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di Agustín Saiz
Alberto Fernández è il candidato eletto nelle ultime elezioni ed il 10 Dicembre assumerà la presidenza di una nazione stremata. È ancora molto quello che deve digerire una popolazione psicologicamente devastata dalla grave crisi che ha dovuto sopportare in questi ultimi quattro anni. Solo adesso il Paese è riuscito, con le ultime forze, ad arrestare solo per il momento la macchina distruttiva dell'ingegnere Mauricio Macri. Nell'Argentina di oggi non è rimasto in piedi niente. A partire dal presente è soltanto una piccola pausa e con Alberto Fernández alla guida tutto il paese si prepara a fare un nuovo passo ed entrare in un diffuso labirinto di Borges. Come in un incubo, qualsiasi delle opzioni si scelga può comportare una via di uscita o moltiplicare le incognite. Dipende dalla forza e trasparenza di chi la prenderà… ma chi è Alberto Fernández? Ancora oggi nessuno lo sa. In mezzo a tanta disperazione a nessuno è molto chiaro come e perché arriva alla presidenza, né per quale motivo… È un mistero che ci porta ad un altro mistero: il fantasma di Néstor Kirchner. La cosa più probabile è che Alberto sia solo questo, lo spettro di un fantasma che si aggira per l'Argentina e che di notte non riesce a riposare e ogni tanto deve uscire a farsi un giro.

Chi è Alberto Fernández?
Alberto Fernández arriva a sorpresa alla presidenza come una figura moderata, capace di riconciliare in uno stesso spazio l'unità di un'opposizione necessaria per spodestare Macri. Pochi mesi prima la sua figura era quella di un importante esponente politico ma che nessuno avrebbe considerato come candidato. È curioso come il destino di un paese importante per la regione, come l'Argentina, abbia punti in comune con il Brasile, dove nemmeno Bolsonaro era preso sul serio da nessuno mesi prima di essere eletto. Sebbene i suoi profili ideologici sono ben definiti, la dinamica della psicologia delle masse converge in loro per canalizzare allo stesso modo angosce e paure. Gli stati animici più elementari dell'uomo sembrano essere al di sopra delle più acute analisi politiche e determinanti per definire il proprio destino. E questo, chi fa dell’Argentina un laboratorio di ingegneria sociale lo sa.
Le paure, nel caso degli argentini trovano giustificazione nella disintegrazione del proprio tessuto sociale a colpi di aumenti irrazionali di imposte, prodotti e tariffe del servizio pubblico che rendono impossibile qualsiasi progetto di vita. Pensionati, impiegati, operai, docenti, scienziati, commercianti… tutti i settori sono stati decimati. Il taglio dei fondi non necessario a settori dello stato come la sanità o l'istruzione, le perdite massicce di posti di lavoro a seguito della chiusura di centinaia di fabbriche e decine di migliaia di attività commerciali che abbassano le loro saracinesche, somigliano di più ad una punizione indotta ad un castigo per la società che ad una ricetta di economia neoliberale. In Argentina migliaia di persone continuano ogni giorno a sprofondare sistematicamente nella povertà. Simultaneamente a questo processo, mentre la popolazione continuava ad essere bombardata fino allo sfinimento da tanti problemi, e trascinata permanentemente nel caos, il governo dava il via ad un processo ingiustificato processo di emissione di debito pubblico che provoca la fuga record di capitali dall'Argentina all’estero fino ad arrivare al default tecnico. Macri è riuscito ad ottenere un doppio merito, nessuno prima di allora era mai riuscito a svuotare le riserve di un Paese in così poco tempo.
Inoltre, nello stesso periodo l'Argentina ha acquistato armi e tecnologia militare dagli USA e Israele e ha adottato un sistema di repressione focalizzato nella persecuzione di leader sociali e di comunità native. In questo modo, si completa il tripode concettuale su cui si colloca l'apparente estemporaneo governo di Macri: adeguamenti economici e repressione sono necessari per garantire il saccheggio. La domanda è se questo processo di fuga di capitali avrebbe potuto essere attuato senza la complicità dell'opposizione che spesso ha agito più come dispositivo di contenimento sociale che come canalizzatore delle rivendicazioni della gente. In Ecuador o in Cile vediamo reazioni in massa e spontanee del popolo che qui non sono avvenute per cause minori o simili a quelle di cui stiamo parlando. Se la situazione è questa, la retorica del Frente de Todos con Alberto Fernández e Cristina Kirchner in testa è sicuramente falsa: non hanno cacciato via Macri, al contrario lo hanno lasciato governare fino che ha voluto andare via e ha concesso loro il cambio di turno.

fernandez kirchner

Alberto Fernández e Cristina Kirchner © Ronaldo Schemidt / AFP


Questa possibile transizione illusoria di potere o alternativa di spazio politico genuino si è potuta rispecchiare domenica scorsa nei dati emersi dalle urne. Se Macri avesse cercato di recuperare la quantità di voti dispersi nelle altre alternative di destra, sarebbe potuto arrivare molto vicino alla vittoria con il 44% dei voti, (rispetto al 47% di Alberto Fernández).
Avrebbe potuto optare anche per la formazione di una coalizione con Lavagna (che può contare su un’elevata percentuale di voti ‘antikirchneristi’, e tentare di vincere le elezioni mediante una strategia più aperta. Ma al di là delle ipotesi, ciò che è chiaro è che oggi non esiste la supremazia di un partito su un altro e che il potere politico continua ad essere diviso quasi allo stesso modo in Argentina. In ogni caso la tensione sociale della gente resta incanalata nell'euforia di una vittoria che caccia via Macri "affinché non ritorni mai più”, attraverso un spazio politico che funga da garante del debito. Forse, sull'orlo di un vero collasso del paese e senza poter più fare niente altro, la cosa più intelligente per Macri è stata quella di negoziare una transizione il più pulita possibile, evitando così una persecuzione politica o giudiziale come conseguenza dei suoi crimini.
È in questo caso, per riuscirci, è necessario evocare un fantasma: quello di Néstor Kirchner.
L'immagine di Néstor Kirchner è radicata nell'immaginario collettivo come quella di colui che è riuscito ad emancipare gli Argentini dopo un'altra tremenda crisi come quella del 2001. Alberto Fernández è un punto di riferimento facilmente associato a quel primo periodo del Kirchnerismo avendo avuto un ruolo da protagonista come ministro del governo. In quel periodo la retorica antimperialista e la rivendicazione dei diritti umani attraverso il riconoscimento delle vittime della dittatura, permisero di iniziare una nuova tappa nell'Argentina dove la matrice economica industriale si trasformò in esportatrice di materie prime, che permise l'entrata di valuta e la rinegoziazione di un debito fraudolento stipulato durante la dittatura. L'Argentina cambiava padroni, con la nascita di una nuova borghesia amministratrice del capitale internazionale.
Oggi ci troviamo allo stesso punto.
Il fantasma è ritornato.
Alberto è Néstor.

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