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di Mattia Fossati
Ecco chi detta le regole nel paese dei due Presidenti

Da due anni il Venezuela è nel caos. Il bolivar è crollato, i prezzi sono schizzati alle stelle, la disoccupazione giovanile ha toccato i massimi storici e quasi quattro milioni di persone hanno abbandonato il paese, trasferendosi tra Brasile, Perù e Colombia. Lo scontro tra Maduro e Guaido, per la presidenza della Repubblica, ha dato il colpo di grazia. In quest’anarchia totale, solo i cartelli del crimine non hanno perso potere. Anzi, grazie a questa crisi, sono riusciti ad aumentare il proprio peso nella politica venezuelana. Stiamo parlando di ex militari, paramilitari, generali dell’esercito al soldo dei narcos e guerriglieri delle Farc.
Personaggi uniti da un unico interesse: trasformare il Venezuela in un narco-Stato.
Il cartello de los Soles è l’esempio perfetto. Nato a fine degli anni Novanta è ad oggi la principale organizzazione di narcotrafficanti del paese. Non sono normali narcos. Il gruppo è formato da ex esponenti della Fuerza Armada Nacional Bolivariana e fa capo ad alcuni ex colonnelli di questa unità.
Sono loro a gestire il Catatumbo, la regione di confine tra Colombia e Venezuela famosa per i fulmini e per l’alta concentrazione di piantagioni di coca. I militari al soldo del cartello garantiscono che la cocaina della famiglia Usuga di Antioquia, rappresentante del clan del Golfo, possa oltrepassare la frontiera e giunga in Venezuela. “Oggi - rivela un agente della Policia National de Bogotà - non sappiamo cosa passi attraverso quel confine perché è controllato sul lato colombiano dai paramilitari e dall’altro da militari corrotti”. Quel poco che si sa è stato raccolto con fonti confidenziali e quindi è tutto da prendere con le pinze. Lo spaccato che si apre, però, rivela un sistema corruttivo ormai in metastasi. Tutto ha inizio sotto la presidenza di Hugo Chavez, il quale cercava un modo occulto per finanziare le Farc e l’ELN, cioè le formazioni guerrigliere di sinistra radicale che da più di vent’anni erano in guerra aperta con il governo colombiano. Ed è in questo modo che le Farc, controllori delle piantagioni di coca, ottengono il via libera per trasportare la droga in Venezuela, strategico punto di partenza verso gli Stati Uniti e l’Europa. In cambio, il governo Chavez invia laute somme di denaro in Colombia e dà mandato ai generali della Guardia Nacional Bolivariana di trattare lo scambio con i guerriglieri delle Farc.
Soldi e impunità convincono i militari venezuelani dell’affare. Uno in particolare Diosdado Cabello, militare golpista nel 1992 diventato poi il consigliere politico di Chavez. Le informative dell’antidroga statunitense lo indicano come il capo del cartello dei generali.
Le attività del gruppo in breve tempo si estendono. La frontiera con la Colombia diventa sempre di più una terra di nessuno dove qualsiasi cosa può passare nell’altro lato se si paga il pizzo ai militari del cartello. Con l’arrivo al potere di Maduro, le carte vengono rimescolate. Alcuni generali del cartello vengono trasferiti a capo delle venti società statali che gestiscono quasi la maggior parte degli ambiti della pubblica amministrazione. È la mossa del neopresidente per affidare i centri di potere dello Stato ai fedelissimi di Chavez. Una sorta garanzia per scongiurare un possibile contro colpo di Stato.
La scelta viene persino rafforzata dalla sentenza 1421 del Tribunale costituzionale. In quella decisione, giudici hanno chiarito che nessun altro ente statale poteva interferire negli enti sotto il controllo dei militari. L’esercito si controlla da solo e in contemporanea tiene sottoscatto i punti nevralgici dello Stato.
Oggi il cartello de los Soles gestisce tutte le merci che dal Venezuela finiscono in Colombia, Brasile ed Ecuador. Ad esempio, gli Ak47 destinati al Primeiro Comando da Capital (la gang brasiliana che tiene sotto scacco le favelas di San Paolo) oppure il coltan e l’oro per il mercato nero sudamericano. Ad aver beneficiato dei traffici illegali di metalli è stato soprattutto l’ELN, il gruppo di guerriglieri colombiani legati a Fidel Castro, il detentore del corridoio che dalla regione dell’Arauca (a confine con il Venezuela) giunge fino all’Ecuador.
Rapporti amichevoli sono stati presi anche con il Clan del Golfo, il gruppo di narcos colombiani che da quasi dieci anni trasporta la cocaina da un capo all’altro del confine senza troppe difficoltà. “Sappiamo - prosegue l’agente della narcotici di Bogotà - che il loro boss Dario Otoniel Usuga detto Otoniel si nasconde in Venezuela ed è ben protetto dai militari corrotti del cartello. Le loro forza di polizia però non si sono mai mosse per acciuffarlo”.
Trasferirsi in questo paese non è una mossa casuale: “Il clan del Golfo ha iniziato a trafficare nella frontiera con Venezuela perché loro non hanno la stessa legislazione che c’è in Colombia. Cioè noi perseguitiamo terroristi, loro no” - continua il poliziotto.
Dalla Colombia persino un gruppo di guerriglieri delle Farc, dopo gli accordi di pace sanciti all’Avana nel 2016 con il governo di Bogotà, ha deciso di trasferirsi in Venezuela per mettersi al servizio del cartello de los Soles. Un’alleanza per la coca che può far capire meglio la scelta di espellere la Dea (l’agenzia antinarcotici statunitense) dal paese, una decisione presa prima da Chavez e poi confermata anche da Maduro.
Per mantenere la propria influenza, il cartello conserva un rapporto privilegiato con ‘la Cupola’, il gruppo di consiglieri politici di cui si è circondato Nicolas Maduro. Motivo per cui alti graduati dell’esercito sono entrati a far parte della cerchia fidata del Presidente. Di militari a cui sono affidati incarichi ministeriali, dal 2018 ad oggi, se ne sono contati nove. Alcuni dei quali sono stati sospettati dai media venezuelani di essere al corrente delle attività dei generali del cartello de los Soles o addirittura di esserne attigui.
Si è così formata una giunta militare al soldo di Maduro. Un’alleanza tra narcos e paramilitari che sta facendo assomigliare il Venezuela ad una repubblica delle banane in mano alle organizzazioni criminali.

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