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Una voce che grida nel deserto. È quella del trattato Onu per la proibizione delle armi nucleari entrato in vigore il 22 gennaio, 90 giorni dopo la ratifica di almeno 50 Stati a partire dal suo avvio alla firma sancito a New York il 20 settembre 2017. Poche sorprese nella lista dei firmatari, tra i quali non figurano tutti i paesi dotati di armi atomiche e tutte le nazioni della Nato, compresa l'Italia.

La corsa alla guerra infinita dell'alleanza atlantica
Si può dire effettivamente che il programma nucleare degli Stati Uniti ed i loro alleati non potrebbe essere più florido: dopo che negli ultimi decenni la potenza a stelle e strisce si è disimpegnata da tutti i trattati per la proibizione dei sistemi anti missile, dei missili a medio raggio, del trattato cieli aperti, e portato la Nato fino ai confini della Russia, ora è posta al vertice di una vera e propria corsa agli armamenti, effettivamente la più grande degli ultimi 60 anni. Il 6 novembre, la Lockheed Martin ha firmato un contratto da 340 milioni di dollari per la produzione di missili a medio raggio, anche a testata nucleare, progettati per essere installati in Europa; per l’anno in corso, il dipartimento della difesa americano ha proposto al congresso di stanziare $ 2.865 milioni di dollari (il 14% in più rispetto al 2020), al fine di perseguire il nuovo programma avanzato sulle armi ipersoniche. Chiara risposta ai nuovi missili Russi “Khinzal” e “Avangard” presentati da Vladimir Putin nel 2018, in grado di accecare totalmente i sistemi anti missile Aegis installati in Europa.

L’Italia sceglie la guerra, con riserva
Mentre in Italia, sulla scia del trattato Onu, si levano gli accorati appelli di Papa Francesco e di padre Alex Zanotelli affinché il nostro parlamento lo ratifichi immediatamente, il ministero degli affari esteri rende pubblico un comunicato in cui sottolinea come “pur nutrendo profondo rispetto per le motivazioni dei promotori del Trattato e dei suoi sostenitori, riteniamo quindi che l’obiettivo di un mondo privo di armi nucleari possa essere realisticamente raggiunto solo attraverso un articolato percorso a tappe che tenga conto, oltre che delle considerazioni di carattere umanitario, anche delle esigenze di sicurezza nazionale e stabilità internazionale”.
Le armi nucleari sono dunque un’esigenza di sicurezza nazionale per il nostro paese, pronto ad ospitare per il 2021 le nuove bombe B61-12 che andranno a sostituire le più obsolete B61 a testata nucleare situate ad Aviano e Ghedi.
Un ennesimo voltafaccia del movimento 5 stelle, che solo 3 anni fa, sotto le vesti dell’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio si impegnò solennemente a promuovere l’adesione dell’Italia al Trattato Onu, firmando l’Appello del movimento anti nucleare Ican, organizzazione premio Nobel per la pace nel 2017.
Cosa resta di quelle belle parole e promesse? Forse una retorica spicciola che nasconde il crescente impegno del nostro paese ad investire nella guerra, nonostante il periodo di profonda crisi economica e sociale che stiamo vivendo.
Nella legge di bilancio 2021, saranno infatti destinati 6 miliardi di euro in più per realizzare nuovi sistemi d’arma e viene puntualizzato come “grazie a questo tipo di produzioni (settore aeronautico, ndr), il comparto aerospaziale e difesa in Italia ha effetti elevati sull'economia, con un moltiplicatore del valore aggiunto calcolato in 2,6 e rilevanti riflessi occupazionali, di gettito fiscale e ricadute su altri settori economici con coinvolgimento di numerose e qualificate aziende piccole, medie e intermedie, con diversi gradi di specializzazione”.


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Il ministro degli esteri italiano, Luigi Di Maio © Imagoeconomica


Aumento quotazione titolo azionario Leonardo SpA
Sembrerebbe che solo una guerra potrebbe salvarci dall’incombente crisi in corso, secondo la nostra classe dirigente: glorifichiamoci dunque dell’immensa opera salvifica rappresentata dalla portaerei Cavour, costata 1,3 miliardi di euro, o della Trieste, (1,1 miliardi di euro), senza farci mancare i 90 F35 dal costo complessivo di 14 miliardi di euro e di cui 60 (gli F35-A) a capacità nucleare. Oramai si sa, per i conflitti bellici la crisi non è mai esistita!

Una Banca NATO
Data la già conclamata sofferenza finanziaria del nostro Paese, maggiormente aggravata dal rallentamento economico causato dalla pandemia Covid-19, risulta a questo punto del tutto normale domandarsi dove reperire tali risorse monetarie. Nessun problema, arriva la Banca targata NATO.
Una banca di nuovissima creazione, di proprietà dell’Organizzazione Nord Atlantica. È questa l’idea partorita dal Center for American Progress, un’importantissima organizzazione lobbistica con sede a Washington, che vanta un contatto molto stretto con il Partito Democratico americano.
Nello studio intitolato “NATO’s Financing Gap - Why NATO should create its own bank”, facilmente consultabile presso il sito dello stesso think tank e scritto da Max Bergmann e Siena Cicarelli, viene ricordato che, “dopo l’invasione russa dell’Ucraina ed il sequestro della Crimea”, i Paesi della NATO hanno “convenuto che la difesa dell’Europa sarebbe stata una priorità assoluta, e si sono impegnati a spendere almeno il 2% del PIL per la difesa entro il 2024”. Questo, per l’Italia, significherebbe raggiungere una spesa che si aggira attorno ai 36 miliardi di Euro annui, l’equivalente di circa 100 milioni di Euro al giorno. Cifre da capogiro, specialmente se consideriamo il fatto che la nostra Costituzione, all’articolo 11, specifica che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
“Ora”, continua lo studio, “poiché la crisi del COVID-19 sta provocando danni ai bilanci di tutti gli stati membri”, è molto difficile che questi “diano priorità alla difesa”. E ancora: “Questo è un serio problema per l’Alleanza, e la NATO deve pensare in modo più creativo a come supportare un continuo investimento alleato”; “chiedere semplicemente agli Alleati di spendere di più nella difesa… sicuramente non funzionerà”. Ed ecco l’impensabile proposta da parte della lobby: storicamente, “la NATO non ha sfruttato la sua statura finanziaria collettiva, e la posizione dei suoi molti membri ricchi, per sostenere l’Alleanza. Sulla scia della crisi COVID-19, tutto ciò deve cambiare attraverso la creazione di una propria banca”. Infatti, “la NATO non solo deve essere preparata militarmente per scenari di conflitto prolungati, ma anche finanziariamente. L'alleanza non dovrebbe far ricadere l'onere di sostenere finanziariamente un massiccio sforzo regionale sugli Stati Uniti; anche altri membri della NATO dovrebbero aumentare le proprie spese militari. Ma invece di trovare un accordo finanziario nel bel mezzo di una crisi, la NATO dovrebbe pianificare ora il da farsi. Se gli Stati membri combatteranno insieme, allora determinare come finanziare tale sforzo risulta fondamentale. Una banca della NATO dovrebbe aiutare una rapida collaborazione e coordinamento tra i ministri delle finanze e i segretari del Tesoro, che prepareranno meglio l'alleanza per far fronte alle spese necessarie in caso di conflitto”.

In sostanza, questa banca targata NATO:
- Assomiglierebbe ad altre istituzioni finanziarie, ma si concentrerebbe sulle priorità concernenti la difesa alleata;
- Finanzierebbe gli sforzi economici e di investimento per i Paesi in difficoltà;
- Fornirebbe un’alternativa a quei Paesi o a quelle regioni che altrimenti sarebbero costrette a ricorrere a banche ed istituti di credito legati a concorrenti NATO, come la Cina e la Russia;
- Aiuterebbe l’Alleanza a gestire le sfide finanziarie del conflitto.
“La Banca finanzierebbe i progetti di priorità della NATO, come la modernizzazione della difesa all’interno dell’Alleanza… gli investimenti strategici in infrastrutture; gli investimenti in tecnologie emergenti come lo sviluppo del 5G; e fondi di risposta alla crisi”. In particolare, nello studio si parla di rafforzare porti, centrali elettriche, ferrovie e strade, ma anche ponti, poiché molte di queste infrastrutture “non sono in grado di sopportare il transito di equipaggiamento militare pesante come carri armati”. Visto e considerato che la Cina sta investendo pesantemente e si sta guadagnando il controllo di punti strategici fondamentali dell’Alleanza, come nel caso del Pireo in Grecia, “la NATO ha un chiaro interesse a garantire che le infrastrutture critiche per le operazioni dell'alleanza rimangano sotto il controllo degli Stati membri”. Inoltre, nello studio si parla anche dello sviluppo di una rete 5G per uso militare interna alla NATO, staccata da quella di produzione cinese.


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Fregata con bandiera Nato © Imagoeconomica


Il Center for American Progress e i suoi lati oscuri
Vien da chiedersi, dunque, che cosa sia questo Center for American Progress, chi ne faccia parte, e soprattutto quale sia il potere e l’autorità che permette a questa organizzazione di consigliare ad un’Alleanza militare di portata internazionale, quale la NATO, che cosa fare o non fare.
Il think tank è stato fondato il 24 ottobre 2003, da John Podesta. Quest’ultimo è stato Capo del Personale della Casa Bianca sotto l’amministrazione di Bill Clinton dal 1998 al 2001, e Consigliere del Presidente Barack Obama dal 2014 al 2015. E ancora, egli è stato Segretario del Personale della Casa Bianca dal 1993 al 1995, sempre sotto l’amministrazione Clinton, e Vice Capo del Personale della Casa Bianca per le operazioni dal 1997 al 1998. John Podesta è l’ex presidente, ora Presidente e Consigliere del Center for American Progress. Insomma, non uno da poco. Nel 1988, egli è stato anche fondatore, assieme al fratello Tony, del Podesta Group, società di lobbying ed affari pubblici, di fatto estintasi nel 2017. Non sono poche le voci riguardanti la vicinanza della società al Partito Democratico ed alla Amministrazione Obama. Nel 2016, Wikileaks ha iniziato a pubblicare migliaia di mail contenenti comunicazioni di Podesta sull’energia nucleare, sulla sua vicinanza alla Fondazione Clinton e sul suo possibile coinvolgimento nel presunto scandalo dell’Uranium One: nel 2013, questa società canadese, specializzata nell’estrazione dell’uranio, venne venduta alla Rosatom, società di proprietà del governo russo specializzata nel settore dell’energia nucleare. Lo scandalo coinvolgerebbe uomini d’affari, sia canadesi che russi, Bill Clinton, la sua fondazione e la moglie Hillary. Per completezza d’informazione bisogna dire che non sono mai state trovate prove a riguardo.
Presidente e CEO del Center for American Progress è Neera Tanden che, nel 2003, ebbe un ruolo centrale nella fondazione della lobby. Recentemente, ella è stata nominata Direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio sotto l’amministrazione Biden. Ha lavorato per diverse campagne presidenziali democratiche, compresa quella di Bill Clinton del 1992, quella di Barack Obama del 2008 e quella di Hillary Clinton del 2016.

Ancora fondi per la guerra?
Continuamente viene proclamato uno stato di crisi economica. Si parla di mancanza di fondi per la sanità, vengono fatti tagli all’istruzione, alla previdenza sociale, al welfare. Dunque come mai si continua ad investire miliardi negli armamenti? Non è una giustificazione l’adesione a quella Nato che nella sua storia più o meno recente ha dimostrato di essere tutt’altro che un’organizzazione “dispensatrice di pace”. Una classe politica di “camerieri e lanzichenecchi”, sia di destra che di sinistra, tradisce ogni giorno quell’articolo 11 della Costituzione in cui si legge che “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.
Sarebbe necessaria un’inversione di rotta per un Paese che esalti cultura, filosofia, arte, bellezza, e pace, anziché dilapidarle. Sarebbe quella un’Italia capace di rendere orgoglioso un popolo. Un’Italia forte, in grado di fare scelte coraggiose e controcorrente; capace di ergersi leader a difesa dei diritti e delle uguaglianza dell’umanità. Purtroppo, almeno per ora, rimane una lontana utopia.

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