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Un sibilo fa da sfondo all’immagine e le vibrazioni dall'esterno entrano nel corpo facendolo tremare. La pelle si accappona per un istante e, prima che il respiro venga soffocato, diventa eterno. Tutto diventa confuso. È tutto un’esplosione. Quel momento, drammaticamente atteso, è arrivato. È in quell'istante che muore un giusto e nasce un martire.
È il 19 Luglio del 1992, un'autobomba esplode in via D'Amelio. Una strada di un quartiere residenziale, ai piedi del monte Pellegrino, a pochi isolati dal porto di Palermo, una strada affollata di edifici su entrambi i lati. Un luogo tranquillo. Non ci sono laboratori chimici, né depositi di armi, non ci sono edifici abitati da estremisti, non ci sono istituzioni governative, non c'è niente di atipico. Una semplice strada a doppia corsia abitata da palermitani. L'esplosione fa tremare le finestre a vari isolati di distanza. Da lontano si vedono colonne di fumo. Si potrebbe pensare che c’è stato un incidente, una fuga di gas. È una domenica qualunque; in uno degli edifici una signora anziana, Maria Pia Lepanto, si prepara a ricevere la visita di suo figlio: Paolo Borsellino.
Qualche minuto prima dell'esplosione, per strada, uno strano movimento di automobili altera momentaneamente la tranquillità del posto; un gruppo di persone si muove in blocco, fingendo normalità per non dare nell'occhio, anche se il loro continuo guardare da una parte all’altra inizia a destare sospetti. Da 57 giorni sono tutti in allerta massima. Da 57 giorni l'uomo con la scorta attende; attende quel momento.
Non aspetta per morbosità, neanche per stanchezza, aspetta perché sa; conosce il suo nemico. Un nemico che non minaccia, non avvisa. Un nemico con un curriculum intriso di sangue, che si è portato via molti dei suoi colleghi e collaboratori. Un nemico che 57 giorni prima ha ucciso Giovanni Falcone, il suo carissimo amico, il suo confidente, il suo collega, il suo alleato in questa impresa eroica conosciuta come Pool Antimafia, che con vero coraggio e rabbia si è parato di fronte ad un potere arcaico abituato alla superbia e alla sottomissione, alla soggezione, all'intimidazione; un nemico abituato all'omertà.
Alle 16:58 di quella domenica, la bomba scoppia causando la morte di Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta: gli agenti Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, la prima donna a fare parte di una scorta.
Tutti, ed ognuno di loro, si aspettavano quel momento. Il coraggio, la determinazione, la vocazione al servizio, la fiducia in quell'uomo, nella sua visione, erano determinanti nel dissipare qualsiasi dubbio. L’unico superstite è Antonio Vullo che, al momento dell'esplosione, stava parcheggiando l'automobile posizionandola per l'uscita e che ha ricordato, nelle sue dichiarazioni in tribunale: “Dopo l'esplosione sono stato avvolto da una nuvola bollente, sono rimasto a terra, all’interno del veicolo; quando sono riuscito a uscire ho visto che era tutto distrutto, ho visto Cosina, l'autista dell'altra automobile, e ho cominciato a girare senza meta, per trovare aiuto e per aiutare i miei compagni”.
L’indagine giudiziaria sull'attentato ha attraversato molteplici fasi negli anni, influenzata dall'agenda politica del momento, così come dagli interessi corrosivi di quei settori sui quali il magistrato nutriva dei sospetti e che forse erano coinvolti nell’attentato.
In un primo momento, tenuto conto della gravità dell'attentato e dell'assassinio di Giovanni Falcone avvenuto pochi giorni prima, viene istituita la squadra investigativa denominata "Falcone-Borsellino". Gruppo guidato dall’agente di polizia Arnaldo La Barbera, capo della Squadra Mobile di Palermo che svolgeva compiti di polizia giudiziaria. Le indagini portarono alla detenzione di Salvatore Candura e Vincenzo Scarantino, che si autoaccusarono del furto della Fiat 126 utilizzata per l'attentato, per il quale furono utilizzati circa 100 kg di tritolo. Dopo alcuni giorni Scarantino iniziò a collaborare con la giustizia. Sin dall’iniziò, però, la sua "collaborazione" desta sospetti tra i magistrati, tra cui Antonio Ingroia che diffida delle sue dichiarazioni, arrivando persino a non tenerle in considerazione in altre investigazioni.
Ma la pressione mediatica, le numerose proteste, l'indignazione espressa dal popolo italiano per la brutalità e l'oltraggio, obbligarono i funzionari a cercare risposte immediate, ed in alcuni casi a crearle. Le dichiarazioni di Scarantino aiutarono a consolidare l'ipotesi che il progetto dell'assassinio di Borsellino aveva visto un’accelerazione dopo l'attentato a Falcone, e che era un'azione decisa congiuntamente da tutta la cupola di Cosa Nostra. Su queste basi si arrivò rapidamente ad alcune condanne, le quali, benché importanti, non portarono però chiarezza nelle indagini già iniziate da Borsellino, ma anzi finirono per seppellire il caso, coprendo nuovamente, con un manto di mistero ed impunità, quelle menti raffinate che si nascondevano dietro Cosa Nostra. Falcone lo sapeva, Borsellino lo sapeva e per quel motivo furono assassinati.
Nel 1998, durante la seconda fase delle indagini, stavano per essere condannati in prima istanza i mandanti dell'attentato, tra loro il capo storico Toto Riina; ma Scarantino "sorprende" tutto il mondo ritrattando le sue dichiarazioni. Nega di avere preso parte al furto del veicolo ed accusa Antonio La Barbera (il poliziotto che aveva guidato le indagini, e che dopo risultò far parte dei Servizio Segreti) di avere forzato le sue dichiarazioni con intimidazioni e pressioni. Questa situazione sarà confermata, anni dopo, dalle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza che nel 2007 chiarì l'intera vicenda. Le dichiarazioni di Spatuzza, a differenza di quelle di Scarantino, godono della totale fiducia del tribunale palermitano.
Le affermazioni di Spatuzza cambiarono la rotta delle indagini che fino a quel momento si erano concentrate sulla pista di Santa Maria di Gesù, ed includevano il capo Pietro Aglieri, indagato anche per altri attentati. Spatuzza nomina i Graviano ed il clan di Brancaccio come autori del massacro. Include anche la presenza di un uomo estraneo a Cosa Nostra nel momento in cui si "armava" l'autobomba, in sintonia con quell'ipotesi che segnalava che, nell'attentato, avevano partecipato soggetti che non appartenevano a Cosa Nostra.
Ma Cosa Nostra sfilò comunque nel banco degli accusati; non solo gli esecutori, ma anche gli istigatori della mattanza furono processati; dopo la condanna di Riina seguì quella di Provenzano, e tempo dopo anche quella del super latitante, fino ad oggi, Matteo Messina Denaro, condannato seppur assente.
Ma la cosa più evidente delle indagini sull'attentato contro Paolo Borsellino è la frattura di quella corazza di silenzio e mistero che ha sempre protetto Cosa Nostra. L'identificazione e la condanna di elementi appartenenti ai servizi segreti italiani, coinvolti nell'esecuzione e nel successivo insabbiamento dell'attentato, ruppero ogni schema, ed evidenziarono che gli interessi politici di Cosa Nostra avevano radici profonde in centri di potere capaci di manipolare lo Stato da dentro.
Il giudice Nino Di Matteo, ha spiegato tutto così: "Era chiaro che nel programma originale di Cosa Nostra intervenne un improvviso fattore di accelerazione tale che si aprirono più strade. Una di queste condusse alla Trattativa Stato-Mafia. Un'altra fu quella dei contratti con la mafia. Concentriamoci su alcune dichiarazioni del Dr. Borsellino, come quelle presenti nell'intervista con i giornalisti francesi, nella quale parlò di indagini su Dell'Utri, (braccio destro di Silvio Berlusconi di Forza Italia); e quella in un'altra intervista concessa al giornalista D'Avanzo nella quale disse che sarebbe andato a Caltanissetta per recuperare informazioni su una serie di circostanze utili per comprendere chi e perché avevano ammazzato Falcone; ed infine la considerazione su Provenzano e Riina che "come due pugili si affrontavano dentro lo stesso ring" in un momento in cui molti pensavano che Provenzano fosse morto e che non c'era opposizione possibile".
Tanto Borsellino quanto Falcone sapevano di questi filoni di indagini, perché furono proprio loro ad aprirli. Essi furono coloro che trovarono il filo conduttore tra la mafia, la massoneria, gli impresari, i politici ed i servizi segreti derivati.
Forse erano proprio questi i segreti contenuti in quella "agenda rossa" nella quale Borsellino affidò le sue ultime riflessioni. 

Foto © Imagoeconomica

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