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E’ impressa nella mente di tutti l’immagine dell’allora Segretario di Stato degli Stati Uniti Colin Powell che, ormai 18 anni fa, mostrava al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una semplice provetta, presentandola come la prova schiacciante del possesso di armi di distruzione di massa da parte di Saddam Hussein. Quella che si rivelò in seguito la più grande “fake news” della storia contemporanea si tradusse, il 20 marzo 2003, in una brutale guerra guidata dagli Stati Uniti che, in poco tempo, occuparono l’Iraq. Un’occupazione che durò fino al 2011, lasciandosi alle spalle un completo scenario di morte e dando il colpo di grazia ad un paese già stremato dalla recente Prima Guerra del Golfo e dalle successive inique sanzioni economiche dell’Occidente: centinaia di migliaia di civili ammazzati, dieci milioni di profughi, campi illegali di prigionia testimoni di atroci e indescrivibili torture, devastazione completa del paese e rafforzamento dei gruppi estremisti islamici. Un’occupazione che, in realtà, non è mai finita.

Una guerra resa possibile dai mass media
Il giornalista ed editore Julian Assange ha sempre ripetuto che le guerre sono il risultato di menzogne. Se non venisse deliberatamente ingannata, l’opinione pubblica non potrebbe in alcun modo accettare una guerra. La guerra in Iraq, da questo punto di vista, fu un vero successo di propaganda mediatica. Un sondaggio condotto dal New York Times, ad esempio, indicava come il 42% degli americani consultati credesse che Saddam Hussein fosse direttamente responsabile dell’11 Settembre e, il 55%, che Saddam supportasse al-Qaeda il quale, ironicamente, trovò terreno fertile solo dopo la deposizione del rais iracheno. Deliberate menzogne create dal governo statunitense e fatte circolare su ogni mezzo dalla cosiddetta “stampa libera”, la quale ebbe un ruolo di primissimo piano nel preparare il terreno alla guerra e alla devastazione dell’Iraq. Lo stesso Wikileaks ha dimostrato che, quando i media non nascondevano direttamente le nefandezze delle truppe occidentali in Iraq, le presentavano al contrario e, ovviamente, decontestualizzate: ad essere stati assassinati non erano civili ma “ribelli armati”. Affermazioni smentite in più occasioni da prove schiaccianti come il video “collateral murder”, nel quale viene mostrato il massacro a sangue freddo di giornalisti e bambini da parte di un elicottero Apache statunitense. Prima della pubblicazione di quel video, i media dissero che ad essere assassinati fossero stati dei ribelli armati, i quali avevano attaccato per primi.

L’Iraq prima dell’invasione
L’Iraq, reduce dalla Prima Guerra del Golfo (1990-1991), non era assolutamente nelle condizioni adatte per affrontare un’altra guerra. Le milizie di Saddam, infatti, avevano già subito pesantissime perdite ed erano state costrette ad un quasi totale disarmo. Lo stesso valeva per i cittadini iracheni e per le infrastrutture del paese, come testimoniava la tristemente famosa “autostrada della morte”, che collegava Kuwait City a Bàssora: una fila lunga chilometri composta da veicoli militari e civili abbandonati dopo i bombardamenti statunitensi durante il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait. Il recentemente scomparso giornalista Robert Fisk, giunto sul luogo poco dopo l’accaduto, disse: "Ho visto centinaia di morti qui; ce ne devono essere stati migliaia. Non dovremmo chiamarla, invece che Autostrada della Morte, Massacro di Mutla Ridge?".
Ma non era ancora finita. Dopo quella guerra che mise in ginocchio l’Iraq, le truppe alleate decisero di non rimuovere subito Saddam per non creare un vuoto di potere. Il paese venne allora posto sotto un regime sanzionatorio pressochè totale, il quale, applicato sia all’esportazione che all’importazione (anche di beni primari), ebbe l’effetto di strozzare completamente l’economia irachena basata quasi esclusivamente sulla vendita del petrolio. Quest’ultimo poteva essere esportato da Saddam solo sotto il controllo di una commissione presieduta da Stati Uniti e Gran Bretagna; i proventi della vendita finivano su un conto a New York della BNP Paribas (successivamente protagonista di scandali riguardanti ricatti all’Iraq) e venivano restituiti in aiuti umanitari all’Iraq. Il cosiddetto “oil for food”, il primo programma al mondo di aiuti umanitari il cui costo è stato fatto pagare interamente al destinatario degli aiuti. Cominciava ad emergere il vero motivo della guerra e delle sanzioni: ottenere il controllo dei giacimenti petroliferi iracheni. Numerosi studi, effettuati già al tempo delle sanzioni, hanno dimostrato come queste ultime avevano raddoppiato la mortalità infantile, causato epidemie di tifo e colera, fatto crollare i livelli di alfabetizzazione, ridotto alla fame un numero sempre più elevato di persone e, secondo i rapporti dell’Unicef, triplicato il tasso di mortalità. Sempre Robert Fisk, in un’importante inchiesta del 1997 pubblicata in più articoli sull’Indipendent, rivelò che il picco dei dati di mortalità infantile era riconducibile all'utilizzo di uranio impoverito nella prima guerra del Golfo. La consapevolezza internazionale sugli effetti delle sanzioni, da alcuni definite un “genocidio”, aumentava. Nel 2002, trecento autorevoli nomi di tutto il mondo, tra i quali i premi Nobel Desmond Tutu, Mairead Corrigan, Bernard Lown, firmarono l'appello di Hans-Christof von Sponeck, già coordinatore umanitario delle Nazioni Unite per l'Iraq, per chiedere la fine delle sanzioni economiche, giudicate inique e una violazione dei diritti umani. Ma il futuro per l’Iraq era completamente diverso: gli Stati Uniti avevano già pianificato una nuova guerra. Le sofferenze della popolazione irachena erano solo all’inizio.

La guerra e l’invasione statunitense 
Il 20 marzo 2003 ha inizio la Seconda Guerra del Golfo. La resistenza irachena, trovandosi nelle disastrose condizioni già descritte, non potè fare nulla di fronte alla coalizione a guida statunitense che, in meno di un mese, occupò tutte le principali città del paese. Ne seguì un’occupazione militare che durò, almeno formalmente, fino al 2011 e che raggiunse, nel 2007, un picco di 170 mila militari statunitensi stanziati nel paese. Il simbolo della brutalità di quell’occupazione è rappresentato dalla tristemente famosa prigione di Abu Ghraib, luogo di indescrivibili torture fisiche e psicologiche nei confronti dei prigionieri. I militari che ne furono responsabili non pagarono mai il prezzo delle loro azioni nonostante l’illegalità internazionale della pratica della tortura. Tutto era già stato studiato nei minimi dettagli per non avere contro la legge. Nel 2002, nel contesto della “guerra al terrorismo”, vennero infatti approvati i Torture Memos, una serie di memorandum che deresponsabilizzavano i torturatori statunitensi all’estero. E’ questo il motivo per cui le più inumane torture non sono avvenute direttamente sul suolo statunitense ma a Guantanamo, Abu Ghraib, Bucca, Salt Pitt e altre: per aggirare le leggi federali statunitensi. Il 14 marzo 2003, cinque giorni prima della guerra in Iraq, John Yoo, il legale che scrisse i Torture Memos, aggiunse un memorandum: “Le leggi federali contro la tortura, l’aggressione e la mutilazione non si applicherebbero agli interrogatori all’estero dei sospetti terroristi”.
La foto simbolo della prigione di Abu Ghraib: il prigioniero iracheno Ali Shallal al-Qaisi, nudo con un cappuccio sopra la testa e collegato a mani e genitali alla corrente elettrica, è costretto a stare in equilibrio in piedi su una scatola e minacciato di essere fulminato in caso di caduta. 
Un altro effetto generato dal vuoto lasciato dalla deposizione di Saddam fu il proliferare dei gruppi terroristici, al-Qaeda in primis. Una piaga, quella del terrorismo, che ebbe momenti di enorme espansione e richiese molto tempo prima di essere in gran parte contenuta, soprattutto grazie all’azione svolta dall’Iran e dalle milizie sciite in Iraq. Nella sua massima espansione, con la presa di Mosul nel giugno 2014, l’autoproclamato Stato Islamico (Daesh) arrivò a controllare una vasta area compresa tra la Siria nord-orientale e l'Iraq nord-occidentale. È da sottolineare come il suo futuro leader, Abu bakr al-Baghdadi, fosse stato 10 anni prima, nel 2004, arrestato dalle truppe statunitensi e internato nel campo di prigionia di Bucca,  luogo in cui rimase solamente 10 mesi prima di essere rilasciato in quanto ritenuto un normale “detenuto civile”; un privilegio che non venne invece concesso a migliaia di altri prigionieri decisamente più innocui. L’intelligence statunitense non poteva non sapere che al-Baghdadi aveva già una ricca esperienza nell’ambito di organizzazione estremistiche. Inoltre, è proprio in quella breve prigionia che emerse il futuro leader dell’autoproclamato Stato Islamico. Le prigioni ospitavano infatti sia jihadisti che ex baathisti fedeli in precedenza a Saddam Hussein: una situazione ideale per fare proseliti e radicalizzare soldati, sfruttando il malcontento generale dovuto ai crimini statunitensi in Iraq.

L’invasione non è ancora finita
Dopo il 2011, gli Stati Uniti, ormai compromessi oltre ogni limite da infiniti scandali, hanno cominciato a ritirarsi progressivamente dall’Iraq e avviato una transizione dei poteri verso un governo iracheno “autonomo”. Nel frattempo, però, il controllo del mercato del petrolio iracheno rimaneva esclusivamente nelle mani di privati come ExxonMobil, Chevron, British Petroleum e Shell. Tutt’oggi l’80% del petrolio iracheno viene esportato, lasciando la popolazione locale in una totale precarietà energetica. L’insofferenza della popolazione irachena nei confronti delle forze statunitensi è ulteriormente aumentata dopo l’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, l’eroe della guerra all’Isis in Iraq e in Siria, assassinato da un drone statunitense all’aeroporto di Baghdad nel gennaio dell’anno scorso. Da quel giorno gli attacchi delle milizie sciite verso le basi militari statunitensi in Iraq si sono intensificate, accelerando la partenza delle forze straniere che, attualmente, contano circa 2500 militari. Anche la politica irachena non ha potuto far finta di nulla. Proprio pochi giorni fa, il 18 marzo, l’attuale presidente iracheno, Barham Saleh, ha ribadito la sua decisione di “porre fine alla presenza di forze di combattimento statunitensi e straniere”. Solo agendo in questo modo sarà possibile ridare dignità al paese, cominciando a lavorare seriamente per la sua ricostruzione e il ritorno dei milioni di profughi, risultato di una tragedia lunga decenni.

Foto di copertina © The U.S. Army is licensed under CC BY 2.0

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