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Anche se ce lo aspettavamo - trattandosi di Iván Duque - non per questo dovremo accettarlo. In nessun modo. Anzi, ripudieremo la sua recente decisione arbitraria - che racchiude in sé quella componente criminale che lo ha caratterizzato da quando occupa la sedia presidenziale in Colombia - di militarizzare 13 città del suo paese. 

La notizia della presenza militare ha spinto numerosi organismi per i diritti umani ad allertare l'opinione pubblica sull’uso indebito della forza che provocherà più disastri di quanto possiamo immaginare. Già nell’immediato si sono registrati 59 morti nelle strade, oltre duemila arresti arbitrari, circa 700 civili feriti, di entrambi i sessi e di diverse età, tra i quali una cinquantina hanno perso totalmente la vista o presentano gravi lesioni oculari. 

È già trascorso un mese dall’inizio delle proteste. Trenta giorni di intense mobilitazioni che hanno suscitato odio e amore. Odio diretto al popolo da parte del governo, che insiste nell’etichettarlo come terrorista, solo per il fatto di manifestare stanco di eccessi, corruzione e pallottole. Amore verso la lotta contro i repressori, nelle città importanti dove lavoratori e studenti, casalinghe e padri di famiglia, sono ormai arrivati al limite della sopportazione nel vedere che la fame e la disoccupazione in Colombia stanno riducendo in frantumi la qualità di vita di migliaia e migliaia di persone e famiglie. Nel vedere che le necessità più elementari per sopravvivere degnamente e senza lussi non sono mai state prese in minimamente considerazione dal governante di turno (in questo caso Iván Duque), da molto tempo ormai, ma ancora di più adesso, che sono state emanate delle misure fiscali che sono diventate, in un batter d’occhio, l’inevitabile scintilla che ha innescato il fuoco della ribellione e della resistenza. Una resistenza che, seppure disorganizzata e popolare, non deve essere classificata come terrorista.   

Iván Duque e la schiera di politici aggrappati alla sua aureola di governante dalla linea dura - satellite indiscusso di Uribe, entrambi vili servitori dei modelli economici ed ideologici degli Stati Uniti – autoritari quali sono di natura, hanno fatto sì che, in non poche città, fosse solo la forza bruta della polizia e dei militari ad avere la parola ed il dono del comando, senza tanti complimenti, al suono dei bastoni che colpiscono teste, o delle pallottole che cavano gli occhi o troncano vite, soprattutto, vite giovani. Per non parlare dei desaparecidos che ormai superano i 300, con l'aggravante che solo 123 di loro sono riconosciuti ufficialmente. 

Le orecchie sorde dei governanti alle suppliche di pacificazione (di mettere fine alle sanguinarie repressioni) in strada, fanno ribellare chiunque; e i disastri che hanno provocato (e continuano a provocare) formano un’inevitabile spirale di violenza in terra colombiana. E continuano a far ribellare chiunque. 

Le orecchie sorde dei governanti agli adirati appelli, incentivano le forze popolari e le resistenze. E il popolo colombiano, che storicamente non conosce la tolleranza (quando si tratta di sottomissione o autoritarismi dittatoriali), scende in strada e si mobilita, a mani nude, quando può e quando non può, perché è nella sua natura  ribellarsi. Ribellarsi senza mezzi termini. 

Dopo circa 60 vittime, di fronte al mondo intero, la Defensoría del Pueblo ha chiesto che la Commissione Interamericana per i Diritti umani (CIDH) anticipasse il suo viaggio in Colombia. Allo stesso tempo membri della Missione Internazionale di Solidarietà ed Osservazione dei Diritti umani dell'Argentina si sono recati in Colombia insieme alla Comisión allo scopo di fare il punto della situazione delle proteste di strada, e hanno denunciato pubblicamente l'esercizio del terrorismo di Stato sulla popolazione. Così chiaro. Così drammatico. 

Le orecchie sorde dei governanti colombiani hanno aperto le porte dell'inferno: Iván Duque in persona si è preso la libertà di ordinare lo spiegamento di militari fortemente equipaggiati in oltre una dozzina di città, sotto la figura di "assistenza militare" con compiti di controllo,  schierando numerosi agenti, circa ottomila, in quei dipartimenti dove sono in corso blocchi stradali. 

Il pretesto insolente di Duque è la clandestina attività dei guerriglieri (che non si sono sottomessi agli accordi di pace), nelle mobilitazioni popolari. Quindi, non c'è migliore pretesto, che la presenza di guerriglieri (ovviamente dal punto di vista ufficiale), per la militarizzazione più sfacciata, a discapito della popolazione colombiana. Una nefandezza inconcepibile. 

Nel linguaggio del presidente della Colombia Iván Duque, divenuto repressore (o forse assassino), l’"assistenza militare" è sinonimo appunto di assistenza, nella panoramica locale ed internazionale, ma in realtà è sinonimo di repressione dura, dura davvero. 

Troppe le evidenze di oltraggi, abusi, violenza assassina, sparizioni. Troppe le evidenze di attentato al popolo colombiano. Troppe le evidenze di un autoritarismo con lascia passare per falciare vite, e perfino per giustificarsi con enorme cinismo, che non fa altro che oscurare le parole deliranti e demagogiche espresse nelle conferenze stampa, cercando di demonizzare una ribellione, legittima per sua natura. 

"È un massacro ed è l'esercizio del terrorismo di Stato sulla popolazione", questa la recente denuncia del portavoce della Missione Internazionale di Solidarietà ed Osservazione dei Diritti umani dell'Argentina. 

"Qua la situazione è assolutamente critica, sono ormai virali video dove sono visibili le azioni delle forze di polizia insieme a civili, ci sono denunce di torture contro studenti, abusi sessuali su donne, vessazioni, detenzioni arbitrarie, una situazione repressiva molto complessa che richiede la massima diffusione internazionale", ha denunciato pubblicamente Marianela Navarro, delegata del Fronte di Organizzazioni in Lotta (FOL) e parte della delegazione che si è recata in Colombia lo scorso 25 maggio. 

Il più candido dei cittadini del pianeta capisce perfettamente che quando Iván Duque ordina l’"assistenza militare" per il suo popolo (l'eufemismo più sfacciato che possa osare sottolineare), sta ordinando, letteralmente, di massacrarlo. 

O meglio, assassinarlo.

Foto di copertina: frame tratto da YouTube

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