Teheran usa Hormuz, uranio e missili per dire no alla resa: nessun accordo è possibile alle condizioni dettate da Washington
Non sono passate nemmeno 24 ore dalle sparate euforiche di Donald Trump, che sono già evaporate come neve nel deserto.
L’annuncio della nuova chiusura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran manda, di fatto, in frantumi la narrazione trionfale di Donald Trump su un accordo “vicinissimo” con l’Iran e sul presunto controllo americano del Golfo. Lungi dall’essere sull’orlo della resa, la Repubblica islamica sta usando Hormuz, il suo arsenale missilistico e la leva negoziale del nucleare per dimostrare che nessuna intesa è possibile alle condizioni dettate da Washington.
Il tycoon era arrivato a ritenere che Teheran avrebbe accettato di spedire negli Stati Uniti le sue scorte di uranio arricchito e di sospendere il programma “a tempo indeterminato”, presentando il ritiro dell’Iran dal fronte atomico come un fatto praticamente acquisito. Era tutto scritto in un bigliettino che si era prontamente imparato a memoria forse.
In realtà, funzionari iraniani hanno subito definito “inaccettabile” l’idea di consegnare all’estero l’uranio arricchito al 60% – circa 400 chilogrammi, una quantità che ha un chiaro valore strategico – e hanno respinto l’ipotesi di un congelamento illimitato del programma, rivendicando il diritto, riconosciuto dal diritto internazionale, a un ciclo nucleare civile completo. Nelle trattative a Islamabad gli americani hanno messo sul tavolo una sospensione ventennale dell’arricchimento in cambio di uno sblocco graduale di beni e sanzioni, mentre Teheran ha proposto una pausa di cinque anni e lo sblocco di oltre 20 miliardi di dollari di asset congelati, un divario che da solo mostra quanto fosse prematuro parlare di accordo imminente.
Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano ricostruisce così il percorso negoziale: dieci giorni dopo l’inizio della guerra sono stati gli Stati Uniti a chiedere un cessate il fuoco e colloqui per porre fine al conflitto che avevano avviato, e quaranta giorni dopo Trump ha accettato formalmente il piano iraniano in dieci punti come cornice dei negoziati, che si sono poi tenuti a Islamabad con la mediazione del Pakistan. Teheran rivendica di aver difeso le richieste “del popolo iraniano” con “serietà” e “massima diffidenza” verso Washington e afferma che la delegazione americana ha progressivamente introdotto nuove pretese oltre il quadro concordato, fino a spingere gli iraniani a chiudere il primo round senza esito e a rinviare un’eventuale ripresa delle discussioni a quando gli Stati Uniti “adegueranno le loro richieste alla realtà sul campo”. Le ultime proposte americane, portate a Teheran dal capo di stato maggiore pakistano, sono tuttora allo studio e la leadership iraniana insiste nel ripetere che la propria squadra negoziale non farà “il minimo compromesso”, non farà passi indietro e non mostrerà clemenza sugli interessi nazionali. 
Dunque, quando Teheran ha annunciato una riapertura condizionata di Hormuz per le sole navi commerciali in seguito alla tregua in Libano, Trump ha subito rivendicato sui social che lo “Stretto dell’Iran” fosse “completamente aperto” e che l’accordo fosse vicino, arrivando a ringraziare gli iraniani e a sostenere che non avrebbero mai più usato quel corridoio come arma contro il mondo. Ma il testo delle autorità iraniane racconta l’opposto: l’apertura era temporanea, subordinata al rispetto del cessate il fuoco su tutti i fronti, compreso il Libano, e limitata alle navi commerciali, con esclusione totale di quelle militari o civili statunitensi e israeliane, sottoposte in ogni caso all’autorizzazione delle forze armate iraniane e a un “percorso determinato” da Teheran. Quando Israele ha violato il cessate il fuoco e gli Stati Uniti hanno mantenuto il blocco navale ai porti iraniani, lo Stretto è stato dichiarato di nuovo chiuso e il comando centrale di Teheran ha affermato che ogni transito richiede il consenso dell’Iran.
Le sette menzogne del tycoon e la chiusura dello stretto
Il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf ha accusato Trump di aver pronunciato sette dichiarazioni in un’ora e di aver mentito in tutte e sette, sottolineando che “non hanno vinto la guerra con queste menzogne e non avranno successo nemmeno nei negoziati”, avvertendo che il blocco continuerà, Hormuz non rimarrà aperto. Per il presidente del Majles, il passaggio attraverso lo Stretto dipenderà da un percorso preciso, dal permesso dell’Iran e da decisioni prese “sul posto e non sui social media”, un chiaro riferimento alla diplomazia via post che il presidente americano ha usato per rivendicare risultati non ancora esistenti.
“Abbiamo ottime conversazioni in corso con l'Iran. Sta funzionando molto bene. Non hanno una marina, non hanno un'aeronautica, non hanno leader, non hanno niente”, aveva dichiarato Trump da un universo parallelo.
In realtà l’Iran continua ancora a fare leva su una flotta “di zanzare”: piccole imbarcazioni veloci, facilmente mimetizzabili, armabili con missili e droni, che gli esperti descrivono come l’asso nella manica della Repubblica islamica per il controllo di Hormuz. Questa rete di barchini delle Guardie Rivoluzionarie consente azioni di guerriglia marittima contro la marina statunitense, interdizioni mirate contro le spedizioni commerciali e tattiche mordi e fuggi capaci di saturare la capacità di reazione delle grandi unità da guerra, costringendole a mantenere le distanze dall’imboccatura dello Stretto e rendendo molto più complicata la credibilità di un blocco navale totale.
Un rappresentante del Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha riferito ad Axios che le Guardie Rivoluzionarie (IRGC) hanno condotto almeno tre attacchi contro navi commerciali nello Stretto di Hormuz dalla mattina di oggi. 
È chiaro come quella di Trump sia stata una mossa per Secondo i dati LSEG, circa venti minuti prima che il ministro degli Esteri iraniano annunciasse la riapertura dello Stretto, alcuni investitori avevano già scommesso in modo aggressivo sul ribasso del greggio, vendendo quasi 8.000 lotti di futures sul Brent per un controvalore di circa 760 milioni di dollari. Questo sincronismo tra informazione politica sensibile e movimenti speculativi suggerisce che la retorica ottimistica non fosse solo un messaggio verso l’esterno ma anche una leva per influenzare i mercati energetici, in una partita in cui Hormuz resta il collo di bottiglia strategico per le rotte del petrolio globale.
Rischio di una nuova escalation nello stretto
Sempre più analisti vedono un futuro fosco e ammettono ormai che la ripresa della guerra è più probabile di qualsiasi tipo di negoziato.
Secondo il professor Mostafa Khoshcheshm, intervistato da Al Jazeera a Teheran, la decisione iraniana di reintrodurre restrizioni sul traffico marittimo rappresenta una risposta diretta alle mosse americane. “Lo stretto doveva essere aperto in base ai termini del cessate il fuoco. Il blocco statunitense è di per sé una violazione dei termini del cessate il fuoco”, ha dichiarato, sottolineando come “gli americani hanno anche inviato più truppe e attrezzature, un'altra violazione”.
Il tentativo iraniano di riaprire, seppur parzialmente, il passaggio marittimo sarebbe stato rapidamente vanificato dalle dichiarazioni della Casa Bianca. “Trump si è precipitato dai media rilasciando dichiarazioni false”, ha osservato Khoshcheshm, spiegando che ciò ha spinto Teheran a richiudere lo stretto.
Sul piano diplomatico, le prospettive appaiono estremamente fragili. “Ora è davvero difficile, più che mai. Trump cambia posizione e parole di ora in ora”, ha osservato l’analista, aggiungendo che il ritiro degli Stati Uniti da accordi internazionali — dall’Accordo di Parigi agli impegni NATO — dimostrerebbe che “non è una persona con cui si può negoziare. Non mostra alcun rispetto per le Nazioni Unite o per il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite”.
La conclusione è drastica: “Ritengo che una ripresa della guerra sia più probabile di qualsiasi tipo di negoziato”.
Dal lato statunitense, lo stesso Trump non ha escluso un ritorno alle operazioni militari in assenza di un accordo. Rispondendo a una domanda sulla possibile proroga della tregua, ha dichiarato: “Forse non la prorogherò... e dovremo ricominciare a sganciare bombe”.
Ricordiamo che, allo stato attuale, ci sono ancora 3 portaerei nell’area (USS Abraham Lincoln nel Golfo, USS Gerald R. Ford nel Mar Rosso dopo riparazioni, USS George H.W. Bush in avvicinamento con oltre 5.000 uomini) e oltre 60.000 soldati in Medio Oriente, inclusi marines della 82a Airborn.
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