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di AMDuemila
Totalmente fallimentare l’incontro tra la procura italiana e quella egiziana

I genitori del ricercatore friulano: “Governo ritiri l’ambasciatore da Il Cairo”

"L'incontro fra le procure è andato malissimo. L'Egitto ha dato un vero e proprio cazzotto in faccia all'Italia, a tutti gli italiani, al nostro Stato. Bisogna dare una risposta risoluta e veloce". Sono parole di fuoco quelle di Roberto Fico, presidente della Camera dei deputati, sugli ultimi sviluppi inerenti al caso Giulio Regeni sul quale due giorni fa si sono confrontati, senza grandi risultati, la procura di Roma e del Cairo. Il caso Regeni, ha continuato Fico, "deve appartenere a tutta l'Europa. Dobbiamo fare un lavoro forte e sostanziale tramite i governi e i parlamenti europei per creare una rete che possa risolvere il caso di Giulio in Egitto". Indignazione anche per i familiari del giovane ricercatore friulano assassinato 4 anni fa. Ieri, in una nota, Paola e Claudio Regeni, hanno ribadito che “non c’è stata da parte egiziana nessuna reale collaborazione. Solo depistaggi, silenzi, bugie ed estenuanti rinvii. Il tempo della pazienza e della fiducia è ormai scaduto. Chi sosteneva che la migliore strategia nei confronti degli egiziani per ottenere verità fosse quella della condiscendenza, chi pensava che fare affari, vendere armi e navi di guerra, stringere mani e guardare negli occhi gli interlocutori egiziani fosse funzionale ad ottenere collaborazione giudiziaria, oggi sa di aver fallito. Richiamare l'ambasciatore oggi - hanno detto i Regeni - è l’unica strada percorribile. Non solo per ottenere giustizia per Giulio e tutti gli altri Giulio, ma per salvare la dignità del nostro paese e di chi lo governa".

L’incontro fallimentare tra procure
Le già poche speranze della famiglia Regeni che la procura di Roma, titolare delle indagini sulla morte del loro figlio, riuscisse a portare a casa qualche buon risultato dall’incontro coi colleghi egiziani sono state spazzate via dopo poco l’inizio del meeting. Da parte dei magistrati Michele Prestipino c’è stata insistenza, si legge in una nota diffusa dalla Procura capitolina, “sulla necessità di avere riscontro concreto, in tempi brevi, alla rogatoria avanzata nell'aprile del 2019 ed in particolare in ordine all'elezione di domicilio da parte degli indagati, alla presenza e alle dichiarazioni rese da uno degli indagati in Kenya nell'agosto del 2017". In merito il procuratore generale egiziano Hamada Elsawyha assicurato che, sulla base del principio di reciprocità, le richieste avanzate dalla procura di Roma sono allo studio per la formulazione delle relative risposte alla luce della legislazione egiziana vigente". Ma al contempo gli egiziani, si apprende, sono tornati a chiedere informazioni sulle reali attività condotte da Giulio Regeni a Il Cairo. Richieste che hanno provocato la rabbia dei Regeni. "Gli egiziani non hanno fornito una sola risposta alla rogatoria italiana sebbene siano passati ormai 14 mesi dalle richieste dei nostri magistrati. E addirittura si sono permessi di formulare istanze investigative sull'attività di Giulio in Egitto. Istanze che oggi, dopo quattro anni e mezzo dalla sua uccisione, senza che nessuna indagine sugli assassini e sui loro mandanti sia stata seriamente svolta al Cairo, suona offensiva e provocatoria”, hanno detto. Sull’esito del vertice si è espresso anche Erasmo Palazzotto (LeU), presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Regeni. “Avevo detto di non essere fiducioso rispetto a questo incontro tra procuratori, ma è andata peggio di quanto pensassi, e anche di quanto si aspettassero i genitori di Giulio”, ha affermato il deputato in un’intervista a La Stampa. I magistrati egiziani "non hanno nessun interesse nella ricerca della verità. Vedo un altro tentativo indiretto di depistaggio, sono tornati indietro a quando cercavano nel lavoro di Giulio le ragioni della sua morte - ha affermato Palazzotto - Da presidente della Commissione ho sempre mantenuto un ruolo istituzionale e ho cercato di non entrare mai nei rapporti diplomatici tra Italia ed Egitto. Ma, personalmente, ritengo che la famiglia faccia benissimo a chiedere al governo un impegno maggiore, che si tratti dell'ambasciatore o dei rapporti commerciali. Si era tanto detto che avere buone relazioni avrebbe portato dei risultati e invece oggi abbiamo la prova, se ancora ne servisse una, che non è così". "E' difficile che il governo regga a questa nuova provocazione egiziana senza prendere una posizione dura. Io stesso li avevo messi in guardia, avevo detto in audizione che se avessimo fatto un'apertura di credito e l'Egitto ci avesse risposto picche ci saremmo trovati in grosse difficoltà. Forse sarebbe stato più prudente aspettare l'incontro delle procure prima delle aperture commerciali. - ha sottolineato Palazzotto - In questi anni l'Italia ha collaborato, eppure non abbiamo fatto grandi passi avanti. Al contrario. L'Egitto non pare più fermo ma all'offensiva, si muove in direzione opposta a quanto auspicavamo. Dopo la consegna dei presunti oggetti di Giulio che invece non gli appartenevano ed erano il risultato del peggior depistaggio, ecco un altro tentativo di confondere le acque. I genitori sono oltraggiati, arrabbiati, è una provocazione”, ha concluso.

Nel mirino dei pm altri 007 egiziani
Nel frattempo all’indomani dell’incontro tra i procuratori italiani ed egiziani ci sono almeno altri cinque uomini appartenenti agli 007 egiziani su cui la Procura di Roma sta svolgendo accertamenti in relazione al rapimento di Giulio Regeni. Si tratta di cinque colleghi degli ufficiali già iscritti nel registro degli indagati dal pm Sergio Colaiocco il 4 dicembre del 2018. I nomi degli altri agenti della National Security spuntano dai tabulati telefonici forniti nei mesi scorsi dalle autorità egiziane.
Tra i dodici punti della rogatoria inviata nel maggio del 2019 dai magistrati di piazzale Clodio si fa riferimento agli altri cinque che avrebbero avuto un ruolo nella vicenda di Regeni. In particolare si chiedeva di "mettere a fuoco il ruolo di altri soggetti della National Security che risultano in stretti rapporti con gli attuali cinque indagati.

Foto © Imagoeconomica

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