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cortinas nora 2Intervista esclusiva di José Guzmán
di Jean Georges Almendras
Quel freddo pomeriggio dell’agosto 2017, pochi giorni dopo la sparizione forzata e succesiva morte di Santiago Maldonado, siamo andati con José Guzmán a la Lof Cushamen, lungo la strada 40, a circa 80 km. dalla città di Esquel, in Provincia di Chubut, per dare la copertura giornalista dei fatti. Siamo stati alla postazione di vigilanza della comunità mapuche. Siamo stati sulle rive del fiume Chubut. Lo scenario stesso della repressione della Gendarmeria. Una repressione illegale, che a mezzogiorno circa del 1 agosto 2017, ha innescato uno dei crimini più deprecabili messi in atto dal governo argentino che inoltre ha negato e nascosto i fatti e infine ha partecipato ad una sinistra manipolazione della verità, per favorire l’impunità dei responsabili materiali e ideologici.
E lì che abbiamo incontrato Nora Cortiñas.
Fisico minuto ma con una forza indescrivibile nel viso e nell’atteggiamento. Con il fazzoletto bianco delle Madri de Plaza de Mayo (linea fondatrice nel 1986) e l’inseparabile foto di suo figlio appesa al collo, in compagnia di dirigenti di DDHH e dei mapuche di Cushamen.
È lì che abbiamo incontrato Nora Cortiñas.
Quella donna che coraggiosamente negli anni settanta, intervistata dai giornalisti francesi in Plaza de Mayo, durante una manifestazione delle Madri che chiedevano dei loro figli alla Giunta Militare, diceva loro disperata “Voi siete la nostra ultima speranza!”. Un’immagine che ha fatto il giro del mondo e che rivedendola oggi fa venire i brividi, per la forza che aveva allora (e ha) Nora Cortiñas in quei giorni di terrore. Quel terrore imposto dallo Stato. Quel terrore che non l’ha fatta tacere né l'ha intimorita.
È lì che abbiamo incontrato Nora Cortiñas.
Quella donna, ormai in età avanzata, si trovava in un punto remoto della terra argentina. Nella terra argentina della Patagonia usurpata ai mapuche dal potente uomo bianco, del secolo scorso e di quello attuale.
Nora Cortiñas era una combattente per i diritti dell’uomo, a fianco dei mapuche e di Santiago Maldonado. Era lì presente, come è stata presente per anni a Plaza de Mayo, chiedendo di suo figlio Carlos Gustavo, detenuto e desaparecido dal 15 aprile 1977.
Nora Cortiñas era lì, insieme a noi, nella Lof Cushamen, sfidando le basse temperature e impegnandosi come una qualsiasi militante a favore delle cause di Diritti Umani e a favore della causa di un desaparecido in democrazia. Lo stesso impegno che ha avuto verso i detenuti desaparecidos in dittatura, con la sensibilità e la serenità di cui ha fatto tesoro solo chi ha sofferto sulla propria pelle l’ingiustizia e l’autoritarismo.
Quel freddo pomeriggio di agosto dell’anno scorso abbiamo incontrato Nora Cortiñas, una donna meravigliosa e con una coscienza attivista ammirevole, nonostante la sua avanzata età.
Pochi mesi dopo l’abbiamo reincontrata insieme a José Guzmán a Bariloche, in occasione del processo contro il Lonko Facundo Jones Huala. Nora Cortiñas era presente come sempre: disponibile alle domande della stampa; disponibile per i mapuche, incoraggiandoli sempre verso la lotta, facendo parte della la loro causa, con la nobiltà e la franchezza che la caratterizza. E disponibile alle nostre domande, ci ha dato risposte precise. Risposte di denuncia e di incitamento a non abbassare le braccia.
Ora, dopo un anno della sparizione forzata e morte di Santiago Maldonado, il nostro redattore José Guzmán, dalla città dove risiede, Comandante Piedra Buena, ha raggiunto telefonicamente Nora Cortiñas per una nuova intervista. Un’intervista con una donna storica e emblematica della lotta per i Diritti Umani in Argentina, America Latina e nel mondo. Un’intervista solida che ci permette di conoscere in profondità le sue idee sul caso Maldonado, il caso di Rafael Nahuel, l’influenza dell’azienda Benetton nella persecuzione contro i mapuche nella Patagonia, il decreto 683/2018 stabilito da Macri e il contesto politico e sociale dell’Argentina di oggi.

- Quali orizzonti intravede nel caso Maldonado nel contesto dell’Argentina di oggi?
- Guarda, io credo che nel contesto che viviamo attualmente, quello che vuole questo governo è negare il dramma che ha vissuto questo ragazzo, Santiago Maldonado. Volevano strumentalizzare la sua sparizione forzata e la sua morte, premeditando persino cosa avrebbero fatto con il corpo e dove lo avrebbero fatto comparire. È qualcosa di perverso quello che è stato fatto con Santiago Maldonado. Non si sa dove lo hanno tenuto, in futuro si saprà il luogo, il governo non ha indagato né cercato niente assolutamente. Né le proposte della famiglia, dell’avvocato, persone serie impegnate, il governo non ha voluto ascoltare niente perché quello che voleva era occultare un fatto accaduto: la sparizione forzata e morte del giovane. Quindi questa è la realtà. In questo contesto oggi c’è occultamento, negazionismo, ipocrisia e collaborazione tra la giustizia ed il governo.

Lei crede che la relazione di Luciano Benetton e la sua azienda in questo caso è in qualche modo taciuta dai media in questo momento? Perché si parla di altre questioni e non si è più parlato dell’influenza della compagnia Benetton in tutto questo?
- Sono anni che si occulta l’influenza dei Benetton nella Patagonia, di come hanno usurpato le terre agli indigeni, tutto questo lo hanno occultato. La convivenza con i Benetton, la cessione di terre, si dice che lui le ha comprate molti anni fa. Ma il governo, non so quale governo ha venduto quelle terre della comunità mapuche, stava violando la costituzione. Adesso la storia continua, una storia che vede coinvolto Benetton, ma non è stato indagato né cercato niente. Cosa hanno nella loro proprietà, se hanno una camera frigorifera, il loro personale è schiavo, e non deve dire niente di cosa hanno visto o cosa è successo, questa è la realtà.

- Dall’altra parte a Bariloche abbiamo la situazione di Rafael Nahuel, un caso molto simile che coinvolge e forze di sicurezza.
- Anche qui si insabbiano i fatti. Anche la fucilazione di Rafael fu eseguita con premeditazione. E inoltre i compagni di Rafael che portarono il suo corpo dal punto dove era stato ucciso, fucilato, sono stati condannati, processati e perseguitati dal governo. Questa è la realtà. In Patagonia tutta la situazione è molto complicata. Lo Stato si crede padrone della Patagonia. Non è così, credo che c’è ancora molto da lavorare e pretendere, esigere che non ci siano altre morti, né persecuzioni contro la comunità mapuche.

- Nora, e tutto questo, sommato al decreto 683/2018 firmato da Mauricio Macri, ci fa ritornare al passato?
- Si, preparato per questa repressione, a seguito dei provvedimenti restrittivi adottati, quindi i G 20, riunendosi con il governo dicono: preparate le forze armate, perché noi andiamo avanti con i provvedimenti. È questo il quadro che abbiamo. Non bisogna cedere alle provocazioni del governo, non bisogna cedere. Bisogna denunciare assolutamente tutto quello che succede. Non lasciare niente nell’impunità e nell’orrore di un ritorno al passato.

Possiamo dire che stiamo vivendo l’inizio di un nuovo piano Condor nel 2018?
- Si e sembrerebbe che stanno preparando la triplice A, a giudicare dagli attentati e delle proteste sociali. Dimostra il perché di questo decreto che vìola la legge sancita credo nel 1988, che vietava l’intromissione delle forze armate nella vita del popolo nel contesto civile.

- Ancora una volta il governo Nordamericano si intromette negli affari dello Stato, questa volta con un mandatario che è compiacente a queste misure, il FMI in mezzo. Quali sono le sfide per la Democrazia l'Argentina con tanti fronti che avanzano da diversi punti?
- Ripudiare la legge 683, ripudiarla e chiedere che non entri in vigore, perché è una violazione alla costituzione nazionale. Anche dire No al Fondo Monetario, smettere di spendere e spendere e intascarsi i soldi, e in questo modo fare crescere il debito esterno che poi per pagarlo dobbiamo indebitarci ancora di più chiedendo più soldi. Il tema del debito è una ruota che gira e siamo sempre allo stesso punto, dobbiamo chiedere, e per pagare dobbiamo chiedere di nuovo. Questa è la situazione che viviamo. È un debito esterno che è milionario, frutto della corruzione, un debito che non dobbiamo pagare in nessun modo, non è nostro e non bisogna pagarlo.


- Il congresso è in condizioni di fermare questo ultimo decreto che ha firmato il Presidente?
- Il Congresso c’è, ma è molto vicino al governo che ha interessi molto forti. Questo congresso non è indipendente. Nemmeno la giustizia è indipendente, quindi siamo in un vicolo cieco. Ma vinceremo lottando, non abbassando le braccia, e seguendo attentamente quello che stanno facendo con il nostro popolo, con il nostro paese.

- Lei ha detto a vari mezzi stampa che avrebbe cercato di riaprire delle cause questo anno dopo la pausa giudiziaria. È riuscita a farlo?
- Si, si, l’Habeas Corpus, rimasto in sospeso e che continuo a seguire passo a passo. Ma bisogna andare avanti, non abbassare le braccia, continuare a chiedere tutta la verità e tutta la giustizia. Che aprano gli archivi e che ci dicano cosa è successo con i nostri figli e figlie e cosa è successo con i bambini, i bebè di cui si appropriarono per affidarli ad altre famiglie rubando la loro identità. C'è molto da fare e dobbiamo continuare con le braccia in alto.

Foto di copertina: Antimafia Dos Mil

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