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L’immagine del soldato israeliano che prende a martellate una statua di Gesù Cristo in croce, nel sud del Libano, va oltre la profanazione. È il volto più esplicito di un’ideologia politica che si sovrappone alla dimensione religiosa: il Sionismo. Uno strumento con cui giustificare pulizia etnica e genocidio per dare vita al Grande Israele in Levante.
Non si tratta di un caso isolato. Al contrario, episodi di profanazione e oltraggio religioso è pane quotidiano, per usare un termine biblico.
Vane le scuse ufficiali arrivate dal ministro degli Esteri Gideon Sa'ar, che ha definito quanto accaduto nel villaggio di Debl — comunità cristiana al confine con Israele — “un atto grave e vergognoso”, assicurando un’indagine e provvedimenti disciplinari. “Israele è un Paese che rispetta le diverse religioni e i loro simboli sacri”, ha dichiarato. Parole vuote, sterili. Prive di efficacia se non quella di evitare fratture con alleati strategici - come l’Italia - alla cui presidenza vi sono partiti che in campagna elettorale gridavano “Dio, Patria e Famiglia” ad ogni rintocco di campana.
Non è un caso isolato, si diceva. Limitandosi agli ultimi mesi, si registrano numerosi episodi di aggressioni da parte dell’esercito israeliano o di esponenti politici contro luoghi e simboli religiosi: dalla Chiesa cattolica ai siti islamici in Palestina, Libano e nell’intera regione.
Le prese di posizione di Donald Trump contro Papa Leone XIV hanno contribuito ad alimentare uno scontro verbale sempre più acceso, incentrato su migrazioni, conflitti e ruolo morale della Chiesa nel dibattito internazionale. Un confronto che, pur radicato nella politica interna statunitense, ha avuto una risonanza globale, accentuando la polarizzazione tra potere politico e autorità religiosa.
A questo si aggiungono gli ostacoli posti dall’esercito israeliano durante le celebrazioni della Pasqua a Gerusalemme, con restrizioni e controlli che hanno suscitato critiche anche da parte di osservatori internazionali e comunità cristiane fino a quel momento distratte sul reale pericolo che l’occupazione israeliana rappresenti.
In questo quadro, la distruzione di un simbolo religioso non appare più come un gesto isolato, ma come un tassello di una politica dominante, un modus operandi: il Sionismo si fonda sulla “necessità” di “dare a un popolo senza terra, una terra senza popolo”. E quindi ogni fede, cultura o pensiero differente va eliminato.
L’esercito israeliano ha parlato di un comportamento “totalmente incoerente con i valori” delle proprie truppe, assicurando che il caso è sotto indagine e che “saranno presi provvedimenti adeguati”. Ancora una volta, dichiarazioni vuote. Quale trattamento è stato riservato ai luoghi di culto nella Striscia di Gaza? E in Cisgiordania? Cosa è accaduto a cimiteri, monumenti, luoghi simbolici?
Allora restano i fatti: un soldato che distrugge un simbolo religioso, un governo che condanna a parole e, intorno, una sequenza ormai documentata di episodi simili - anche peggiori — che attraversano la storia della Palestina dal 1948 a oggi. Episodi per i quali, troppo spesso, l’indignazione è stata molto inferiore. In alcuni casi, del tutto assente.

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