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di Karim El Sadi
Prezzo del barile alle stelle, mai così alto dalla Guerra del Golfo. Le borse in netto calo e crisi internazionale Usa-Iran alle porte.
Il segretario Pompeo punta il dito contro Teheran che risponde: “Sembra un complotto tratteggiato da organizzazioni segrete"

Il medio oriente è una polveriera. E facendo un zoom-out sull’attuale situazione geopolitica della zona si nota chiaramente come la suddetta polveriera possa esplodere da un momento all’altro con conseguenze devastanti. Da una parte c’è Israele (dove domani si voterà il prossimo presidente) che fino a qualche giorno fa stava per rientrare in conflitto con gli Hezbollah libanesi. Più a nord, invece, ad Ankara, in Turchia, si sta tenendo un vertice trilaterale con Recep Tayyip Erdoğan, Hassan Rohani e Vladimir Putin sulla delicata questione siriana, mentre a sud est in Arabia Saudita l’altroieri è stato bombardato il più grande impianto di lavorazione del petrolio al mondo. Ma è proprio quest’ultimo episodio quello che potrebbe far accendere la miccia. Tutto è iniziato sabato scorso quando in Arabia Saudita, precisamente a Khurais e Abqaiq nell’est del paese, la notte è stata illuminata per ore dalle lingue di fuoco provenienti dai giacimenti dell’azienda petrolifera Aramco, la più grande compagnia saudita (posseduta al 100% dal governo di Riyad) nonchè fra i principali giganti del petrolio del mondo, colpita da alcune bombe sganciate da 10 droni. Anche se l’attacco è stato rivendicato dai ribelli Houti del vicino Yemen (dove l’Arabia Saudita dal 2015 sta portando avanti una guerra sanguinosa con 90.000 vittime civili) nelle immediate ore successive c’è stato un “j’accuse” politico e mediatico degli Stati Uniti rivolto all’Iran che da parte sua ha assicurato la totale estraneità. "Teheran è dietro la quasi totalità degli attacchi contro l'Arabia Saudita mentre il presidente Hassan Rohani e il ministro degli esteri Mohammad Zarif fanno finta di essere impegnati sul fronte diplomatico. Non c'è alcuna prova che l'attacco sia arrivato dallo Yemen", ha puntato il dito il Segretario di Stato americano Mike Pompeo con un tweet. Il senatore repubblicano Lindsay Graham ha incalzato sollecitando addirittura Donald Trump ad attaccare le raffinerie iraniane "per rompere la schiena del regime". "E' arrivato il momento che gli Stati Uniti considerino un attacco alle raffinerie iraniane, se continuano le loro provocazioni o aumentano l'arricchimento dell'uranio", ha dichiarato. Da parte Iraniana invece il portavoce del ministro degli Esteri Abbas Moussavi ha respinto ogni accusa definendo le parole di Pompeo "assurde e incomprensibili, quindi prive di ogni effetto. Dato che le politiche americane di massima pressione sull'Iran sono fallite gli americani sono ora passati alle massime bugie”. E poi ha precisato che "anche in periodi di grande ostilità, le dichiarazioni degli esponenti politici dovrebbero mantenere un minimo di credibilità". Il funzionario iraniano ha in seguito affermato che tali osservazioni “sembrano più un complotto tratteggiato da organizzazioni segrete e di intelligence volte a offuscare l’immagine di un paese e preparare il terreno per azioni future”.
Sullo sfondo di questo attacco su larga scala c’è chi ritiene possa in qualche modo avere a che fare il mal di pancia della Casa bianca. Non è un caso, infatti, che i bombardamenti siano arrivati proprio a meno di una settimana dalla defenestrazione del Consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, neocon noto interventista e protagonista di affermazioni infelici e durissime nei confronti di Iran e Corea del Nord. Allo stesso modo potrebbe non essere una coincidenza anche la scelta di Donald Trump di aprire un canale diplomatico con l’Iran e addirittura incontrare per la prima volta il leader Rohani (il quale però qualche ora fa da Ankara ha smentito questa possibilità) in barba a tutti i “no” dei falchi del Deep state e soprattutto di Benjamin Netanyahu che vede nell’Iran “il principale nemico”. Netanyahu, che tra l’altro avrebbe spiato, come emerso dall’inchiesta di “Politico”, l’I phone privato del presidente Trump e il telefono dei suoi collaboratori sia alla Casa Bianca che in altre zone di Washington con apparecchiature note informalmente come 'Sting Rays’ piazzate nei dintorni della villa residenziale. Una “palese menzogna” ha commentato giovedì il premier israeliano "c'è un'intesa di lunga data e una direttiva del governo israeliano a non impegnarsi in operazioni di intelligence negli Stati Uniti. Questa direttiva è rigorosamente applicata, senza eccezioni”, ha sentenziato. Ad ogni modo se queste vicende abbiano un filo logico o meno nessuno, al momento, può stabilirlo con certezza. Quel che è certo piuttosto è l’enorme danno che i missili sganciati dai droni hanno causato all’economia nazionale e internazionale. La compagnia Aramco ha fatto sapere che la produzione di petrolio dell'Arabia Saudita è stata tagliata di 5,7 milioni di barili il giorno dopo l’attacco, ovvero metà di quella saudita, e circa il 6% di tutta la fornitura globale. I prezzi internazionali del petrolio infatti sono aumentati quasi fino al 20 per cento oggi, alla riapertura settimanale dei mercati, un record dall'inizio della Guerra del Golfo nel 1991. Secondo Bloomberg “la perdita di produzione legata all'attacco agli impianti di Saudi Aramco, in Arabia Saudita, rappresenta il più grande danno determinato da un singolo evento per i mercati petroliferi”. Per essere chiari “la perdita è superiore ai 5,6 milioni persi nel 1979 con la rivoluzione iraniana e dei 4,3 milioni di barili persi nel 1990 quando l'Iraq di Saddam Hussein invase il Kuwait e nel 1973 in occasione della guerra del Kippur tra Israele e Paesi arabi”. Inoltre "il Brent è aumentato di quasi 12 dollari al barile, pari al 19,5 per cento, arrivando a 71,95 dollari prima di scendere a circa 66,67 dollari, mentre il prezzo del West Texas Intermediate è aumentato fino al 15,5 per cento raggiungendo i 63,64 dollari al barile, prima di assestarsi a 60,29 dollari, con una crescita del 9,9 per cento". L'Arabia Saudita sta lottando contro il tempo per riportare a regime la produzione petrolifera, il presidente di Aramco Amin Nasser ha dichiarato che sono in corso lavori per ripristinare la produzione e un aggiornamento verrà fornito entro circa 48 ore. Tuttavia la capacità di produzione di petrolio nel Paese potrebbe tornare a pieno regime solo tra diversi mesi. Nel frattempo i ribelli Houthi attraverso il loro portavoce Yahya Sarea hanno fatto sapere che le raffinerie della compagnia petrolifera statale dell'Arabia Saudita “sono ancora un obiettivo e potrebbero essere attaccati in qualsiasi momento”. Il portavoce ha quindi esortato il personale straniero a restare lontano dagli impianti della Aramco e ha chiesto all'Arabia Saudita di fermare la sua offensiva allo Yemen, in riferimento all'intervento della coalizione militare guidata da Riad nel conflitto tra ribelli sciiti e forze governative.

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