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Giorgio Bongiovanni: "Israele deve riconoscere una Palestina indipendente"

Sonia Tabita Bongiovanni: "Dobbiamo ribellarci come un unico popolo"

Matías Guffanti: "Difendere la Palestina significa difendere la resistenza nel mondo"

Già da alcuni anni abbiamo stretto un profondo legame professionale (e umano) con il Movimento Culturale Internazionale Our Voice. Abbiamo partecipato insieme a diverse mobilitazioni, manifestazioni, proteste e altri eventi con lo stesso comune denominatore, che era ed è l’attivismo sociale (e la denuncia), abbracciando insieme cause a favore della vita e a favore della giustizia. È in questo ambito che viene organizzato il Forum Internazionale “Abbattendo muri, azione culturale per la Palestina”, che ha visto la nostra partecipazione congiunta, stretti in una lotta che intendiamo portare avanti senza limiti né frontiere. Perché è una lotta legittima da qualsiasi punto la si guardi. Gli argomenti a favore dei palestinesi sono tanti, per quanto l’apparato mediatico dello Stato di Israele e del sionismo (e dei governi che li sostengono) abbiano affermato e diffuso in tutto il mondo la versione a loro più conveniente, ovvero: il popolo palestinese è terrorista per natura e, quindi, ogni cosa che fa, che pensa, che rivendichi o reclami, è tutto propaganda a fini difensivi o divulgativi ed è anche terrorismo.
Noi, come giornalisti di Antimafia Dos Mil, redazione italiana e sudamericana, così come i giovani del Movimento Our Voice, non condividiamo l’idea del “terrorista palestinese”, trattandosi di una menzogna e una grossolana strategia per giustificare soprusi, detenzioni arbitrarie di centinaia di persone (inclusi giovani e bambini), violenza e soprattutto l’attuazione ricorrente di pratiche di chiaro sfondo genocida, che ha provocato uno spaventoso numero di morti negli ultimi sette decenni. Il nostro dissenso verso tali diffamazioni e soprusi di cui è vittima il popolo palestinese, ci ha spinti a partecipare al Forum Internazionale con le idee ben chiare, come atto di resistenza, affinché la comunità umana del mondo intero prenda coscienza della sopraffazione di cui è vittima il popolo palestinese da 72 anni.
In questo Forum Internazionale i relatori e invitati si sono espressi con chiarezza e senza remore. Sono intervenuti il direttore di ANTIMAFIADuemila, Giorgio Bongiovanni, la fondatrice e direttrice del Movimento Culturale Internazionale Our Voice, Sonia Tabita Bongiovanni e il Coordinatore del Movimento in Sudamerica Matías Guffanti. Hanno parlato con franchezza e senza ipocrisie. Hanno affermato verità condivisibili da qualsiasi parte del mondo. Una testimonianza libera affinché la comunità internazionale (che a volte si barrica dietro le istituzioni di potere per non prendere posizione) si risvegli e agisca, faccia un passo avanti e non si metta da parte, ignorando sofferenza, morti e disperazione come fa da anni.
Il giornalista Giorgio Bongiovanni ha preso, come si suol dire, “il toro per le corna” dicendo: “Voglio dare un messaggio su questo tema drammatico che vivono i nostri fratelli della Palestina. Sono più di 50 anni che viviamo questa situazione drammatica. Praticamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, a mio parere, l'Israele sta purtroppo mettendo in pratica una politica criminale. Nessuno discute l’olocausto, la sofferenza, la persecuzione, l’annientamento vissuti dall'Israele sotto il regime nazista. Nessuno discute che milioni dei nostri fratelli sono stati perseguitati, uccisi, eliminati, ma adesso la situazione si è rovesciata. L'Israele è stato riconosciuto dalle Nazioni Unite come Stato indipendente.
È nata così una democrazia sostenuta principalmente dagli Stati Uniti, ma l’Unione Europea ha anch'essa appoggiato l’indipendenza di Israele. Il sostegno è stato anche economico, soprattutto da parte degli Usa, per lo sviluppo di questo paese importante, straordinario. Ma successivamente Israele ha iniziato ad adottare un sistema criminale di governo e azione sociale, con la scusa della guerra preventiva perché minacciati da milioni di arabi. In effetti lo Stato di Israele è circondato da diversi paesi di religione islamica che, sulla carta, non sono democratici, sono paesi autoritari. Ma al giorno di oggi non hanno mai dimostrato di minacciare Israele. È vero che Israele ha subito degli attacchi terroristici da islamici, ma la forma di difesa è diventata aggressione e, oggi, Israele schiaccia continuamente i diritti dei palestinesi. Non ha mai riconosciuto la Palestina indipendente. La reazione contro gli attacchi terroristici criminali si è trasformata in una reazione contro la popolazione, e questo è un atto criminale. Le Nazioni Unite hanno sanzionato, ammonito con risoluzioni precise, con misure che Israele avrebbe dovuto adottare a favore della Palestina, ma che non ha mai posto in essere, disubbidendo. Quando un paese disubbidisce alle Nazioni Unite abbiamo visto che gli Stati Uniti, l’Occidente, attacca quel paese militarmente. Perché Israele ha l’arroganza di disubbidire alle risoluzioni delle Nazioni Unite? Perché nella striscia di Gaza Israele calpesta la popolazione, la priva di aria, luce, acqua? Perché, con la scusa del terrorismo islamico, sta facendo lo stesso che fece Hitler contro il suo stesso popolo? Io non sono d’accordo e protesto. La nostra idea è che Israele deve cambiare. Poi ha dei governatori. Il presidente Netanyahu è un tiranno. Il presidente Netanyahu è ancora sotto processo per corruzione. Io non so come gli ebrei continuino ad avere questo presidente e con grande arroganza affermino di essere un paese democratico, il più democratico del Medio Oriente, quando invece hanno un presidente corrotto, o sotto processo. Speriamo che il nuovo presidente degli Stati Uniti – anche se ho parecchi dubbi - possa iniziare ad attuare una politica che imponga a Israele non solo la pace, ma anche riconoscere la Palestina indipendente”.


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"Poi c’è il tema dell’Iran. Iran e Israele si odiano, questo è un dato di fatto. È un odio atavico, ma attaccare l’Iran, minacciare l’Iran, bombardare l’Iran, senza avere delle prove evidenti che abbia delle cellule terroristiche all’interno di Israele, è un abuso di potere che Israele non si può permettere. Israele ha oltre 100 bombe atomiche, sempre con la scusa di essere circondato da milioni di arabi che vogliono distruggerlo. Anche questo va contro la comunità internazionale, perché Israele non ha il diritto di avere armi atomiche, così come non lo ha l'Iran né gli altri paesi. È una giustizia falsa quella che l’Occidente sta mettendo in pratica con Israele. Il nostro appello, che è il primo passo che deve compiere Israele, è riconoscere la Palestina indipendente e mettere fine alla persecuzione dei nostri fratelli palestinesi. Viva la Palestina!”.
Sonia Tabita Bongiovanni, leader principale del Movimento Our Voice, è intervenuta nel Forum seguendo la stessa linea. Con tono giovanile ma con fermezza e sicurezza nelle parole, oltre a sostenere la lotta dei palestinesi, ha approfondito gli aspetti che si celano dietro la politica genocida messa in atto dai potenti di Israele e del mondo.
“Come Our Voice, sin dalla nascita del movimento, abbiamo voluto avvicinarci alla lotta palestinese, una delle lotte più importanti per me in tutto il mondo. Il popolo palestinese è un popolo che sta soffrendo da moltissimi anni, da moltissimo tempo, e noi tutti del Movimento abbiamo voluto sin da subito difendere quella terra, una terra da sempre maltrattata, violentata. Come Movimento Our Voice siamo sensibili a tutte le cause, a tutti i popoli del mondo, a tutti i popoli originari che stanno lottando per le loro terre. È una delle lotte che come Movimento vogliamo portare avanti, con questo evento e con tutti quelli che abbiamo fatto sin dalla nascita di Our Voice. Noi crediamo che i giovani devono manifestare in tutto il mondo, per questo e per tutti i popoli del pianeta che vengono uccisi. Noi vogliamo farlo con la nostra arte, le nostre mobilitazioni, con il grido dei giovani in ogni parte del pianeta. Dall’Italia, in Argentina, Uruguay, Paraguay e Cile bisogna che si senta questo grido. Non possiamo restare indifferenti di fronte alla questione, perché non è un problema lontano da noi. Molte volte noi giovani possiamo dire 'a me cosa interessa? La Palestina non mi riguarda, è lontana dall’America Latina'.
Cosa mi spinge a dire che devo lottare per questo paese? Dobbiamo capire qualcosa di molto importante riguardo questa terra, questi essere umani che stanno soffrendo in Palestina e in diverse parti del mondo. La cosa importante (e noi lo sappiamo) è che dietro tutto questo, dietro il genocidio in Palestina, c’è lo stesso sistema che si nasconde dietro le ingiustizie e i genocidi che viviamo in Latinoamerica, con la militarizzazione, con il capitalismo degli Stati Uniti, con il capitalismo che sta uccidendo in queste terre, che sta distruggendo questi popoli nativi".


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"La Palestina sta vivendo delle condizioni molto gravi, come si è detto durante l’evento. Noi dobbiamo sapere che dietro quello che sta succedendo c’è sempre uno stesso nemico contro il quale stanno lottando, lo stesso sistema criminale, lo stesso capitalismo. La stessa repressione che si vive in America Latina si vive anche in ogni parte del mondo. I servizi di intelligence, le persone che si nascondono, le grandi famiglie ricche, le lobby degli Stati Uniti stanno facendo tutto questo, stanno portando avanti questo genocidio per i loro interessi economici, finanziari e politici. Noi dobbiamo lottare contro l’unico nemico che si nasconde dietro a tutto questo. Dobbiamo sapere che è lo stesso nemico che sta uccidendo i nostri fratelli e sorelle in Argentina, Uruguay, Paraguay. Dobbiamo sapere che è la stessa persona che sta uccidendo quei giovani. Questo è il messaggio che sento di darvi. Dobbiamo essere sensibili a tutte le tematiche, perché siamo un’unica terra, siamo un unico grande popolo che viene assassinato, ucciso in tutto il pianeta. Noi dobbiamo ribellarci come un unico popolo, distruggere le frontiere, distruggere le barriere”.
Anche Matias Guffanti, referente di Our Voice per il Sudamerica, è stato determinato nel manifestare la propria vicinanza e quella del movimento alla causa palestinese, sottolineando che la pandemia non è né sarà di ostacolo alla lotta che deve continuare.
"Per noi, difendere la Palestina significa difendere un popolo assolutamente oppresso, perseguitato, occupato, che sta subendo grandi crimini di Stato e di guerra in questo momento. Un genocidio - possiamo affermarlo senza timore - e una persecuzione con torture e omicidi paragonabili a quelli commessi durante le dittature nei paesi latinoamericani. Difendere la Palestina non vuol dire difendere solo i palestinesi, ma ogni forma di resistenza in tutto il mondo. Credo che la Palestina oggi possa rappresentare perfettamente la resistenza di tutti i popoli oppressi dal neoliberalismo, oppressi da questo sistema, che sono perseguitati, torturati e uccisi sempre dagli stessi colpevoli. Quando parliamo della Palestina stiamo parlando degli stessi colpevoli della situazione in Sudamerica, in Europa; stiamo parlando delle stesse persone, dello stesso sistema che è dietro a tutto. Dietro c’è il sionismo, dietro c’è l'Israele, dietro ci sono gli Stati Uniti, ci sono le grandi potenze, sono loro i responsabili del fatto che si stiano arricchendo sul sangue di molti giovani, donne e nonni e bambini, godendo di un potere che non meritano assolutamente. Noi dobbiamo toglierglielo ad ogni costo. Rompere il silenzio è un modo per iniziare a parlare di questo; per conoscere il tema, iniziare a empatizzare con il popolo palestinese e creare una cultura che non sia indifferente, omertosa nei confronti di quanto sta accadendo in questo momento. Se noi vivessimo quello che stanno vivendo in Palestina saremmo disperati, pronti a uscire e a gridare dappertutto quello che vivono i nostri fratelli e sorelle in Palestina. Se non lo facciamo in questo momento è solo perché non lo stiamo vivendo. Non vogliamo che la distanza vinca su di noi. Siamo lontani, è vero, ma siamo vicini a quella resistenza, quella lotta, e non dobbiamo permettere che la distanza fisica ci distragga, ci faccia diventare persone indifferenti. Dobbiamo lottare contro quella indifferenza per mostrare il volto dei colpevoli che sono lì dietro e che sono sempre gli stessi che ci troviamo ad affrontare in ogni luogo”.


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“Credo che con pandemia o senza pandemia, con dittatura o senza dittatura, un modo lo troveremo sempre per continuare a lottare. I nostri punti di riferimento, i nostri martiri ci hanno insegnato che non c’è niente che ci possa frenare nel denunciare gli stessi criminali di sempre che oggi ci governano, che oggi sono nella politica, nell’economia, nelle grandi istituzioni e che dobbiamo additare. La pandemia sicuramente si aggiunge a tutto quello che sta avvenendo, ma abbiamo anche altre pandemie e credo che la più pericolosa che sta vivendo in questo momento il nostro pianeta e noi, nei nostri paesi, è la pandemia di una mafia che, in qualche modo, sta tessendo una rete con tutti i settori dello Stato. È proprio questa la pandemia che schiaccia i popoli, i più deboli, che stermina queste popolazioni. Bisogna combattere anche questa pandemia e non con un vaccino o con una mascherina. Si combatte unicamente se vinciamo quella paura che ci rende inermi; se vinciamo quella freddezza che ci impedisce di uscire in strada a dire quello che sta succedendo, che ci impedisce di dire quello che stanno soffrendo quei popoli e che noi non potremmo sopportare sulla nostra carne”.
"Abbiamo la possibilità di mettere fine a questa pandemia in qualsiasi modo, e credo questo ne sia uno. Questi eventi online sono sempre un mezzo per portare avanti questa lotta. Sono tutti strumenti che il sistema stesso ci offre. I mezzi di comunicazione ai quali abbiamo accesso, le reti sociali, qualsiasi strumento che il sistema ci offra lo useremo per andare avanti in questa lotta, ed è quello che intendiamo fare. Se un giorno riusciremo a ritornare sulla strada con grandi manifestazioni lo faremo, se riusciremo a viaggiare per il mondo con più facilità lo faremo. Sfrutteremo ogni mezzo a nostra disposizione perché crediamo che non ci sia un modo unico di lottare. Dobbiamo adottare tutte le forme possibili, attraverso l’arte, la creatività, la cultura, la professionalità, l’intellettualità. È questo il modo per spezzare la cultura che sostiene questo sistema che ci sta opprimendo, ci sta sfruttando. Dipende da noi accelerare il processo o renderlo ancora più lento. Io credo che abbiamo l’opportunità di accelerare, per il contesto che stiamo vivendo. La pandemia del coronavirus è anche un’opportunità per aprire una breccia nel sistema che ci dimostra sempre di più di essere prossimo alla fine, al collasso, da ogni punto di vista”.

Foto di copertina: Jamil e Karim El Sadi insieme ad Ahed Tamimi (la giovane attivista palestinese incarcerata per aver affrontato un soldato israeliano), in un incontro in terra palestinese.

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