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Era il 29 agosto, quando un drone statunitense ha lanciato un missile contro un’autovettura parcheggiata a Kabul. In un solo istante, sono stati carbonizzati dieci civili, di cui sette bambini. "Le procedure sono state eseguite correttamente ed è stato un attacco giusto": questa era stata fin da subito la versione ufficiale del Pentagono, il quale aveva sostenuto che Zemari Ahmadi, l’obiettivo, fosse vicino all’Isis-K e che la sua auto fosse piena di esplosivo. Parole che sono stati costretti a ritirare dopo che, con evidenza, è emersa la verità: giusto qualche settimana fa, il New York Times ha pubblicato un’inchiesta grazie a cui, tramite i video di sorveglianza e le testimonianze raccolte, si è potuto giungere alla conclusione che Ahmadi fosse in realtà un operatore umanitario che, da 14 anni, lavorava per la Nutrition and Education International, un’organizzazione che mira ad eliminare la malnutrizione in Afghanistan, e che quelli che i militari credevano fossero esplosivi erano, invece, taniche contenti acqua.
L’ammissione ufficiale è arrivata la scorsa settimana quando il generale Kenneth McKenzie, comandante delle operazioni militari statunitensi in Medio Oriente, ha tenuto una videoconferenza con i giornalisti al Pentagono, dove ha ammesso il “tragico errore”: "Al momento dell’attacco, ero fiducioso che questo avesse evitato una minaccia imminente per le nostre forze all'aeroporto", ha detto McKenzie, "La nostra indagine ora conclude che l’attacco è stato un tragico errore". Infine, per non far mai mancare la giusta dose di ingiustizia, il generale McKenzie ha concluso dichiarando che nessuno dei responsabili della strage sarà condannato. Come sempre, l’impunità è assoluta: a poco servono le scuse.

“Tragico errore” o “cattiva abitudine”?
Raramente capita che le forze armate statunitensi ammettano i loro crimini: in genere non rilasciano dettagli sulle loro indagini sulle vittime civili e, qualora decidessero di farlo, questo avviene solamente dopo decenni, quando ormai quei fatti possono interessare solo gli storici di professione. Il fatto che, per una volta, gli Stati Uniti abbiano ammesso un loro “errore”, è un ulteriore segno dell’importanza del giornalismo d’inchiesta e di come l’opinione pubblica abbia un bisogno impellente che tale giornalismo indaghi anche e soprattutto sulle ombre di chi detiene il potere, sia questo politico, economico o militare.
Del resto, le parole pronunciate dal generale McKenzie (“tragico errore”) non sono certo nuove. Rievocano infatti alla mente il nome di un famoso video che, pubblicato da Wikileaks nel 2010, documentava l’uccisione di civili e giornalisti iracheni da parte di un Apache statunitense: il nome del video era “Collateral murder”. Possiamo dire che questi “omicidi collaterali” siano solamente un’eccezione?
Daniel Hale, ex-analista della National Security Agency (NSA), è stato recentemente condannato a 4 anni di carcere per aver rivelato i “Drone Papers”: documenti militari statunitensi che svelano la realtà della famigerata guerra dei droni made in Usa. In questi documenti emerge con forza come il 90% delle vittime dei droni siano civili, ossia astanti che non hanno nulla a che fare con gli obiettivi previsti dai militari. Ma i “Drone Papers” svelano anche un altro fatto non secondario per importanza: la guerra dei droni è aumentata in modo esponenziale sotto l’amministrazione Obama. Prendendo ad esempio il caso dello Yemen: quando Barack Obama è entrato in carica c’era stato un solo attacco di droni statunitensi nel Paese, ossia nel novembre del 2002. Il primo attacco aereo segreto, firmato invece dalla nuova amministrazione Obama, è avvenuto nel 2009: un attacco missilistico da crociera che ha ucciso più di 40 persone, la maggior parte delle quali donne e bambini. Continuando, nel 2012 si registrava ogni sei giorni un attacco di droni in Yemen. Fino ad arrivare all’agosto del 2015, quando più di 490 persone erano state uccise in attacchi di droni nel solo Yemen.
Numeri non più rassicuranti in altri paesi, come l’Iraq e la Siria. Lo stesso Pentagono riconosce che in questi due paesi gli attacchi dei droni statunitensi hanno ucciso più di 1400 civili da quando, nel 2014, sono iniziate le operazioni contro l’Isis. Cifre al ribasso secondo Airwars, un'organizzazione no profit con sede a Londra che tiene traccia delle vittime civili nelle zone di guerra: l’organizzazione stima che siano circa 29.000 le persone innocenti (non combattenti) uccise da attacchi aerei guidati dagli Stati Uniti.
L’evidenza delle cifre umane dimostra dunque che, ciò che è successo a Kabul, va ben oltre il “tragico errore” ma, piuttosto, costituisce da molto tempo una “cattiva abitudine”.

Che ruolo ha l’Italia nella guerra dei droni?
Una recente notizia, la cui scarsa diffusione mediatica non le ha reso giustizia, dovrebbe interessarci e, allo stesso tempo, preoccuparci molto: anche l'Italia si doterà di droni militari armati da impiegare nei vari scenari operativi, armando i suoi “Reaper” acquistati dall'Aeronautica militare. La notizia è emersa dal Documento Programmatico Pluriennale 2021 in cui, come unica spiegazione, viene detto che “il nuovo strumento permetterà agli uomini impiegati a terra di lavorare con più sicurezza, potendo contare su una fondamentale opzione per neutralizzare eventuali minacce prima che queste possano manifestarsi.” La domanda che sorge spontanea è: quanti “tragici errori” futuri, come quello avvenuto a Kabul, avranno come firma anche quella italiana?
Intanto possiamo dire con certezza che l’Italia gioca già un ruolo fondamentale nella guerra dei droni statunitensi. La principale base, da cui vengono controllati i droni, si trova in Nevada ed è la Creech Air Force Base. Ma questa, da sola, non è sufficiente. Per evitare infatti che ci siano ritardi di segnale e che, anche a migliaia di chilometri, i piloti nel Nevada riescano a manovrare i droni in tempo reale, è necessaria la presenza di basi ”intermedie”, il cui scopo è quello di garantire un costante flusso di dati. Due sono le basi principali adibite a questo, definite non a caso “gemelle”: la base tedesca di Ramstein e, da qualche anno, la base italiana di Sigonella, in Sicilia. “Senza l’UAS SATCOM Relay Site”, scriveva qualche anno fa il Pentagono in riferimento a Sigonella, “gli aerei senza pilota non sarebbero in grado di effettuare le loro missioni essenziali, non potrebbero essere sostenuti gli attacchi armati e si verificherebbe una riduzione significativa delle capacità operative odierne ed un impatto negativo grave per le future missioni d’oltremare.” L’UAS SATCOM Relay Pads and Facility, citato nel virgolettato precedente, è un sito composto da dodici grandi antenne che sorgono in uno spazio di 1.200 metri quadrati. Terminato di realizzare nel 2017, questo sito serve per supportare le telecomunicazioni via satellite e le operazioni di tutti i droni dell’Aeronautica e della Marina militare statunitense, trasformando la base siciliana in uno dei maggiori centri del pianeta per il comando e il controllo dei droni statunitensi.
E’ per questo che possiamo dire che le responsabilità italiane, anche nella recente strage di Kabul, potrebbero essere già altissime, come anche ha recentemente evidenziato con un tweet la giornalista d’inchiesta Stefania Maurizi, recentemente intervistata da Antimafia Duemila. Preoccupa ulteriormente il fatto che, come segnala l’associazione Rete Pace e Disarmo, in Italia non esista un quadro legale o normativo per l’uso dei droni: “Mentre per l’uso degli aerei, in Afghanistan o in Iraq, era necessario passare attraverso l’approvazione della missione militare e quindi definire le regole di ingaggio – su cui il Parlamento poteva anche intervenire – con i droni armati che partono dal suolo italiano non c’è più un’approvazione del Parlamento. Quali sono le regole di ingaggio? Chi decide? Chi dà il via finale per un’uccisione?”.
La speranza è che, alla recente ammissione di colpevolezza degli Stati Uniti, segua un serio ed ampio dibattito sull’uso e sulla pericolosità dei droni, strumenti totalmente incontrollati nonostante vengano spacciati per “chirurgici” (si noti il paradosso: per descrivere un’arma che genera morte, viene usato un aggettivo legato invece al mondo sanitario). La fine della loro proliferazione sarebbe l’ideale, ma non sarebbe male neanche, come primo passo, punire i responsabili delle stragi compiute con questi “giocattoli”. Quantomeno, sarebbe un primo modo per disincentivarne l’utilizzo.

Foto © DVIDSHUB

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