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di Nicola Ferri
I fatti. Il 13 giugno la nave della Ong Sea-Watch 3 battente bandiera olandese, comandata dalla capitana Carola Rackete (tedesca, 31 anni, 5 lingue, laurea in Scienze nautiche, due master in Scienze ambientali) al largo delle coste libiche intercetta e soccorre un gommone in evidente pericolo di naufragio con 53 emigranti che vengono presi a bordo. Una motovedetta della Guardia costiera libica, nel frattempo sopraggiunta, invita la Sea-Watch 3 a riportare indietro, con rotta verso Tripoli, i 53 profughi.

La capitana rifiuta perché Tripoli non è un porto sicuro, come hanno avvertito le Agenzie dell’Onu per le migrazioni (Oim e Unhcr) per le quali i profughi riportati in Libia vengono privati della libertà e rinchiusi nei centri di detenzione in condizioni disumane. Il 27 giugno il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi ha confermato: “La Libia non è un porto sicuro”.

IL DECRETO SALVINI. La Sea-Watch 3 si dirige verso Lampedusa che per la comandante Rackete, responsabile della salvezza dell’equipaggio e dei passeggeri, è l’unico porto sicuro tra la Libia e la Sicilia dove i profughi hanno il diritto di essere accolti in base alle leggi internazionali, cui corrisponde l’obbligo, per i comandanti delle navi e per gli stessi Stati, di assicurare tale accoglienza (Convenzione per la salvaguardia della Vita umana in mare del 1974, Convenzione sulla ricerca e il salvataggio marittimo del 1979, Convenzione Onu di Montego Bay del 1982 sul Diritto del mare). Poiché nella gerarchia delle fonti, i Trattati internazionali sono di rango superiore alle leggi nazionali (articolo 117/1 della Costituzione), il divieto di transito o di sosta nel mare territoriale imposto dal ministro dell’Interno Salvini per motivi di ordine e sicurezza pubblica ai sensi dell’articolo 11 comma 1 ter del decreto legge 53/2019 risulta privo di legittimità nei confronti dei 53 naufraghi salvati dalla Sea Watch.

L’ARRESTO. Nella notte di sabato 29 giugno la capitana Rackete, viste le peggiorate condizioni di salute dei profughi rimasti per 16 giorni sotto il sole a 40 gradi (“sono allo stremo, li porto in salvo”), forza il blocco ed entra nel porto di Lampedusa dove il 30 giugno i naufraghi sono stati fatti sbarcare.

Nel procedere verso il porto commerciale, la nave Ong entra in rotta di collisione con una motovedetta della Guardia di finanza che ha tentato di fermarla interponendosi tra essa e la banchina. La capitana afferma che l’urto, in cui la motovedetta è stata danneggiata, è avvenuto a causa della sua manovra sbagliata della quale si scusa con i militari. Viene quindi arrestata con l’accusa dei delitti ex articoli 1100 del Codice della navigazione per resistenza e violenza contro una nave da guerra nazionale (tali sono le motovedette delle Fiamme Gialle per la legge n. 1409/1956 articolo 6), e 337 codice penale per violenza a un pubblico ufficiale.

IL GIUDICE VELLA. Con queste imputazioni Carola Rackete il primo luglio è comparsa davanti al giudice per le indagini preliminari Alessandra Vella, che non ha convalidato l’arresto avendo la capitana agito nell’adempimento del dovere di salvare 53 vite umane, scriminante prevista dall’articolo 51 del codice penale. Ha vinto, dunque, la legge.

Il ministro Salvini ha reagito dicendo: “Sono schifato, mi vergogno dei magistrati”. Ma dovrà rassegnarsi, almeno fino a quando ci saranno “questa” Costituzione e “questi” magistrati che non si vergognano di eseguirne i comandi “con disciplina e onore”.

Tratto da: Il Fatto Quotidiano del 5 luglio 2019

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