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60° Marcia della Pace: I conflitti ‘dimenticati’ per necessità ed interesse

Le infinite guerre “dimenticate”, il traffico di armi, distruzioni e depredazioni, le migliaia di morti, sfollati e rifugiati. Questa è la spaventosa realtà che è stata mostrata dai numerosi relatori presenti alla conferenza della 60° Marcia per la Pace Perugia Assisi. Un quadro tragicamente dettagliato grazie alle svariate esperienze di attivisti, giornalisti e missionari nelle zone più calde del mondo: ancora oggi esistono popolazioni che sono soggette a repressione e violenza da parte di soggetti più forti come stati o coalizioni.
Tanti conflitti che la comunità internazionale, molto spesso, tende per convenienza a dimenticare, soprattutto quando gli stati coinvolti sono alleati che è meglio tenersi stretti. Sono sempre l’economia e la politica a fare da padroni in questi casi, e il conflitto, seppur tale, si trasforma purtroppo in un conflitto di secondaria importanza. Ma nessuna guerra è tollerabile, nessuna vittima può essere di serie B.

Israele e Palestina: oltre 70 anni di apartheid e violenza
Il conflitto Israelo-Palestinese è forse il più lungo della storia contemporanea, più di 70 anni di conflitto, da quando nel 1948 il movimento sionista si insediò in Palestina creando lo Stato di Israele. La regione ha visto varie guerre tra cui ad esempio quella dei sei giorni (1967) e dello Yom Kippur (1973), ogni occasione era buona per erodere porzioni di territorio palestinese ed implementarle nel neonato Stato d’Israele. Dalla nascita dello stato ebraico ad oggi, continue sono state le violenze e i soprusi, fino ad arrivare ad un vero e proprio regime di Apartheid nei confronti della popolazione civile palestinese.
Come dimenticare l’escalation di maggio 2021 che sfociò nel raid israeliano sulla striscia di Gaza. Immagini di morti e feriti circolavano nel web, addirittura molti bambini palestinesi. Tutto il mondo scese in piazza per chiedere la pace e il cessate il fuoco. Il bilancio finale fu di dodici israeliani uccisi, di cui 2 bambini, da una parte e 227 palestinesi morti, di cui 65 minori, dall’altra.
Anche nei periodi di cosiddetta ‘pace’, i militari e i coloni israeliani compiono abusi, imprigionano, picchiano, maltrattano fino ad uccidere civili palestinesi, anche bambini, e li costringono ad abbandonare le loro case. la striscia di Gaza vede un assedio che dura da 14 anni ormai, dove vengono staccati acqua e corrente elettrica, ed è difficile far pervenire generi di prima necessità come cibo e medicinali. Sono giornalieri gli episodi di violenza, “il 17 agosto scorso Tareq Zubeidi, un ragazzo di 15 anni, usciva con un gruppo di amici” ha riferito Andrea de Domenico, Vice direttore dell’ufficio di coordinamento degli affari umanitari delle Nazioni Unite, “Tareq è ferito ad una gamba e zoppica e l’auto (di coloni israeliani) riesce andargli addosso, delle persone scendono dall’auto e lo legano con una catena al cofano dell’auto. Lo portano all’interno della colonia abbandonata, lo legano ad un albero e lo seviziano per mezz’ora. Piantandogli dei coltelli sulle gambe, bruciandogli i talloni, spegnendo le sigarette addosso, fino a che lui sviene. […] i militari (israeliani) lo restituiranno alla famiglia, dopo averlo un po’ intimorito. […] L’idea era di intimorirlo e non avere conseguenze”. Un altro esempio di ciò che succede realmente in Palestina ne è quello di “Muhammad che vive in un piccolo villaggio, in una capanna, in una comunità beduina. Una zona che lo Stato di Israele ha dichiarato zona chiusa, da cui stanno cercando di rimuovere le comunità beduine da molto tempo. […] Arrivano i coloni ancora una volta e attaccano il villaggio, attaccano la casa dove stava Muhammad che stava dormendo, con un sasso colpiscono in faccia questo povero ragazzino. Questo ragazzino è stato ricoverato in ospedale con il cranio fratturato. All’età di 3 anni ha conosciuto cos’è la violenza nel quotidiano”.
“Quest’anno abbiamo avuto nella sola Cisgiordania più di 13.000 feriti e abbiamo avuto 72 morti, di cui 13 bambini, non so quanto se ne parli in giro per il mondo”
ha evidenziato Andrea de Domenico parlando di asimmetria informativa o addirittura assenza di informazione nei vari scenari di guerra in tutto il mondo.
Gli sforzi della comunità internazionale per porre fine a questo eterno conflitto sono veramente miseri, anzi diciamo apertamente che non c’è l’interesse di porvi fine. Lo Stato d’Israele porta avanti le politiche degli States in Medio Oriente ed è un loro stretto alleato, tanto stretto che può permettersi, indisturbato, qualsiasi tipo di atrocità. L’Europa non è da meno in questo gioco di interessi e passivamente segue le politiche imperialiste anche sulla questione palestinese.


laura silvia battaglia

La corrispondente del Washington Post, Laura Silvia Battaglia


Il massacro dello Yemen: gli interessi sauditi nel ‘cortile di casa’
Si è parlato poi della guerra in Yemen, una lunga guerra “che viene definita la guerra dimenticata”, ma “non è la guerra dimenticata, è la guerra che si deve, che si vuole dimenticare” ha detto Laura Silvia Battaglia, corrispondente del Washington Post.
Tutto ebbe inizio nel 2011 quando anche in Yemen il vento delle rivoluzioni arabe portò alla caduta di Saleh, primo presidente dello Yemen unificato (in carica dal 1990 al 2012), che passò il potere al suo vicepresidente Hadi. In questo processo di transizione, sponsorizzata dai principali Paesi del Golfo e dall'Occidente, gli Houthi si unirono alle forze democratiche, ma la collaborazione non durò molto a causa di divergenze sul futuro assetto dello Yemen.
Gli Houthi sono un gruppo di religione sciita che ha acquisito una forte influenza nel paese. Da sempre vengono osteggiati dai governi yemeniti di stampo sunnita vicini all’Arabia Saudita, perché si ritiene vengano sostenuti dall’Iran, anch’esso sciita.
La ribellione degli Houti al governo centrale yemenita ha visto il suo culmine con la guerra civile del 2015. Guerra in cui è intervenuta militarmente a supporto di Hadi l’Arabia Saudita, con il beneplacito statunitense. La monarchia Saudita è il più importante alleato USA, dopo Israele, in Medio Oriente. Non è un caso quindi che la comunità internazionale non sia intervenuta o, sarebbe meglio dire, non sia voluta intervenire in questo conflitto, considerato come una questione nel ‘cortile di casa’ saudita.
Il conflitto yemenita da guerra civile si è trasformato in guerra internazionale e il paese già povero in precedenza è sprofondato in una crisi umanitaria pesantissima. La guerra va avanti da più di 5 anni ormai e non si intravede la fine nonostante il neo presidente USA Biden abbia tolto il suo appoggio all’intervento Saudita.
Nel 2019 c’è stata la protesta dei portuali a Genova che non volevano caricare sulle navi le armi dirette in Yemen. Fatto per cui sono anche stati indagati dalla Procura di Genova. Ma anche in altri porti italiani è avvenuta la protesta contro le navi cariche di armi. “Sono queste le azioni che bloccheranno, dobbiamo finirla di parlare di pace, dobbiamo fare azioni, che mettano davvero in crisi questo sistema, e mettiamoci insieme! Tutte le realtà in Italia si mettano insieme con un minimo di coordinamento per pesare sul nostro governo. Se ognuno va per sé, non combiniamo nulla” queste le parole di padre Zanotelli.
In questa guerra “50 mila bambini sono stati reclutati come soldati” ha detto la giornalista Battaglia, “ho visto nel nord dello Yemen i bambini delle famiglie del nord che sostengono gli Houti, questi bambini che al mattino avevano la divisa scolastica, intorno a mezzogiorno arrivavano ai checkpoint e sulla divisa scolastica mettevano la divisa da soldato e con questa divisa andavano a combattere al fronte con i padri, con i fratelli, e molti di questi bambini sono morti. Ma ci sono anche bambini del Sudan a cui vengono dati dai sauditi 10 mila dollari per poter combattere”.
Decine di migliaia sono state le vittime civili tra il 2015 e il 2020, con più di 4 milioni profughi, di cui 2 milioni di bambini. l'80% della popolazione (24,3 milioni di persone) ha bisogno di assistenza umanitaria. “La carenza di cibo, acqua potabile, servizi igienici e assistenza sanitaria, nonché la diffusione di massicce epidemie di colera e difterite, hanno gravato sulle condizioni di vita dei civili e privato le famiglie dei bisogni primari” secondo Save the Children.
Laura Silvia Battaglia ha ricordato che “la pace non è un bene durevole, quando la si perde. […] La guerra diventa invece il bene più durevole in assoluto, perché ancora più necessaria a tutti i signori della guerra, a tutti coloro che di guerra si nutrono, a tutti i livelli locali e internazionali, e regionali. La guerra conviene. La guerra fa fare tanti soldi e li fa fare a tanti. E questo dovremmo sempre ricordarlo”.


nucci enzo

Il giornalista Enzo Nucci


Sahel, una striscia di oppressione e violenze
Il corrispondente Rai Enzo Nucci ha parlato del Sahel, una striscia di terra lunga 8.500 km che attraversa 12 stati dell’Africa centrale (Gambia, Senegal, Mauritania, Mali, Burkina Faso, Niger, Nigeria, Camerun, Ciad, Sudan, Sud Sudan ed Eritrea). In questa fascia di terra sono presenti vari gruppi jihadisti, ma l’intervento di forze militari internazionali non ha portato a grandi risultati. Tanto che la Francia ora dice di volersi ritirare, anche se molte delle materie prime che importa vengono proprio dalle ex colonie francesi, infatti “l’80% dell’uranio che usa per i suoi impianti atomici proviene dal Niger” ha ricordato il giornalista. Oltre al fatto che alcuni paesi dell’area utilizzano ancora oggi la moneta dipendente dalla Banca di Francia, cioè il franco CFA. “Potete capire – ha proseguito – l’importanza economica che ha questa zona per la Francia, non ha mai abbandonato nei fatti quella zona mantenendo la sua imponenza politica e mettendo lì governi compiacenti. […] Ora questi governi sono in crisi e cominciano a vacillare”. Ma pure “la Russia sta tornando in Africa, se ne parla poco anche di questo”, come in Sudan e in Mali tramite l’azienda di contractor Wagner che ottiene il controllo delle risorse in cambio di servizi militari. “Questo cambia ovviamente moltissimo i rapporti che la Francia avrà con il Mali e il G5 e sta disegnando una nuova carta geografica, ricordiamo che i russi sono presenti ormai da tempo in centro Africa ad esempio, dove ufficialmente sono a difesa delle grandi riserve di legno, che è pregiatissimo, delle miniere di estrazione dei brillanti, diamanti”.
Uno dei grandi problemi del Sahel rimane il radicalismo islamico che “l’abbandono della coalizione internazionale dal territorio afghano” avrebbe rinvigorito, secondo il giornalista.
Tra i paesi del Sahel ve n’è uno nato da appena 10 anni, il Sud Sudan, ottenendo l’indipendenza dal Sudan più a nord. Subito dopo l’indipendenza del 2011 è piombato in una guerra civile in cui due fazioni si contendevano il potere facendo leva sulle differenze tribali già molto marcate all’interno della popolazione.
Dall’inizio del conflitto 2,2 milioni di persone sono fuggite per cercare rifugio nei paesi confinanti e più di 1,6 milioni di persone sono sfollati interni. 400.000 i morti stimati.
La violenza sessuale viene usata come arma di guerra, interi villaggi e città sono andati distrutti e circa 19.000 bambini sono stati vittima dell’arruolamento forzato.
Intanto “l’elite politica e militare ha esportato dal 2018 ad oggi almeno 73 milioni di dollari” come ha denunciato Padre Renato Kizito Sesana, missionario e giornalista comboniano e fondatore della comunità di Koinonia, “questi sono soldi che vengono continuamente depredati ai cittadini del Sud Sudan”.
“Il 90% (delle donazioni internazionali, ndr) finisce nelle tasche degli uomini politici, nelle tasche di questa piccola elitè politico militare”, ma “l’atteggiamento della comunità internazionale è stata di girare gli occhi dall’altra parte, di non guardare, di far finta di non vedere, perché andava bene così”.
Le manifestazioni pacifiche da parte di quelle poche persone istruite volte ad un cambiamento costruttivo per la società sono state represse con la violenza e “i tentativi di far ragionare e portare a un tavolo della pace le due parti in conflitto, sono finora falliti”. Il sacerdote ha concluso con le parole “si può solamente cercare di tener viva l’idea che la persona umana è la cosa più importante. Non possiamo continuamente calpestare la dignità delle persone umane. Questo è il poco che possiamo fare”.


lucano e pace


L’Etiopia scatena una repressione silenziosa contro il Tigrè
È scoppiata circa un anno fa la guerra civile nella regione del Tigrè, nel nord dell’Etiopia, che ha visto come rivali del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (TPLF) il governo etiope e di quello eritreo. Tutto è iniziato nel 2018 quando il TPLF, principale partito del Tigrè, rifiutò la prospettiva di un unico partito nazionale, proposta dal Primo Ministro Abiy Ahmed Ali. A seguito della decisione del Primo Ministro di posticipare le elezioni nazionali a causa del Covid19, il Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè ha indetto elezioni regionali indipendenti dal processo politico nazionale. Una presa di posizione che ha portato ad un totale isolamento della regione con il blocco dei finanziamenti da parte del governo, generando uno scenario di problemi che si sono estesi a macchia d’olio nel Tigrè e nelle regioni confinanti. Un conflitto che oggi è divenuto etnico e che porta con se una grave emergenza umanitaria, in cui l’unico servizio sanitario disponibile rimane un ospedale nella capitale, mentre tutti gli ambulatori sono stati distrutti. Da un anno mancano luce ed internet, la popolazione non può usufruire dei prelievi bancari e soffre la fame non avendo accesso a quei pochi beni primari i cui prezzi sono schizzati alle stelle, licenziamenti a tappeto dei tigrini negli uffici pubblici, la chiusura delle scuole a causa della pandemia e della guerra ha esposto bambini e bambine al rischio di sfruttamento, violenze sessuali e lavoro minorile. Questa è la situazione descritta dalla Rappresentante diaspora Etiopia in Italia, Tsehainesc Cahsai Ghebre. La regione conta più di 4 milioni e mezzo di sfollati interni bisognosi di assistenza alimentare, 2,1 milioni di bambini e bambine in stato di bisogno, 60.000 persone, per lo più donne e bambini, che nonostante la chiusura dei confini e delle comunicazioni hanno trovato rifugio in Sudan. Milioni di persone vivono in situazioni disastrose, morendo di fame o per la guerra, nel tentativo di trovare un posto sicuro e nella speranza di un supporto umanitario degli organismi internazionali che, a causa di una sorda e lenta burocrazia governativa, stanno trovando molte difficoltà ad entrare nella regione.
Dopo un’osservazione più generale e tagliente sulla mostruosità e assurdità degli scenari bellici e di sfruttamento in giro per il globo, padre Alex Zanotelli ha tristemente ricordato la sentenza nei confronti dell’ex sindaco di Riace, Mimmo Lucano, “ha pagato per l’accoglienza, ha pagato pesantemente. Ero a Riace quel giorno, io ho pianto in sala quando ho sentito la sentenza”. Lucano è stato da poco condannato dal tribunale di Locri alla pena di anni 13 e 2 mesi di reclusione e al pagamento di 500 mila euro. Tra i reati contestati, quello di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Ciononostante, molte persone, anche istituzionali, hanno espresso la loro solidarietà nei confronti di Mimmo e del suo operato in favore dei migranti. Il ‘modello Riace’ avrebbe potuto essere un esempio per tutto il Paese. “Ma come si fa? La procura di Locri – ha aggiunto padre Alex – che spende due anni per portare in tribunale e condannare un uomo che non si è messo un soldo in tasca. […] Ha agito per il bene della gente”. E rimarcando le contraddizioni di questa vicenda ha detto “Locri è il cuore della 'Ndrangheta, la più potente organizzazione mafiosa al mondo. La giustizia deve andare li, non verso un poveruomo!”


zanotelli alex

Padre Alex Zanotelli


Sulla questione dei migranti il missionario ci ricorda che anche noi italiani siamo emigrati e siamo stati immigrati in altri paesi. “Sapete quante sono le persone che l’ONU riconosce come rifugiati? 82 milioni di persone, 82 milioni!”. Essi sono “il frutto di questo sistema economico militarizzato che sta pesando sull’ecosistema, dove la gente deve per forza scappare, non c'è via”. La cura a questo male è “l'accoglienza dell’altro, è questo che ci viene chiesto”.
Padre Zanotelli ha infine portato l’attenzione di tutti sul grande Gino Strada, medico ed attivista, fondatore di Emergency, mancato il 13 agosto 2021, ricordando gli enormi risultati raggiunti negli anni da questa straordinaria organizzazione umanitaria in svariati paesi. Un ricordo che deve rimanere acceso nelle menti delle persone, che funga da spinta per tutti quelli che credono in un mondo migliore fatto di giustizia ed equità, in cui le vite umane hanno tutte lo stesso valore. Creando una sempre maggiore sensibilizzazione anche verso quelle guerre “dimenticate”, smettendo così di renderci inconsapevolmente complici di tali mostruosità. Questo è anche uno dei tanti scopi della Marcia per la Pace, una comunione di valori, idee ed intenti. Perché, come è stato ripetuto più volte nel corso della conferenza, è solo uniti e con un obiettivo comune che si può essere in grado di contrastare la ‘malattia’ in cui versa la nostra società che logora milioni di persone distruggendo vite innocenti.

Continua...

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