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Margarito Martínez Esquivel e José Luis Gamboa, oggi martiri di una professione compromessa

Solo pochi giorni fa scrivevamo dell'assassinio di due giornalisti ad Haiti, ed ora dobbiamo raccontarvi - con drammatica naturalezza - che altri due operatori della stampa sono stati uccisi, questa volta in Messico. Si tratta del fotoreporter Margarito Martínez Esquivel, di 49 anni, colpito a morte sull'uscio della sua abitazione nello stato di Tijuana e del direttore della piattaforma digitale "Inforegio", José Luis Gamboa, pugnalato nel porto di Veracruz. Ci stiamo abituando, non da giorni bensì da anni, a queste notizie che ci lasciano attoniti e  ci stringono il cuore e l'anima perché loro svolgevano lo stesso nostro lavoro, quello di informare, con la differenza che in Messico la nostra professione è caratterizzata, fagocitata possiamo dire, dal rischio di morire in qualsiasi momento, al punto che è ormai prassi nel giornalismo a quelle latitudini rimarcare in ogni articolo che quello è il paese più letale del mondo per il mondo del giornalismo.  

Cerchiamo di controllare la nostra commozione ma non posso non sentire o rimanere indifferente nel mio intimo riguardo quanto accaduto ai due colleghi, che vivevano nella loro terra nativa il giornalismo di denuncia con la stessa passione (come i miei colleghi di Antimafia sudamericana e italiana). Mi sento quindi obbligato dal profondo del mio essere a denunciare i fatti con l'unico intento di scuotere colleghi e non che vivono - quotidianamente - sommersi nel sottomondo della frivolezza e dell'indifferenza. Immersi in una bolla di sapone, inalando quotidianamente il giornalismo imposto dall'establishment, dando le spalle ai problemi sociali e alla corruzione, agli abusi di potere, alle morti di giornalisti di altre latitudini al solo fine di non soffrire le conseguenze delle loro scelte nella loro vita, a differenza dei giornalisti liberi che non si lasciano intimorire né condizionare dalla paura, non importa quanto soffrano, a modo loro, spesso  nella solitudine più profonda. Dopo aver sottolineato queste differenze mi addentro nel per niente piacevole compito di descrivervi i fatti, ricorrendo alle agenzie internazionali che hanno rapidamente diffuso la triste notizia, suscitando indignazione, pianto e rabbia, molta rabbia nelle redazioni giornalistiche. 

Le informazioni diffuse raccontano che a Margarito Martínez Esquivel è stato teso un agguato sull’ingresso della sua abitazione a Tijuana, Baja California, lo scorso 17 gennaio. Il collega lavorava per diversi media messicani ed internazionali, era specializzato in temi di sicurezza, un vero giornalista di cronaca nera, la stessa mia specialità da 30 anni, ragione per la quale, metabolizzare il suo decesso -per la simbiosi nel nostro impegno quotidiano- mi risulta difficile. 

Uno dei mezzi di comunicazione con il quale collaborava ha riferito che l'attacco è avvenuto intorno alle 13:00 e che quando sono arrivate le autorità sul luogo del crimine hanno costatato che il giornalista presentava una ferita da arma da fuoco a livello del cranio; hanno anche sottolineato che alcuni giorni prima dell'attentato il collega aveva sollecitato infruttuosamente la protezione della polizia, perché sicuramente aveva ricevuto minacce di morte.

Per dovere di cronaca parliamo della detestabile statistica che vede, in soli 18 giorni dall’inizio del 2022, già due vittime che aprono il tragico elenco dell'anno in corso, senza dimenticare che nel 2021, sono stati nove i reporter che hanno perso la vita in maniera violenta, sempre vittime di attentati per motivi legati allo svolgimento della loro professione.  

Riguardo al collega José Luis Gamboa, pugnalato il 10 gennaio nel porto di Veracruz, il suo corpo sarebbe stato trovato in una strada della frazione di Floresta, al sud del porto di Veracruz. Sulla sua persona è stato detto che proveniva da una famiglia molto rispettata di giornalisti di Veracruz. Suo padre - Apolonio Gamboa - è il fondatore del quotidiano La Noticia, del quale José Luis era direttore. Suo fratello, Polo Gamboa, è stato anche un nito giornalista.  

José Luis Gamboa aveva fondato nel 2003 un sito di notizie settimanali denominato Inforegio dove venivano pubblicate notizie ed articoli di informazione nazionale e di politica, accadimenti di vario tenore ed anche editoriali divulgati attraverso Twitter e video in you YouTube. 

Alcuni colleghi di José Luis Gamboa hanno riferito a giornalisti locali che lui stava portando avanti un prezioso lavoro di investigazione, con la caratteristica peculiare di condividere con i suoi lettori le presunte connessioni tra il crimine organizzato e membri rinomati del sistema politico dello Stato di Veracruz. In alcune occasioni Gamboa ha scritto: "La tragedia del Messico è che il narcotraffico sta sottomettendo il paese, i comuni, e anziché combatterlo l'intera struttura di poteri governativi è completamente vincolata in una enorme associazione a delinquere". 

A volte Gamboa era estremamente diretto fino a spingersi ad alludere all’ex governatore di Veracruz, Miguel ángel Yunes Linares, ed ai suoi famigliari, come personaggi in gran parte coinvolti in non pochi comuni di  Veracruz. 

Dai media locali si viene a conoscenza che Gamboa ha scritto: "Il Porto di Veracruz è da 35 anni sotto il dominio del crimine internazionale. Il CJNG (Cartello di Jalisco di Nuova Generazione) opera nella zona portuale, dove sono coinvolte famiglie che hanno potere politico, tra cui gli Yunes”.

“Dal momento che la stampa messicana mostra o segnala legami di attori politici o imprenditoriali con il narcotraffico, l'autorità deve aprire un’inchiesta  mentre invece avviene l’inverso, lo Stato e le sue istituzioni investigano e perseguono il giornalista, sempre se prima non lo ammazzano”.

Gamboa era profetico? Più che profetico. Ha palesato, senza sotterfugi né mezze parole, il senso comune e la logica dei criminali. E lui, poco più tardi, lo ha subito proprio sulla sua carne. Una terribile verità che ha dovuto affrontare al momento dell’assalto. Una terribile verità con la quale tutti gli operatori della stampa messicana convivono, giorno dopo giorno, nella loro terra nativa, oggi ormai logorata dalla criminalità che non smette di cullarsi nelle culle dell'incertezza e della corruzione, comodamente collocate dentro i nidi di vipere che – nella maggior parte dei casi – sono le "rispettabili" istituzioni degli Stati messicani.  

Jan Albert Hoosten, rappresentante del Comitato di Protezione dei Giornalisti (CPJ sigla in inglese) ha dichiarato al quotidiano El País di Madrid che il Messico è l'unica nazione dove il livello di violenza letale contro i giornalisti non è cambiato ma anzi si mantiene con i diversi governi, e ha aggiunto che “la violenza è una costante. E la conclusione, dopo tre anni di Governo di López Obrador, è che non solo non è riuscito a risolvere le decine di casi di assassini di giornalisti, difensori ed attivisti, ma ha fatto molto poco per prevenirli”. 

Un conteggio globale di questi attacchi, realizzato dall'organizzazione CPJ (Comitato per la Protezione dei Giornalisti), ci permette di stabilire che dal 1992 alla fine del 2021 sono stati assassinati 138 giornalisti in Messico. Un'altra organizzazione messicana, patrocinatrice della libertà di espressione, ‘Artículo 19’ ha riportato cifre più toccanti: dal 2000 ad oggi ci sono stati 145 assassini.  

Denunce di corruzione, cifre sconvolgenti di assassini, caos ovunque, corruzione, sicari, impunità, mancanza volontaria  di protezione, inchieste che non iniziano mai ed ogni sorta di manipolazione a diversi livelli, fanno sì che la criminalità sia la regista e la più ricettatrice di tutte le ricettatrici, all’interno degli stessi ranghi statali e della Giustizia e della Procura messicane, che nel loro agire l’unica cosa che riescono a raccogliere sono bare, sofferenze e silenzi che si tessono davanti agli occhi di tutti, con incredibile sfacciataggine. 

Aberrazioni che si commettono nei palazzi governativi e non che noi continueremo a denunciare dalle nostre pagine perché abbiamo sete di giustizia. E ricordiamo la non partecipazione della repulsiva omertà che il giornalismo compiacente e pacato esercita, sia per paura sia per comodità, o perché fa parte o gode del miele della criminalità presente là in Messico o qui, nella nostra America Latina, o nel bacino del Plata, dove il sistema criminale integrato sta divorando tutto, in maniera sottile o in modo sfacciato, mentre il paese va avanti come se niente fosse. Come se tutto accadesse sulla luna. 

Alcuni per comodità, altri per insensibilità, altri perché vi sono coinvolti, non battono ciglio quando i proiettili falciano le vite di giornalisti. Questa è la situazione. Una situazione vergognosa della nostra comunità umana. E anche della nostra famiglia giornalistica mondiale. 

Vergognoso ma reale. Molto reale.

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