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20210327 i 600 corpi spotlight rainews24 pb

“Mia sorella più piccola è stata prelevata e portata via il 5 di maggio del 1977, mio padre Miguel è stato arrestato a Buenos Aires nel maggio del 1978, aveva 36 anni. Mio fratello si chiamava Salvatore Primitera, era medico, è scomparso in Argentina nel 1980”
. E’ iniziato così il racconto di alcuni parenti delle vittime, i “desaparecidos” della dittatura Argentina, andato in onda su RaiNews 24 la sera del 23 marzo, in occasione del 45º anniversario del colpo di Stato militare in Argentina, giorno in cui si ricordano gli oltre trentamila desaparecidos, scomparsi durante la dittatura dal 1976 al 1983.
Solo l’impegno delle associazioni per i diritti umani e dei componenti dell’EAAF (Equipo de Antropología Forense) di Buenos Aires ha restituito dignità e memoria ai corpi.
Tutti gli scomparsi all'epoca erano molto giovani, addirittura si parla di sequestri di ragazzi di 13/14 anni. Fece storia la dichiarazione del generale Jorge Rafael Videla: “Prenderemo innanzitutto i sovversivi, poi i simpatizzanti e infine gli indifferenti”.
Il 24 Marzo 1976 infatti, con il golpe di Videla, la guerra diventò sporca e clandestina. Le persone sparivano nel nulla, nei registri dei commissariati, degli ospedali, non si avevano più tracce. A compiere i sequestri, le torture, gli omicidi erano gli “squadroni della morte”, le donne incinte venivano uccise dopo il parto e i figli dati in adozione alle famiglie dei militari e dei loro amici.
Il Tenente Malatto, uno degli esecutori della repressione, elaborò un piano per l’eliminazione delle opposizioni che finì per travolgere chiunque avesse ideali democratici. I Desaparecidos erano soprattutto giovani, studenti, militanti nei partiti. Le madri li cercavano bussando alle porte di ospedali, delle caserme, dei ministeri e delle carceri. Quest’ultime diventarono poi “le Madri di Plaza de Mayo”.
Alla loro lotta si è aggiunta quella delle “abuelas” le nonne, che cercano i loro nipoti perduti, quei bambini che crescevano nelle case dei militari, privati della loro vera identità.
La strategia della sparizione forzata coinvolse alcuni paesi dell’America Latina. E’ il cosiddetto Piano Condor, venuto alla luce per la prima volta nel 1992, quando il giudice paraguaiano José Agustín Fernández scoprì, durante un'indagine in una stazione di polizia di Asunción, archivi dettagliati che descrivevano la sorte di migliaia di sudamericani segretamente rapiti, torturati e assassinati, tra gli anni settanta e ottanta, dalle forze armate e dai servizi segreti di Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay e Bolivia.
Le dittature sostenute dagli Stati Uniti condivisero tra di loro informazioni, metodi, liste di nomi. Gli squadroni della morte si spostavano da un paese all’altro, liberi di torturare e uccidere.
Dopo il silenzio degli anni della dittatura, il ritorno alla democrazia provocò un’immediata richiesta di verità nella società civile argentina, che chiese di aprire quella pagina che in molti non avevano voluto vedere. Il presidente Alfonsin nel 1984 istituì la commissione nazionale d’inchiesta sui desaparecidos, presieduta da Ernesto Sabato, e in un dossier vennero raccolte le testimonianze delle persone sopravvissute ai campi.
E’ allora che iniziarono le riesumazioni di cadaveri nelle fosse comuni. A scavare in Argentina è l’EAAF (l’Equipo de Antropologia Forense) che ha recuperato 1500 corpi nelle fosse comuni, ne ha identificati 850 grazie al DNA. Altri 600 corpi sono ancora senza nomi. Tra questi potrebbero esserci 65 italiani, scomparsi nel nulla in quei giorni di feroce dittatura militare.

Oggi ancora grande impunità per i militari e i torturatori
Ancora oggi, nonostante siano venute alla luce le dinamiche che caratterizzarono quel terribile periodo, i militari della dittatura godono di impunità. Agevolati da paesi come l’Italia, che anche dopo l’8 luglio 2019, quando la prima Corte d’Assise d’appello di Roma sancì con la sentenza storica del “Processo Condor”, 24 ergastoli per il sequestro e l’uccisione di 23 cittadini di origine italiana all’epoca delle dittature militari degli anni Settanta e Ottanta, sta nascondendo e dando asilo politico ad ex esponenti delle giunte militari e dei servizi segreti, come nel caso di Carlos Malatto. Quest’ultimo è un ex militare argentino che, tra il 1976 e il 1983 e gli anni della dittatura di Videla, fu ai vertici del RIM22 (reggimento 22 della fanteria di montagna). Un gruppo di militari che nella provincia di San Juan seminò dolore e orrore, con decine di omicidi, sequestri, stupri e torture efferate perpetrate contro rivoluzionari, oppositori politici, sindacalisti e semplici cittadini, dei quali spesso non si è saputo più nulla.
Nel 2013, l’Argentina condannò quei militari all’ergastolo. Anche Malatto che del reggimento era il n.2 doveva finire dietro le sbarre. Nel 2010 però scappò in Italia sfruttando la doppia cittadinanza. L’Argentina chiese l’estradizione che nel 2014 venne negata dall’Italia dopo averla accordata in primo grado. Da allora Malatto conduce una vita tranquilla nel nostro Paese, ma i conti con la storia non sono affatto chiusi.
Fra i condannati all’ergastolo dell’8 luglio, c’è anche Jorge Nestor Troccoli, che secondo quanto emerso dalle deposizioni del “processo Condor”, negli anni Settanta era a capo dell’intelligence del FUSMA, i fucilieri navali della marina. Il suo compito era quello di organizzare la repressione contro rivoluzionari e militanti marxisti, che l’ex fuciliere andò a cercare fino in Argentina, grazie alla collaborazione con l’ESMA, la famigerata “Escuela de Mecánica de la Armada”. Sequestri, torture, scariche elettriche, anche su donne all’ottavo mese di gravidanza, a cui vennero tolti i figli appena nati.
“Dell'operazione Condor e della questione dei desaparecidos, ho avuto conoscenza tramite i servizi di stampa, soltanto diversi anni dopo il mio ritiro dalla marina militare. La patria che mi ha chiamato prima a combattere poi mi ha tradito, ingrata patria non avrai nemmeno le mie ossa”.  Questa è stata la dichiarazione spontanea di Troccoli resa nel 2016 nell’aula bunker di Rebibbia, dei 33 imputati era l’unico presente.
Quando l’Uruguay iniziò a processare i militari coinvolti nella dittatura, Troccoli fuggì in Italia, sfruttando la doppia cittadinanza, arrivò nel 2007 e attualmente vive a Battipaglia
Alla domanda della giornalista di Spotlight “Che cosa pensa dei bambini che sono stati tolti alle loro madri sotto tortura?”, Troccoli ha risposto con un semplice “non parlo”. Sulla sua testa però pende una condanna all’ergastolo che potrebbe essere confermata a breve, nel terzo grado di giudizio, quello definitivo.
Nel 2021, a 45 anni da quello che fu l'inizio di uno dei periodi più bui della storia dell'America Latina, restano tanti punti oscuri, tanti collegamenti, ma soprattutto tanti parenti delle vittime della dittatura fatti sparire nel nulla che ancora oggi aspettano giustizia.
Un comune scambio di convenienza fra l’Italia e i paesi del Sudamerica. Tutti i desaparecidos, gli assassinati sono anche una nostra responsabilità, come il buon fine di tanti processi che si stanno svolgendo in Italia.
Come in passato sono dipese anche da noi le ingiustizie che hanno vissuto in Sudamerica, così oggi dalle scelte del nostro Paese dipendono la giustizia e la speranza di tutti quelli che imperterriti continuano a lottare per avere verità.

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