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Lo scorso 19 settembre, ad Udine, si è tenuta la presentazione del libro “La Pace Fredda – È davvero finita la guerra in Bosnia Erzegovina?” presso il Circolo Culturale Nuovi Orizzonti.
A presentare il libro sono stati gli autori Luca Leone, scrittore, editore, giornalista e Andrea Cortesi, Direttore ISCOS Emilia Romagna. Tra i temi affrontati si è dato spazio alla condizione socio-economica della Bosnia odierna, ove riverbera ancora l’onda d’urto di un conflitto sanguinoso che ha coinvolto diverse etnie.
Vige ancora nel paese una sorta di “Apartheid silenziosa”: “Nella stessa scuola, musulmani stanno con musulmani, croati con croati e non possono fare ricreazione assieme. Nei cantoni misti, addirittura, capita che nella stessa scuola vengano insegnate due storie diverse, due geografie diverse.”
Una storia di fratellanza tra popoli rovinosamente annientata, una ferita ancora aperta dopo quasi 30 anni, una guerra a pochi chilometri dalle nostre coste, di cui l’occidente nega ancora ogni coinvolgimento. Ma cosa è accaduto davvero nella polveriera balcanica?
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L’inizio della dissoluzione

La repubblica federale socialista di Jugoslavia, fino alla morte di Tito avvenuta nel 1980, aveva visto la coesistenza pacifica di etnie molto diversificate e costituiva un paese cuscinetto tra comunismo e socialdemocrazia, forte di un modello che svolgeva il ruolo di via intermedia tra economia pianificata e liberale.
L’indebolimento e la successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica contribuì a far vacillare la posizione privilegiata che la regione aveva rispetto alle due superpotenze.
Nel 1989 il presidente George Bush convocò il primo ministro jugoslavo Ante Marković, per costringerlo a smantellare l’assetto politico ed economico vigente in favore di un sistema democratico fondato sull’economia di mercato, pena l’estromissione della Jugoslavia dal circuito finanziario della Banca Mondiale e del Fmi.
Dopo aver ricevuto un vero e proprio ricatto economico, la Jugoslavia ricevette un ingente prestito che venne utilizzato per finanziare la conversione economica del Paese; ovviamente, assieme a tale prestito, arrivarono anche le condizionalità, in vero stile occidental-predatorio: programmi di austerità, drastica contrazione dei salari ai lavoratori e dei sussidi alle industrie, tagli ingenti dei dipendenti pubblici, svalutazione della moneta, privatizzazioni… Il risultato? Aumento esorbitante dell’inflazione, crollo dei salari del 40% circa, quasi 900 aziende fallite in nove mesi, 500.000 lavoratori disoccupati nello stesso arco di tempo. Insomma, un disastro. Uno di quei disastri a cui ci hanno abituato gli eccelsi tecnocrati odierni, che professano bene e razzolano malissimo.
Ad acuire la disintegrazione Balcanica contribuì il congresso americano, che il 5 novembre 1990 approvò la legge 101/513 proposta dal senatore Bob Dole, la quale prevedeva la sospensione degli aiuti economici alla Jugoslavia, vincolava la riattivazione del flusso dei finanziamenti all’organizzazione di elezioni da tenere separatamente in ogni repubblica membra della federazione e contemplava un sostegno economico ai movimenti secessionisti.
Ben presto le crescenti correnti nazionaliste, acuite dalle divergenze economiche, presero il sopravvento. I serbi costituivano il più grande gruppo etnico della Lega dei comunisti della Jugoslavia (SKJ) e l'80% degli ufficiali dell'esercito Jugoslavo. Slobodan Milošević, presidente della Lega dei comunisti di Serbia, si oppose al piano del FMI e, incalzato dalle rivendicazioni dei lavoratori Serbi, iniziò ad appoggiare le istanze di questa determinata fascia etnica, sostenendo l'unità dei serbi e insediando i suoi sostenitori in Voivodina, Kosovo e nella Repubblica socialista del RS Montenegro.
L’ondata separatista esplose nelle altre repubbliche: quando nel 1990 si tennero le prime elezioni libere in Jugoslavia, la Slovenia proclamò la secessione e in Croazia venne eletta l'Unione democratica croata nazionalista (HDZ), guidata da Franjo Tuđman, promotore della malaugurata “Costituzione di Natale”. Essa, impregnata di tono messianico e gran trasporto religioso, di fatto eliminò le prerogative di cui godeva la popolazione serba di Croazia (il 12,5% del totale). I serbi di Croazia passarono dal ruolo di popolo co-costituente a minoranza nazionale, fattore che determinò la proclamazione della Regione Autonoma Serba della Krajina e la guerra con l’esercito Jugoslavo che ne seguì.
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Il conflitto Bosniaco
Alla Bosnia ed Erzegovina, popolata da bosniaci musulmani, croati cattolici e serbi ortodossi, non sarebbe toccata sorte migliore.
Nel febbraio 1992, il presidente mussulmano Izetbegović organizzò un referendum per l’indipendenza bosniaca, nonostante un tale atto violasse palesemente la Costituzione nazionale, in quanto proclamato in assenza di consultazioni preliminare con tutte le componenti etniche.
Il 6 aprile 1992 Stati Uniti e Comunità Europea alimentarono le fiamme di guerra e riconobbero l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina, determinando la deflagrazione dell’ormai inevitabile conflitto etnico. Il giorno seguente Radovan Karadžić, appoggiato dai serbi di Bosnia-Erzegovina e dal governo di Belgrado, proclamò l’indipendenza della Repubblica Serba di Bosnia.
Nel frattempo, i musulmani assaltarono le roccaforti federali e l’esercito regolare di Belgrado cingeva d’assedio Sarajevo.
Tutti gli schieramenti vennero investiti da un odio indescrivibile: il 26 e 27 marzo le truppe delle Forze armate della Repubblica di Croazia in coordinamento con paramilitari musulmani attraversarono il fiume Sava e massacrarono 60 civili serbi nei pressi di Sijekovac, il 4 aprile l'unità “Tigre” rispose uccidendo 17 persone a Bijeljina, lanciando dapprima una bomba nel Caffè Istanbul e poi un'altra nel negozio del macellaio del paese. Ricorda Kanita Focak in merito a quei giorni:
“Quando la Croazia ha dichiarato l’indipendenza, per la prima volta abbiamo visto una città bombardata. Vedevamo militari dell’ex esercito Jugoslavo, ma anche paramilitari e mercenari, che cacciavano persone dalle loro abitazioni e li uccidevano. E avevo sempre in mente: questo, domani, può benissimo succedere a noi’.
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Massacri ed esecuzioni sommarie di civili si susseguono dunque in tutta la Bosnia, da parte di tutte le fazioni in lotta, ma la propaganda occidentale scelse un unico capro espiatorio per le violenze alimentate, il gruppo etnico che più aveva potere in Jugoslavia: i serbi.
James Harff, all’epoca direttore della Ruder Finn Global Public Affairs, assunto all’inizio del conflitto jugoslavo dalla Croazia dai Musulmani della Bosnia Erzegovina, in un'intervista con il giornalista francese Jacques Merlino dichiarava:
“Il nostro lavoro non è di verificare l'informazione... Il nostro mestiere è di disseminare le informazioni. Quando un'informazione è buona per noi, dobbiamo ancorarla subito nell'opinione pubblica, perché sappiamo molto bene che è la prima notizia che conta. Le smentite non hanno alcuna efficacia”.
Avremo effettivamente scoperto solo anni dopo, in un articolo del Guardian datato 22 aprile 2002, in riferimento all’inchiesta olandese avviata da Ceed Wiebes, che gli Stati Uniti avevano armato direttamente gli estremisti islamici in Bosnia, violando apertamente l’embargo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro tutti i combattenti nella ex-Yugoslavia.
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A bordo dei C-130 diretti in Croazia dal medio Oriente, oltre alle armi viaggiavano anche i combattenti mujahedin che artatamente sarebbero diventati qualche anno dopo lo strumento per il casus-belli delle “guerre di pace” Nato in medio oriente. La Bosnia, secondo i dati riportati in uno studio dell’International Centre for the Study of Radicalisation and Political Violence (ICSR) tra il 2012 e il 2015, il periodo di massima espansione dello Stato Islamico, avrebbe registrato la presenza di 350 foreign fighters partiti dal paese.
Si arrivò dunque al massacro di Srebrenica del luglio 95’. I serbi, in quanto unici indiziati, vennero imputati per crimini di guerra ed il casus-belli affine all’intervento NATO nella repubblica di Srpska era servito su un piatto d’argento.
Mai si menzioneranno i massacri compiuti dalle milizie islamiste comandate da Naser Orić proprio a Srebrenica, che avrebbero scatenato l’intervento Serbo. Mai la stampa avrebbe alimentato altrettanto sdegno alle interviste del comandante riportate sul Washington Post e del Toronto Star in cui mostrava orgogliosamente villaggi distrutti, corpi mutilati mentre dichiarava in tono trionfale ai reporter di aver massacrato centinaia di serbi in un solo villaggio.
Oltre ai noti criminali assassini serbi mancano dunque ancora molte persone sul banco degli imputati per la guerra sanguinosa in Bosnia e tra questi molti sono leader del democratico occidente, quello che dietro belle parole per ammaliare le folle costruisce le trame più oscure: quelle della depredazione, della distruzione dei popoli sovrani, della guerra imperialista raccontata come umanitaria. Lottiamo per vedere presto giustizia anche per loro.

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