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Qualche giorno fa, su Il Fatto Quotidiano, è stata pubblicata una breve intervista a Julia Hill, esperta di sicurezza nazionale e diritti umani che lavora per Amnesty International. A condurre l’intervista la giornalista Stefania Maurizi, profonda conoscitrice del caso Assange e di Wikileaks, con cui ha collaborato fin dal 2009. Ed è stato proprio il processo a Julian Assange e le recenti dichiarazioni in merito del presidente statunitense Joe Biden al centro della conversazione. Essendosi Julia Hill negli ultimi venti anni occupata di “extraordinary rendition”, prigioni segrete della Cia e, soprattutto, dell’impatto delle garanzie diplomatiche che i governi offrono, pur di estradare detenuti a rischio, maltrattamenti e torture, ha saputo spiegare molto chiaramente il motivo per cui non vanno tenute in considerazione le condizioni dell’accusa statunitense contro Julian Assange.

“Gli Stati Uniti con una mano danno e con una mano tolgono”
Dopo che il 4 gennaio la Corte britannica ha rifiutato l’estradizione del giornalista australiano, a causa delle sue condizioni fisiche e mentali ed a causa delle condizioni carcerarie statunitensi, il presidente Joe Biden ha deciso di fare appello e continuare il processo. Comunque, per riuscire ad estradare il giornalista, due settimane fa l’amministrazione Biden, ha offerto infatti la “garanzia” che, qualora estradato, il fondatore di WikiLeaks non verrebbe imprigionato nel carcere americano più estremo, l’Adx Florence, dove si trova il re del narcotraffico Joaquin “El Chapo” Guzman, e non sarebbe soggetto al regime speciale che va sotto il nome di “Special Administrative Measures” (SAMs).
Ma Julia Hill ha le idee molto chiare sul perché queste garanzie non vanno tenute in considerazione: “Gli Stati Uniti ci hanno reso facile capire perché dobbiamo opporci all’estradizione: con una mano danno e con l’altra tolgono. Dicono: noi garantiamo che non sarà detenuto in una prigione di massima sicurezza, non sarà soggetto alle misure speciali SAMs e riceverà le cure mediche, ma se Assange farà qualcosa che non ci piace, ci riserviamo il diritto di non garantire tali condizioni. Queste non sono affatto garanzie. Il giudice (che ha negato l’estradizione in primo grado, ndr) ha stabilito che sarebbe una misura oppressiva mandarlo negli Usa, dove può essere soggetto a condizioni di detenzione che potrebbero portarlo al suicidio. Per le leggi internazionali, il divieto di tortura è assoluto, non può essere condizionato dal comportamento che lui terrà”.
Concludendo l’intervista, Julia Hill risponde alla domanda clou: gli Stati Uniti stanno prolungando all’infinito il processo perché aspettano che Assange si suicidi o esca di prigione completamente annientato? La risposta dell’esperta di Amnesty non lascia spazio ad interpretazioni: “Visto che l’Amministrazione non ritira le accuse, e quindi la procedura va avanti, lui deve essere rilasciato (in attesa della decisione finale, ndr). Non è possibile avere una sentenza che dice: questa persona è a rischio, perché le sue condizioni mentali sono veramente fragili, ma poi lo tengono incarcerato continuando a farle degenerare".

Foto © acidpolly is licensed under CC BY-NC-SA 2.0

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