la Gaza Humanitarian Foundation, sostenuta da USA e Israele, definendola “una trappola mortale per palestinesi disperati e affamati”, con “centinaia di palestinesi uccisi” e migliaia feriti presso siti di distribuzione militarizzati, un “sistema inefficace e pericoloso” che trasforma l’accesso agli aiuti in una “trappola esplosiva”. Il 26 giugno 2025, il Programma Alimentare Mondiale ha potuto distribuire farina a Gaza City in modo ordinato senza feriti, episodio che secondo Amnesty smentisce l’efficacia del sistema militarizzato.
Sul piano giuridico, Amnesty afferma che l’uso della fame come metodo di guerra costituisce “atto di genocidio” ai sensi della Convenzione per la prevenzione del genocidio, oltre a configurare un crimine contro l’umanità, una violazione del diritto internazionale umanitario e una punizione collettiva illegale contro la popolazione civile. “La mortale combinazione di fame e malattie non è una sfortunata conseguenza delle operazioni militari israeliane. È il risultato previsto dei piani e delle politiche che Israele ha progettato e attuato negli ultimi 22 mesi per infliggere deliberatamente ai palestinesi di Gaza condizioni di vita finalizzate alla loro distruzione fisica – che è parte integrante del genocidio in corso di Israele contro i palestinesi di Gaza”, ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice senior di Amnesty International.
Intere aree – oltre l’80% della mappa della Striscia – sono classificate come “zone rosse” inaccessibili. Gli spostamenti costano centinaia di dollari che molti non hanno, e muoversi sotto bombardamenti e tiri di quadricotteri è un azzardo. “Non c’è un posto sicuro. Dove dovremmo andare?”, ripetono in molti. Le regioni occidentali sono già sovraffollate da tende e ripari di fortuna. Per alcune famiglie, restare significa rischiare raid e crolli; partire significa mettersi in marcia con bambini, anziani, disabili, senza garanzie di arrivo né di accoglienza.  

 

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Crescono le proteste in Israele

Nel frattempo Israele rischia di implodere con la protesta esplode. Uno sciopero generale di fatto e manifestazioni di massa hanno paralizzato strade e città. Le famiglie dei circa 50 ostaggi rimasti chiedono un accordo “subito”: “Non possiamo vincere una guerra sui cadaveri dei sequestrati”, ripetono, invocando anche un intervento del presidente USA Donald Trump. La polizia ha arrestato almeno 38 manifestanti. Sullo sfondo Netanyahu prepara a trincerare il suo futuro politico e secondo Ynet, esplora combinazioni di coalizione e liste unificate con i partner ultranazionalisti in vista di possibili elezioni a fine anno.
Non si può più nascondere oramai che il vero obiettivo di Israele sia la pulizia etnica per l’occupazione completa dell’enclave. Obiettivo per il quale la prigionia degli ostaggi rappresenta solo un utile strumento di condizionamento delle masse da mobilitare nelle forze armate.
In una recente intervista a Fox News Netanyahu stesso ha chiarito la strategia: "Non voglio governare Gaza. Voglio un governo diverso... Vogliamo assumere il controllo per garantire la nostra sicurezza, rimuovere Hamas" e "consegnare" la Striscia "alle forze arabe che la governeranno correttamente". Ha inoltre rivelato di aver concordato con Trump che "Israele sarà responsabile della sicurezza generale" della Striscia dopo il conflitto.
Basti pensare al decorso della tregua iniziata i 19 gennaio scorso prevedeva tre fasi distinte con impegni specifici per entrambe le parti. La prima fase di 42 giorni doveva includere il rilascio di 33 ostaggi israeliani in cambio di circa 1.000 detenuti palestinesi, il ritiro israeliano dalle aree popolate e l'incremento degli aiuti umanitari. Israele ha fin da subito violato i termini del cessate il fuoco, provocando la morte di almeno 180 palestinesi.
Nella seconda fase, Israele avrebbe dovuto ritirare i soldati dal corridoio Filadelfia entro l'8 marzo, ma il 27 febbraio 2025 funzionari israeliani hanno dichiarato che l'esercito non si sarebbe attuato il piano dal corridoio. Hamas ha immediatamente denunciato questa decisione come una "palese violazione" dell'accordo di cessate il fuoco e Netanyahu ha giustificato la permanenza militare trasformando l'area in una "zona cuscinetto" permanentemente controllata.

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