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Il fronte nascosto della guerra: droni, petrolio e fabbriche europee nel mirino del Cremlino, mentre il Baltico diventa baricentro dello scontro NATO‑Russia

Nel fragore degli eventi bellici in Medio Oriente, l’aria che si respira in Europa non si discosta molto da quella tensione per una guerra imminente che si taglia col filo del rasoio. 
Nelle ultime settimane l’Ucraina ha portato gli attacchi in profondità nel territorio russo a un livello mai visto dall’inizio dell’invasione, colpendo in serie infrastrutture petrolifere e del gas cruciali per il bilancio del Cremlino. A metà aprile una massiccia ondata di droni ha centrato il porto di Tuapse sul Mar Nero, nodo chiave di esportazione, con conferme da parte delle autorità russe di vittime civili e danni a una petroliera, oltre a oltre 50 edifici colpiti. Parallelamente, in meno di un mese, Kiev ha messo fuori uso o danneggiato piattaforme offshore nel Caspio, stazioni di pompaggio a Volgograd e nel Territorio di Krasnodar, depositi di stoccaggio come Tver, impianti chimici come quello di Cherepovets e complessi petrolchimici in Bashkortostan, fino al terminale di Tuapse stesso e ad assetti della Flotta del Mar Nero, come la fregata lanciamissili Admiral Makarov, secondo fonti russe e filmati geolocalizzati.
Questa campagna arriva in un contesto energetico già infiammato dal conflitto Iran‑Occidente, che ha spinto in alto i prezzi globali del greggio e garantito alle major – inclusa Gazprom – profitti straordinari stimati in decine di miliardi di dollari. Proprio mentre Mosca si preparava a incassare una quota consistente di questa rendita di scarsità, gli attacchi ucraini avrebbero eroso almeno il 40% del potenziale “bottino”, impedendo l’esportazione giornaliera di circa 2 milioni di barili, stando a stime di mercato riportate da Reuters. Per Volodymyr Zelensky si tratta di una strategia deliberata: solo perdite finanziarie “significative” potranno spingere il Cremlino a riconsiderare la prosecuzione della guerra, ha spiegato, rivendicando ormai come “routine” la capacità di colpire centinaia e persino migliaia di chilometri oltre il fronte. 

La filiera europea del droni e la lista dei “bersagli”

La capacità ucraina di condurre questa guerra in profondità è il risultato sia dell’accelerazione dell’industria bellica nazionale, che della nascita di una vera e propria “filiera europea del drone” a sostegno di Kiev. Da oltre un anno il governo ucraino ha messo al centro della propria strategia la produzione domestica di missili e UAV, con un aumento dichiarato di oltre 50 volte delle capacità industriali della difesa dall’inizio dell’invasione su vasta scala, e un portafoglio di 56 sistemi d’arma interamente nazionali – 31 dei quali droni – esibiti dallo stesso Zelensky in un video celebrativo dedicato ai produttori di armamenti.
Su questo pilastro interno si innesta il nuovo flusso di investimenti europei: Berlino si è impegnata a destinare 300 milioni di euro al potenziamento delle capacità di attacco a lungo raggio di Kiev, oltre a finanziare 5.000 droni d’attacco a medio raggio per colpire le linee logistiche russe. Oslo ha firmato un accordo per la produzione congiunta di droni e promesso una donazione di 560 milioni di euro, mentre Paesi Bassi e Belgio hanno annunciato rispettivamente 248 e 85 milioni di euro per programmi di UAV e supporto operativo. Il Regno Unito, dal canto suo, ha iniziato a consegnare un pacchetto di circa 120.000 droni, definito da Londra la più grande fornitura di questa tipologia mai garantita all’Ucraina.
La risposta di Mosca è stata calibrata per colpire non solo l’Ucraina questa ma, eventualmente, anche l’intera base industriale europea che la sostiene. Non sono più vaghi ammonimenti. In una nota diffusa dal Ministero della Difesa russo, il Cremlino ha definito questi programmi un “passo deliberato” verso una netta escalation politico‑militare, trasformando progressivamente i Paesi coinvolti nelle “retrovia strategiche” di Kiev e avvertendo di “conseguenze imprevedibili” per governi e aziende che finanziano la produzione di droni a lungo raggio. A questa dichiarazione è seguita la pubblicazione di un elenco di indirizzi di compagnie europee attive nei programmi congiunti di armamenti: Dmitry Medvedev, vice capo del Consiglio di sicurezza, lo ha esplicitamente descritto come una lista di “potenziali obiettivi” per le forze armate russe, trasformando i distretti industriali europei in possibili bersagli nella logica di deterrenza incrociata.
Ebbene, mentre la stessa Giorgia Meloni ha dichiarato orgogliosa che l’Italia è “molto interessata a sviluppare una produzione congiunta soprattutto nel settore dei droni, su cui l’Ucraina in questi anni è diventata nazione guida”, confermando il coinvolgimento diretto del ministero della Difesa e dell’industria nazionale, in primis Leonardo, il nostro Paese è già menzionato quattro volte negli elenchi stilati di Mosca, rendendolo uno dei primi obiettivi potenziali da colpire. 


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Giorgia Meloni © Imagoeconomica 


Negli stabilimenti italiani vengono prodotti motori a pistoni utilizzati nei droni da combattimento lanciato contro il territorio russo: parliamo dello stabilimento KMD AVIO della città di Venezia, lo stabilimento MVFLAY della città di Garbagnate Milanese, lo stabilimento EPA POWER della città di Omegna, lo stabilimento Gilardoni della città di Mandello del Lario. 

Il fronte energetico: Primorsk, Ust‑Luga e la “guerra alle raffinerie”

L’aspetto forse più sensibile, per gli equilibri euro‑asiatici, è il fronte energetico. Tra fine marzo e la prima decade di aprile, gli attacchi ucraini hanno concentrato il fuoco sui terminal petroliferi russi di Primorsk e Ust‑Luga sul Baltico, snodi fondamentali per le esportazioni verso l’Europa e il mercato globale. Secondo immagini satellitari e fonti di settore citate da Al Jazeera e Reuters, Primorsk avrebbe perso fino al 40% della capacità di stoccaggio, mentre Ust‑Luga si attesterebbe intorno al 30%, con la russa Novatek costretta a sospendere lavorazione ed export del condensato di gas. All’inizio di aprile i due porti risultavano ancora incapaci di gestire regolari spedizioni di greggio: funzionari marittimi finlandesi parlavano di traffico ridotto a “singole navi” rispetto a una media di 40‑50 alla settimana.
Quando una petroliera Aframax ha cercato di attraccare a Ust‑Luga il 5 aprile, l’Ucraina ha risposto con un nuovo strike notturno, incendiando tre serbatoi da 20.000 m³ ciascuno e colpendo in parallelo Primorsk e il terminal Sheskharis sul Mar Nero, gestito da Transneft. Filmati geolocalizzati mostravano vasti incendi sulle banchine delle petroliere, mentre successive immagini satellitari indicavano che le operazioni di scarico non erano riprese almeno fino al 14 aprile. A Primorsk, fonti di settore hanno stimato in almeno 200 milioni di dollari il valore del greggio andato in fumo in un singolo attacco, un colpo diretto alla liquidità di guerra del Cremlino.
L’8 aprile i droni ucraini hanno poi centrato il principale terminal petrolifero russo nella Crimea occupata, nel porto di Feodosia, struttura già colpita nel 2024 proprio perché fondamentale per l’alimentazione delle linee del fronte a sud. E nei primi 10 giorni di aprile sono entrate nel mirino anche raffinerie lontane dal fronte – in Bashkortostan e nell’area di Nizhny Novgorod – a oltre 1.200 km dai confini ucraini. Ne emerge un pattern chiaro: Kiev punta a trasformare il cuore energetico russo in un campo di battaglia permanente, accettando il rischio di effetti collaterali sul mercato globale in cambio di un’erosione sistematica della capacità militare di Mosca. 


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Il Baltico‑Scandinavo come nuovo baricentro del confronto NATO‑Russia

Sul piano strategico, la guerra dei droni e degli oleodotti si intreccia con la percezione russa di un cerchio NATO che si stringe a nord. Il viceministro degli Esteri Alexander Grushko ha dichiarato a RIA Novosti che l’Alleanza considera la regione baltico‑scandinava come “l’area più probabile di confronto con la Russia”, sottolineando come il blocco stia lavorando per ampliare la propria presenza in tutte le aree geografiche sensibili. Mosca denuncia da anni l’“attività senza precedenti” della NATO lungo i propri confini occidentali, leggendo il rafforzamento del fianco Est – ufficialmente definito come deterrenza – come una militarizzazione del continente che accresce il rischio di incidenti e escalation.
Il 2026 rappresenta, da questo punto di vista, un salto di qualità. Steadfast Dart 26, la più grande esercitazione dell’Alleanza dell’anno, ha mobilitato tra 10.000 e 11.000 militari di 13 Paesi tra il poligono di Bergen in Bassa Sassonia e la costa baltica tedesca, con una componente anfibia e il secondo impiego operativo della Allied Reaction Force sotto il comando di JFC Brunssum. Per la prima volta in un contesto NATO, i droni turchi Bayraktar TB3 hanno svolto missioni ISR sulla componente marittima, mentre la Marina di Ankara ha schierato nel Baltico la Task Force “Anadolu”, con la LHD Anadolu, corvette, elicotteri e un battaglione anfibio – un segnale di proiezione turca nel cuore del Nord europeo che Mosca osserva con evidente attenzione. 

Presenza tedesca in Lituania e rischio “corridoio di Suwałki”

In parallelo, la Germania ha completato l’attivazione della 45ª Brigata Panzer dispiegata stabilmente in Lituania, prima unità di livello brigata che Berlino staziona all’estero dalla Seconda guerra mondiale. Il fulcro della presenza sarà la futura “Città militare di Rūdninkai”, a circa 30 km dal confine bielorusso e 35 da Vilnius, un complesso pensato per ospitare fino a 4.000 soldati e finanziato con 540 milioni di euro da istituzioni europee, con il 203° battaglione corazzato e il 122° battaglione di fanteria meccanizzata sotto comando diretto. La base si trova a poca distanza dal corridoio di Suwałki, unico collegamento terrestre tra Stati baltici e resto della NATO, incuneato tra Bielorussia e exclave russa di Kaliningrad: uno dei punti più vulnerabili in un’eventuale crisi ad alta intensità.
A questo dispositivo si aggiunge il Battlegroup NATO a guida tedesca basato a Rukla, forza multinazionale a rotazione che, insieme alla brigata tedesca, rende la Lituania uno dei perni dell’architettura di deterrenza terrestre sul fianco nord‑orientale. La costruzione completa di Rūdninkai non sarà pronta prima della fine del 2027, ma l’avvio dei dispiegamenti rende di fatto permanente una presenza che Mosca considera già una minaccia diretta ai propri interessi nella regione baltica. 


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Sword 26, AI e “letalità distribuita”

A fine aprile si aprirà un altro capitolo con Sword 26, la grande esercitazione USA‑NATO che raccoglie sotto un unico cappello i format Saber Strike, Immediate Response e Swift Response tra Alto Nord, Baltico e Polonia. Secondo US Army Europe‑Africa, l’operazione coinvolgerà circa 6.000 militari americani e 9.500 alleati, oltre a più di 1.000 sistemi tra droni e sistemi d’arma avanzati, incluso l’impiego di batterie Patriot in Polonia. Il comandante Christopher Donahue, che guida anche il comando di terra della NATO, ha descritto Sword 26 come un banco di prova per una guerra “data‑driven”, basata sull’impiego su larga scala di intelligenza artificiale per integrare capacità senza pilota e con equipaggio ridotto in una rete di comando‑controllo in tempo reale, con l’obiettivo di compensare la superiorità numerica di un avversario come la Russia e neutralizzare i suoi vantaggi in termini di massa e slancio operativo.
Questa dottrina, che l’Esercito statunitense definisce come parte della propria trasformazione verso un’EFDI (forza expeditionary con sistemi unmanned e C2 integrato), avvicina la postura NATO a quella ucraina: una guerra di precisione distribuita, che punta a logorare l’avversario colpendo i nodi critici della sua logistica ed economia. Nel contesto attuale, ciò significa che le competenze sviluppate in esercitazione – dalla gestione degli sciami di droni alla difesa contro minacce aeree a bassa quota – sono immediatamente trasferibili sul teatro ucraino, rafforzando la percezione russa di una NATO sempre più pronta a una guerra ad alta intensità nel proprio vicino estero. 

Baltici alla soglia del 5% del PIL in difesa

Il rafforzamento non è solo alleato, ma anche nazionale. Lituania ed Estonia sono stati i primi membri dell’Alleanza ad annunciare l’intenzione di portare la spesa militare oltre il 5% del PIL, in anticipo rispetto alla linea caldeggiata dalla nuova amministrazione Trump. Già oggi la Polonia guida la classifica europea con il 4,48% del PIL destinato alla difesa, seguita da Lituania al 4%, Lettonia al 3,73% ed Estonia al 3,38%, livelli che avvicinano questi Paesi a una vera e propria “economia di mobilitazione” permanente sul fronte Est. 
Nel 2026 Vilnius ha riattivato la leva obbligatoria per circa 5.000 cittadini l’anno, con l’obiettivo di espandere rapidamente l’esercito, le riserve e il corpo ufficiali, e di creare una divisione di forze terrestri da 10.000‑15.000 soldati in aggiunta alla brigata tedesca. In Lettonia, la Brigata multinazionale NATO con quartier generale ad Ādaži, guidata dal Canada e con contributi italiani (132ª Brigata corazzata “Ariete”), polacchi, svedesi e di altri alleati, punta a raggiungere nel corso del 2026 la piena prontezza operativa dopo una serie di esercitazioni – tra cui Verboom e Corral – che hanno testato cooperazione in ambiente urbano e capacità di superamento di ostacoli con una forte componente italiana. 
In Estonia, le esercitazioni condotte nella Central Training Area di Tapa hanno visto la partecipazione di unità italiane, svedesi, francesi e canadesi, consolidando un tessuto di interoperabilità che rende sempre più intrecciate le difese nazionali baltiche con il dispositivo NATO. Il risultato complessivo è un fianco orientale densamente militarizzato, in cui la distinzione tra posture di deterrenza e potenziali piani di combattimento è sempre più sottile dal punto di vista di Mosca. 

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