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Il vertice Nato di Madrid 2022 dovrà sicuramente essere ricordato nella storia europea come un passaggio di fondamentale importanza. Ad una lettura di evidenza palmare, che suona tuttavia oggi come non conformista, esso mette in mostra almeno tre elementi di decisivo rilievo

Primo, il fallimento del processo di unificazione politica europea. La prospettiva di un’Unione Europea in grado di affermarsi come entità autonoma, capace di assolvere un ruolo indipendente sulla scena mondiale, viene oggi interamente riassorbito nella strategia della Santa Alleanza Atlantica. La possibilità che l’Europa possa svolgere un ruolo riequilibratore nel mondo globalizzato, bilanciando l’unipolarismo anglo-sassone e respingendo le tendenze a nuove competizioni di potenza per l’egemonia mondiale, si dissolve, nel momento stesso in cui l’Unione Europea si assoggetta senza remore alla contrapposizione che i documenti della Nato affermano senza mezzi termini contro Russia e Cina, colpevoli di revisionismo.
Secondo, l’ampliamento della Nato a Svezia e Finlandia, l’affermazione del diritto della Nato ad includere nell’alleanza anche Paesi quali Ucraina e Georgia, supera in corsa qualsiasi prospettiva di distinzione tra Europa e Stati Uniti d’America: ciò avviene, si noti, a distanza di neppure un anno dal clamoroso fallimento politico-militare dell’intervento occidentale in Afghanistan. Fallimento che avrebbe dovuto condurre semmai le classi dirigenti europee ad imporre una profonda revisione di questo tipo di strumenti egemonici, formatisi dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, e dimostratisi del tutto incapaci di portare pace con giustizia nel mondo.
Terzo, la totale subordinazione diplomatica, militare, economica dell’Unione Europea alla Nato, è il coronamento dell’estensione dell’influenza nord-atlantica sul nostro continente, iniziato nel 1917, e portato trionfalmente a completamento proprio in questi giorni. Un fatto storico che, per quanto scarsamente illuminato dalla sorniona superficialità dei resoconti dei media e dall’insipienza dei politicanti al potere, supera per importanza anche la dissoluzione del comunismo sovietico 1989-1991.
Si può a questo punto dire addirittura che l’attacco di Putin all’Ucraina, che a noi appare sempre più, come abbiamo già accennato, come una trappola sapientemente predisposta dall’atlantismo più spregiudicato nei confronti della Russia, reca su di un piatto d’argento alla Nato una vittoria strategica equivalente a quelle riportate dagli Alleati nelle due guerre mondiali.
All’opinione pubblica, oggi intimidita dal quotidiano fragore della propaganda anti-russa e della minaccia epidemica, sarebbe bene segnalare che è ingenuo e molto pericoloso ritenere che questo fondamentale successo dell’atlantismo sia garanzia di pace e benessere per l’Europa dei decenni a venire.
Ci limitiamo qui a segnalare che l’inclusione di Svezia e Finlandia nel Patto Atlantico coincide con alcuni tutt’altro che ingenui cincischiamenti che si sono verificati nelle settimane passate intorno alla questione dell’énclave russa di Kaliningrad. L’ex-prussiana Königsberg oggi è la base aeronavale più occidentale della Russia nel Mar Baltico: essa è separata dalla Bielorussia, alleata di Mosca, da una sottile striscia di appena 100 km (il cosiddetto Suwalki Gap), che segna il confine fra Polonia e Lituania, si noti, ambedue affiliati Nato. Da diversi anni, il Suwalki Gap è oggetto di una morbosa attenzione degli strateghi militari, dopo l’inclusione di Polonia, Estonia, Lettonia e Lituania nell’Alleanza Atlantica, come possibile casus belli, al modo in cui lo fu nel 1939 il non lontano “corridoio di Danzica”.
Ebbene, in un contesto tanto delicato come questo, la Lituania ha preso l’iniziativa di bloccare i traffici su questa linea di comunicazione essenziale fra Kaliningrad e Russia, accampando le sanzioni imposte alla Russia stessa dall’Occidente, facendo finta di dimenticare che si tratta di un commercio con ogni evidenza interno alla Russia, con palese violazione della sovranità di quest’ultima.
Si stanno così ponendo le premesse per un possibile gioco di azione e reazione capace di innescare un conflitto, qualora Mosca ritenesse minacciato il suo controllo su Kaliningrad. Il fatto che, dopo l’adesione di Svezia e Finlandia, l’intero Mar Baltico si presenti alla Russia come un mare interamente ostile, per la possibilità per la Nato di installare sistemi d’arma d’ogni tipo lungo tutte le sue coste, è certamente un fattore di estrema preoccupazione. La Russia infatti si trova dal vertice di Madrir precluse le vie d’accesso ai mari che circondano il continente europeo. D’ora in poi, ci troveremmo davanti ad una diretta contrapposizione fra Nato e Russia, non essendovi qui più alcuno Stato cuscinetto, né neutrale o non allineato. Un elemento questo che storicamente non ha mai portato bene alla pace in Europa.
A nulla sono valsi finora nemmeno i recenti ammonimenti dell’ultranovantenne Henry Kissinger, la cui formazione culturale mitteleuropea e la lunga esperienza di confronto diplomatico con l’Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda, dovrebbero essere sufficiente garanzia di buona credibilità. Nell’intervista da lui rilasciata online a Davos lo scorso 22 maggio, l’ex Segretario di Stato statunitense ha infatti ammonito: «Considerata da un punto di vista a lungo termine, la Russia è stata, per 400 anni, una parte essenziale dell’Europa e la politica europea in quel periodo è stata fondamentalmente influenzata dalla sua valutazione europea del ruolo della Russia. A volte limitandosi ad osservare, ma in più occasioni come garante, o strumento attraverso il quale si potessero ristabilire gli equilibri europei. La politica attuale dovrebbe tenere a mente che il ripristino di questo ruolo è importante da sviluppare, in modo che la Russia non sia spinta ad un’alleanza permanente con la Cina».
Il fatto che l’Europa sia oggi totalmente appiattita sul profilo strategico del Patto Atlantico, e non riesca quindi ad esprimere una propria efficiente linea politico-diplomatica, capace di ottenere un accordo di pace tra Russia ed Ucraina, e che anzi i suoi timidi tentativi in questa direzione siano stati immediatamente soffocati dal prevalere della linea indicata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, dimostra, nella migliore delle ipotesi, la mancanza di coscienza storica delle attuali classi dirigenti europee (quella italiana in primis).
Mentre l’impressione è che la Nato veda nella Russia solo il primo dei due avversari, da affrontare e mettere nell’angolo, mentre essa si prepara anche a giocare l’ancor più rischiosa partita del Pacifico, rivolta a contrastare l’ascesa cinese. Non sembra infatti cosa da poco il fatto che al vertice Nato di Madrid dei giorni scorsi, per la prima volta in oltre settantatré anni di storia dell’alleanza, siano stati presenti anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.
Si conferma ancora una volta il fatto che la Nato, nonostante il fallimento del suo intervento afghano, è sempre più concepita come il poliziotto dell’ordine mondiale costruito in poco più di un secolo dall’Occidente anglo-sassone. Esso non ammette alternative alla propria egemonia.

Tratto da: clarissa.it

Foto © Defence Images is licensed under CC BY-NC 2.0

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