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Non la vedevo da alcuni anni. Ogni volta che mi recavo a Palermo, mi promettevo di farlo, ma poi la routine del mio lavoro mi portava inevitabilmente lontano dal suo luogo di residenza e quando poi dovevo andare via da quella città mi dispiaceva non essere riuscito a incontrarmi con lei. Un appuntamento che il mio amico e vice direttore di ANTIMAFIADuemila, Lorenzo Baldo, cercava sempre di concretizzare, essendo lei un simbolo vivente dell'Antimafia a Palermo, in Sicilia ed in tutto il mondo. Incontrarci con lei rientrava nella nostra comune lotta, principalmente per dirle di persona che ai suoi 80 anni passati la lotta contro la mafia non era oramai esclusività dei siciliani, ma anche in America Latina si abbracciava la stessa causa con uguale forza e coscienza.
Ed era proprio la coscienza che a lei non mancava, avendo visto negli anni settanta e ottanta, nelle strade siciliane, morte, violenza, sofferenze strazianti e vite spezzate non solo dai proiettili mafiosi, bensì da quella cultura criminale che inquinava ogni cosa, con incredibile accelerazione. E Letizia Battaglia, fotografa, era sempre lì, a immortalare con la sua macchina fotografica ogni evento di una comunità obbligata a convivere con il male che, in quel periodo, la faceva da padrone, in un paese che, ancora oggi, si dibatte tra l'ipocrisia e l'indifferenza di alcuni e il coraggio di altri, denunciando i mafiosi inseriti nei meandri più inimmaginabili del sistema politico italiano, e all’interno dello Stato, come se niente fosse.
Letizia Battaglia, con i suoi 87 anni, era stanca di tutto questo, ma non demordeva. Viveva la sua lotta come il primo giorno in cui, con le sue foto, denunciava al mondo tutto il danno che la mafia causava alla sua cara Sicilia. Non si lasciava intimorire, ma al contrario,  sfruttava la sua visibilità e notorietà, e ogni risorsa alla sua portata, per fare sempre qualcosa per la sua Palermo che vedeva precipitare, quotidianamente, sottomessa alle famiglie mafiose di turno.
Le fotografie immortalate da Letizia, e anche da sua figlia Shobha - che ha in parte seguito le sue orme - hanno raggiunto una notorietà internazionale; sono state la sua bandiera per poter parlare al mondo degli effetti del sistema mafioso, non solo nel suo paese, ma nel mondo intero.
Il mio primo incontro con Letizia Battaglia lo devo al mio amico e direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni, già diversi anni fa. Io sapevo chi era Letizia, ma quando me la presentarono sentii che era non solo una gran professionista, ma anche una donna integra che sapeva molto bene cosa significava essere fotografa in quella terra dalla bellezza naturale e culturale, in connivenza con la violenza mafiosa.
Lorenzo Baldo e Giorgio Bongiovanni mi hanno guidato lungo il percorso della sua storia di vita e della sua storia come fotoreporter. Ma lei, già di per sé, ad ogni incontro mi ha trasmesso la sua energia e passione nel difendere non solo la sua terra, bensì la verità e la giustizia, sempre nel mirino della mafia, con quella indescrivibile solennità che lì esercitano solo i boss, i mafiosi ed i loro sodali.


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Il magistrato Giovanni Falcone e la fotografa Letizia Battaglia © Shobha


In uno dei tanti reportage a lei dedicati raccontava che nel 1979 ebbe l'audacia di presentare una mostra sulle vittime della mafia nella città di Corleone e che lì ha provato la paura; raccontava anche che la sua infanzia era stata felice, fino a quando si sposò ancora adolescente e fu divorata da una società patriarcale. Confessò anche di essere arrivata alla fotografia a 40 anni di età e che la foto del suo primo morto, nel 1974, la segnò per sempre. Divenne una reporter della realtà violenta di un'epoca. Ricordava come durante le funzioni funebri dei mafiosi (che la minacciavano costantemente di morte, proprio per essere una donna che fotografava i loro volti), per non essere scoperta tossiva ogni volta che scattava le foto, nelle quali c'erano arte ed orrore, al punto che un giorno, guardando tutti i suoi archivi, era sul punto di bruciarli, non sopportando il dolore ma anche per sradicare completamente la bellezza che non pochi avevano riconosciuto nelle sue immagini sulla mafia. Ma cambiò idea perché capì che quelle immagini, riflesso dell'orrore di un periodo di piombo, in pieno culmine di Cosa Nostra nell'isola siciliana, specialmente a Palermo, bisognava diffonderle in tutto lo stivale italiano e in tutto il pianeta.
Letizia Battaglia è stata una donna che non solo ha vissuto tutto, a livello personale, e come professionista, ma ha anche detto tutto con parole e immagini. Ed io sono stato un privilegiato di avere potuto parlare con lei, intervistarla, osservarla o semplicemente godere della sua compagnia, nella sua casa, in un caffe, per strada, in una piazza, perché ognuna delle sue espressioni sono testimonianza di un'epoca e di una vita: la sua propria vita e quella di molti palermitani. Lei ha avuto la capacità di essere una donna-fotografa che è già tanto dire attualmente, e non una fotografa ed una donna.
L'anno scorso sono stato in Italia e lì ho saputo che si era ammalata seriamente. A causa delle restrizioni e delle misure sanitarie del Nord Italia dove mi trovavo mi fu impossibile scendere in Sicilia per incontrarla. Lorenzo Baldo mi aggiornò sul suo stato di salute e che era ricoverata. Fu dimessa e ritornò a casa sua più forte che mai, combattendo sempre per smantellare, sradicare la mafia, affrontarla, insieme ai giudici e pm che non si sono mai piegati né si piegano, né abbassano le braccia; insieme al giornalismo, che affronta il potere mafioso seguendo la sua stessa idee, i suoi stessi parametri, come cittadina di un paese dove la mafia co-governa e passeggia sotto i lampioni pubblici, ormai radicata nelle istituzioni democratiche. Ho avuto un soprassalto alla notizia del suo decesso.


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Il corpo assassinato del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, tra le mani di suo fratello Sergio, attuale Presidente della Repubblica © Letizia Battaglia


Non c’è stato tempo per le lacrime, solo l'inevitabile rassegnazione di fronte alla legge della vita e al corso implacabile che può avere una malattia. Non c’è stato tempo per i saluti. Esprimermi è stata la mia consolazione. Parlare di lei, con riconoscenza ed come un omaggio che sarà eterno, insieme ai miei colleghi dell'Italia, Giorgio e Karim; parlare di lei con i miei colleghi di Montevideo. Ho assorbito la notizia con forza d’animo, anche se mi ha lasciato tristezza. Inevitabile. Avevo appena scritto ricordando Eduardo Galeano nel 7º anniversario dalla sua scomparsa, e quasi immediatamente ho dovuto scrivere su Letizia. Anche lei andata via un 13 aprile. Quali strani propositi racchiude quella data con anni di differenza? So soltanto che, da oggi, quella stessa data significherà per me fare memoria su due giusti a me molto cari: la carissima Letizia Battaglia ed Eduardo Galeano che hanno seminato resistenza e rivoluzioni sociali con il loro talento. Possiamo solo essere loro grati; la nostra lotta che era anche la loro andrà avanti. Letizia vuole da noi che continuiamo a puntare il faro sull'orrore mafioso per creare coscienza ed Eduardo, ci chiederà di continuare a narrare gli orrori di un continente americano che si dissangua quotidianamente. 

Foto di copertina © Francesco Caraviglia

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