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di Karim El Sadi
Già 5 morti e 60.000 sfollati. Il “sultano” ricatta l’UE: "Se criticate la nostra operazione vi inviamo 3,6 milioni di migranti"

Tra i vari fronti della controversa guerra in Siria contro Daesh (il sedicente Stato Islamico) ce n’è uno che più di altri si è distinto per coraggio, efficacia e numero di forze impiegate, spesso anche con gravi perdite umane: quello delle Unità di protezione del popolo curdo (Ypg). E’ un dato di fatto che i miliziani curdi abbiano fornito un contributo fondamentale alla liberazione del Paese dalla morsa del fondamentalismo di matrice islamica. Un successo ottenuto in parte anche grazie agli Stati Uniti che, oltre ad aver consegnato fondi ed equipaggiamenti ai curdi, con la presenza di circa 2000 unità militari, hanno disincentivato la Turchia ad intraprendere anche in suolo siriano quella campagna di persecuzione in atto da ormai un secolo nei confronti del popolo curdo, tutt’ora in cerca di una identità nazionale. Ora che i terroristi sono stati sconfitti, però, Donald Trump ha ordinato ai suoi soldati di abbandonare la Siria (avrebbero dovuto farlo già lo scorso dicembre) e con loro le sorti dei curdi. La Turchia infatti, si legge in un comunicato diffuso dopo il colloquio telefonico che il presidente Usa ha avuto con Erdogan, “avvierà presto la sua operazione nella Siria settentrionale a lungo pianificata. Le forze armate degli Stati Uniti non sosterranno o saranno coinvolte nell’operazione”. Un voltafaccia imperdonabile, ma all’inquilino della Casa Bianca sembra non importare. “I curdi non hanno aiutato gli americani durante la Seconda guerra mondiale. Non ci hanno aiutato in Normandia, ad esempio’’ ha ironizzato su twitter il presidente americano. Parole infelici e sconcertanti quasi quanto quelle pronunciate ieri dopo l’incontro a Palazzo Chigi con Giuseppe Conte da Jens Stoltenberg, il segretario generale della NATO: “Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata”. Come per dire “fate ciò che volete ma non uccidetene troppi”. Dunque adesso che le truppe USA stanno lasciando la Siria Settentrionale, anche se fonti interne al Pentagono parlano di uno spostamento di soli 50-100 uomini in altre zone del Paese, chi proteggerà i curdi? Nessuno. E la Turchia ringrazia. Già dalla notte di lunedì infatti, non appena i plotoni americani hanno evacuato l’area, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dato luce verde all’"Operazione Fonte di Pace”, sguinzagliando l’aviazione di Ankara contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria. Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sono state subito vittime civili anche se Istanbul sostiene di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Nella zona teatro dell’offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 60.000 sfollati. L’obiettivo di Erdogan è chiaro: cacciare via i combattenti curdi e costituire e rafforzare la “zona cuscinetto” in territorio siriano, profonda decine di km, che Ankara intendeva pattugliare insieme alle truppe statunitensi. Un piano originariamente accantonato a causa dell’intransigenza USA. Nel territorio siriano occupato inoltre pare che la Turchia intenda mandare almeno un milione dei profughi siriani oggi all’interno dei suoi confini.
Nel frattempo i vertici militari delle Fds e Ypg curde hanno ribadito che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine iniziando il contrattacco con il lancio di sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza tuttavia fare vittime. Inoltre anche in questo conflitto, che sta mutando in escalation, sembra siano scese in campo forze esterne. Una di queste è l’Esercito libero siriano (Els) una compagine militare addestrata dalla Turchia e finanziata dal Qatar per anni elogiata da Stati Uniti e Europa come una forza “ribelle” impegnata a “portare la democrazia in Siria” all’interno del quale si troverebbero alcune cellule vicine al jihadismo. Sarebbe proprio l’Els a prendere il posto dell’esercito turco nella seconda fase dell’"Operazione Fonte di Pace”, che nelle ultime ore ha oltrepassato il confine siriano, per il presidio di una striscia di territorio lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che porrebbe fine al sogno curdo del Rojava, il quale rischia invece di “diventare la nuova “casa” dei jihadisti dell’Isis, di Al Qaeda e di altri gruppi estremisti che in questi anni, di volta in volta, si sono alleati anche con la Turchia”, coma ha scritto su Il Manifesto il giornalista Alberto Negri. Una visione che coincide con le parole di Dalbr Jomma Issa, comandante delle Forze democratiche curdo-siriane la quale ha avvertito da Montecitorio che gli oltre 12 mila combattenti dell'Isis, detenuti in campi del Rojava, tra cui 4 mila foreign fighter, "sono a rischio rilascio" a causa dell'offensiva turca contro il Nord della Siria. Ad ogni modo ciò non sembra affatto preouccupare Erdogan che piuttosto appare determinato al conseguimento dei propri obiettivi strategico-militari disinteressandosi persino delle reazioni dell’Europa alla quale, tra l’altro, stamani ha rivolto una pesante minaccia. "Ehi Unuone Europea, sveglia. Ve lo ridico: se tentate di presentare la nostra operazione lì (in Siria, ndr) come un'invasione, apriremo le porte e vi invieremo 3,6 milioni di migranti”.

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