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bartolo pietro 1di Andrea Braconi
Prima di fare il medico ha fatto il pescatore. È stato anche un naufrago e quindi sa cosa significa rimanere ore ed ore in mare, aspettando la morte. “Quella volta sono stato fortunato e mi hanno recuperato. Ma a loro non li recupera nessuno”. La flebile voce di Pietro Bartolo, il medico di Lampedusa che di essere definito eroe non sente alcuna esigenza, avvolge l’auditorium di San Filippo Neri, in una domenica fermana dove si festeggia, spensieratamente, San Martino. Ma è anche il giorno della presentazione del suo secondo libro “Le stelle di Lampedusa. La storia di Anila e di altri bambini che cercano il loro futuro fra noi”, con Bartolo, che più delle pagine modellate, ha voglia di far capire l’unica verità possibile.

“Ieri pomeriggio sono arrivate 40 persone, l’altra notte 150, l’altra notte ancora tanti altri. Non è vero che non arrivano più, arrivano e noi siamo sempre là ad accoglierli”.
Sollecitato dalla giornalista Sandra Amurri, il dottore (che ricopre la carica di responsabile del presidio sanitario dell’isola siciliana) rifiuta l’etichetta di buonista. “Non lo sono, cerco solo di rispettare i diritti umani. Perché tutti abbiamo diritto di vivere una vita dignitosa. Se queste persone scappano evidentemente è perché sono costrette a farlo, dalla miseria, dalle torture, dalle persecuzioni. Siamo noi che le abbiamo costrette ad andare via, e per noi intendo tutto il mondo civile, Cina compresa, che sta facendo un danno incredibile in quel continente”.
Per Bartolo dietro il fenomeno ci sono due grandi speculazioni: una economica e una politica, “che è quella che fa più male”. “Ma la cosa più importante – ribadisce – è quella di evitare di farli morire. È vergognoso che permettiamo tutto questo. Quello che sta accadendo è un genocidio, un olocausto, magari oggi non in termini di numeri ma penso peggiore di quello che è accaduto 70 anni fa. Perché a quell’epoca tutti dissero non sapevamo cosa succedeva là dentro, ma oggi lo sappiamo benissimo”.
Nelle due ore dense di racconti, di silenzi, di immagini devastanti (“Eccola, la verità, solo che nessuno ve la fa vedere”), Bartolo ha raccontato l’unica volta in cui sì, anche solo per un attimo, eroe si è sentito veramente. “È stato quando ho capito che una donna già messa in un sacco era viva. E io l’ho salvata”. Quella donna era una delle centinaia di persone a bordo di un’imbarcazione libica che naufragò a poche centinaia di metri dalla costa di Lampedusa. Furono 368 i morti.

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“Ricordo che c’erano 111 sacchi e il primo che aprì per le ispezioni cadaveriche era quello con dentro un bambino di due anni e mezzo. Indossava un pantaloncino rosso e una maglietta bianca. L’ho portato all’orecchio per sentire il battito, l’ho guardato intensamente negli occhi ma mai l’avessi fatto. Purtroppo era morto, non c’è stato nulla da fare. Quando facciamo questo lavoro ai corpi mettiamo numeri, ma prendiamo anche tutte le informazioni per dare una dignità alle persone. Le bambine erano tutti vestiti a festa, con le treccine, con le scarpette, le mamme le avevano preparate perché stavano arrivando nel mondo nuovo. Ho impiegato 15 giorni a fare tutte le ispezioni cadaveriche”.
Mostra uno scatto con 367 bare, di cui due bianche. “Una era di quel bambino, l’altra conteneva una donna e un bambino che era ancora attaccato al cordone ombelicale. Non me la sono sentita di separarli”.
Dopo quella strage, il 3 ottobre è diventato il giorno della memoria. “Vengono i sopravvissuti, vengono a ritrovare le famiglie che li hanno ospitati. E io devo essere là, devo partecipare. Ma due anni fa non ero a Lampedusa ed ero molto dispiaciuto. Sono rientrato con l’ultimo aereo della sera e quando sono sceso ho visto che c’erano tante telecamere e giornalisti. Non capivo, ma a quel punto viene incontro verso di me questa ragazza bellissima e mi dice “io sono Ketrat, la ragazza che era nel sacco”. È stata un’emozione incredibile. Siamo stati tre giorni insieme, mi ha raccontato che si era sposata e che era incinta. È venuta a trovarmi per ringraziarmi. Vedete, queste persone mi hanno insegnato tutto, l’umiltà, la gratitudine, l’amore. E per questo io ringrazio loro, che mi hanno dato anche la forza per superare una malattia. E mi scuso per tutte le sofferenze che noi gli abbiamo procurato”.

Alle celebrazioni ogni anno partecipano politici e rappresentanti delle istituzioni, come presidenti della Camera e del Senato. “Ma quest’anno non è venuto nessuno, nessuno – rimarca con forza Bartolo -.Vergogna! Qui c’è stata una strage di essere umani! Ma comunque niente di grave, meglio soli che male accompagnati”.
“Conoscere Pietro di persona è un’esperienza – spiega la Amurri -, una di quelle che ti fanno riflettere su tanti significati. E nel momento che sta vivendo il nostro Paese, abbiamo un grande bisogno di essere contagiati dalla sua umanità e di vivere non prescindendo da essa. Perché Pietro ti cambia la vita, il come vive è un modo normale che però diventa speciale in un Paese in cui darsi è sempre più difficile”.
Si sono conosciuti durante l’estate (“Ha persino accompagnato il mio compagno Giorgio dal suo barbiere”) e durante una cena Bartolo ha iniziato a raccontare la storia più importante del suo libro, di questa bambina di nome Anila. “Tra una forchettata e una lacrima ho capito che anche piangere è un modo di sentirsi vivi. Il suo è un libro che si fa leggere tutto d’un fiato, il libro di una persona che ha questa capacità innata di darsi e di dare. E Pietro è contagioso con il suo modo autentico di essere e di fare”.
“Di dubbi ne ho avuti tanti durante questi anni, ci sono stati momenti in cui ho detto basta, mi sentivo impotente – ricorda il medico -. Poi però ci rifletto, mia moglie mi aiuta tanto. Così come i miei figli. E quindi torno sui miei passi, perché è una cosa giusta”.

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Tanti i ricordi che in 28 anni di attività sul fronte dell’immigrazione Bartolo porta con sé.
C’è la nascita di un bambino a bordo di una motovedetta, utilizzando i lacci delle sue scarpe per tenere il cordone ombelicale. C’è il modo in un cui le donne stesse partoriscono. “Quella donna i capelli se li è strappati per legare il cordone ombelicale. Sono loro i veri eroi. Quel bambino la mamma lo ha chiamato Pietro, ce ne sono tanti in giro con questo nome ma non sono figli miei, ve lo giuro” scherza.
C’è il colore del sangue, rosso, esattamente come il nostro. “E quello non cambia mai, per tutta la vita è rosso. Sono persone come noi, con gli stessi sogni, cioè vivere una vita normale e dignitosa. E noi dobbiamo permetterlo, abbiamo la responsabilità di essere diventati ricchi alle loro spalle. La maggior parte provengono dal continente più ricco del mondo, l’Africa, dove vivono le persone più povere del mondo. Per questo abbiamo la responsabilità di accoglierli, non di chiudere i porti, di tirare su muri o di mettere il filo spinato”.
C’è Mustafà, un bambino “intelligentissimo e bellissimo” arrivato a 5 anni con 27 gradi di temperatura corporea. Si è salvato ma, ad oggi, non è stato ancora adottato.
E c’è, ovviamente, Anila, la protagonista del suo libro. “A 8 anni ha fatto un viaggio di un anno e mezzo nel deserto, è stata violentata nelle carceri in Libia e poi arrivata a Lampedusa. Sul suo corpo ho visto ustioni chimiche, per fortuna non gravi. Mi ha raccontato la sua storia, che era venuta per cercare la mamma che l’aveva lasciata quando aveva 2 anni. La ricerca della mamma è stata difficilissima, per farle ricongiungere ho impiegato 6 mesi, ho dovuto combattere con un mostro chiamato burocrazia, una cosa disumana. Ma alla fine ci sono riuscito”.
Dal 1991 ha visitato oltre 350.000 persone (“Una per una”) ed è il medico che ha fatto più ispezioni cadaveriche nel mondo. “Una cosa vergognosa, ogni volta sto male, vomito, piango. Pensate ci si può abituare a vedere un bambino morto?”.
Fondamentale l’incontro con il regista Gianfranco Rosi, autore del film “Fuocoammare”. “Se ne stava andando ma io l’ho convinto a restare e a fare quel film, per far sapere al mondo cosa stava accadendo. Gli ho dato una pen drive dove c’era dentro la mia vita, con testimonianze e storie di persone che hanno un nome e un cognome. E su cosa accade a Lampedusa a febbraio dovrebbe uscire un altro film: serve per far sapere la verità rispetto alle menzogne che dicono. Hanno seminato odio e creato pregiudizio nei confronti di queste persone. Ma se tu spaventi la gente, è normale che la gente reagisce in maniera sbagliata”.

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Ma Bartolo ha capito che film e libri non sono sufficienti. “Da 3 anni tutti i weekend parto da Lampedusa e vado in giro per tutta l’Europa, lascio la mia famiglia, mia moglie, i miei figli e vado a parlare della verità. Tra qualche ora nascerà la mia prima nipote e io sono qui a parlare di queste cose. Perché Lampedusa è un’isola straordinaria, piccolissima, quasi un salvagente messo là sulla rotta migratoria. Lo è da sempre. Lì hanno trovato ricovero quelli che hanno navigato nel Mediterraneo. Noi non abbiamo mai rifiutato nessuno, messo un muro né chiuso un porto e non ci sarà mai un ministro che potrà chiudere quel porto. In mare non si può lasciare nessuno e non si può chiudere un porto. Noi siamo la porta dove arrivano, dove vengono curati e ascoltati”.
In questi anni Bartolo ha visto cambiare le etnie, le modalità di arrivo, persino le malattie. “Quelle che vengono chiamate le carette del mare in realtà sono barche vere e proprie, che vengono poi smaltite come rifiuti speciali. Dopo la strage dell’ottobre 2013 l’Italia ha detto basta e ha messo in campo quell’operazione di grande civiltà chiamata Mare Nostrum, con le nostre navi militari che andavano a salvare queste persone. Qualcosa di straordinario, che nessuno aveva mai fatto prima, ma che però si è trasformato in qualcosa di negativo: paradossalmente lì sono aumentati i naufragi e i morti, con i trafficanti che hanno pensato bene di risparmiare sulle barche comprando invece i gommoni”.
Sottolinea, Bartolo, come oltre a disidratazione, ipotermia e traumi durante il trasporto, i migranti abbiamo quasi sempre ferite provocate in Libia da torture, anche utilizzando corrente elettrica. “Non ho mai riscontrata una malattia infettiva grave, quindi sul fatto che portano tutte queste malattie non è vero niente. La scabbia in realtà è nulla, è dovuta alle condizioni igienico sanitarie nei lager in quell’inferno chiamato Libia, altro che centri di accoglienza di eccellenza. Ma da quell’ottobre 2013 ho visto una malattia che non avevo visto prima, una malattia mortale che colpisce le donne, che ho chiamato la malattia dei gommoni, con ustioni chimiche da contatto con una miscela che si forma da acqua e benzina, una miscela insidiosa e subdola. Sono ferite che abbiamo difficoltà enormi a curare e infatti la maggior parte di queste donne muoiono”.

Donne che vengono violentate in Libia, non solo per una questione sessuale ma per umiliarle. “Non fanno caso se sono bambine, giovani o vecchie. La maggior parte arrivano incinte, molte chiedono di abortire, qualcuna riesco a convincerla ad andare avanti. A quelle che non rimangono incinte vengono fatte torture ormonali tramite punture che bloccano l’ovulazione e le mettono in menopausa temporanea, una terapia che le devasta. Ma le donne sono più forti e si capisce anche da fatto che non ho mai fatto un tso ad una donna, ma solo agli uomini, nonostante le donne subiscano di più”.

È già pronto per fare ritorno nel suo piccolo poliambulatorio, in quella Lampedusa dove si vuole e si deve fare qualcosa. “Fatelo anche qua, impegnatevi. Ognuno deve fare la sua parte, piccola, grande, non ha importanza, ma solo facendo possiamo cambiare le cose. La più grande bugia che ci raccontano è quella di dire che c’è un’invasione. Ma dov’è? Il 2016 è stato l’anno più grande da un punto di vista numerico, ne sono arrivate 181.000. E questa sarebbe un’invasione? Se avessimo fatto una politica intelligente, razionale e lungimirante tutta questa situazione non l’avremmo avuta. Non dimentichiamo l’esempio di Mimmo Lucano, che ha fatto vera inclusione. E non dimentichiamo che i soldi e il potere una volta morti non ce li portiamo dietro, ma almeno portiamoci i nostri valori e la dignità di esseri umani. È vero, nessun più si indigna, ma facciamo in modo che tutto questo possa cambiare. Se qualcuno che conoscete la pensa diversamente, fategli capire qual è la verità, non quella che gli raccontano. Se io vado in giro ancora dopo tre anni è perché credo che possiamo cambiare le cose. E se facciamo questo abbiamo fatto il nostro dovere, niente di eroico”.

Tratto da: cronachefermane.it

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