di Margherita Furlan
C'è una domanda che nessun briefing del Pentagono, nessuna conferenza stampa della Casa Bianca, nessun editoriale del Washington Post ha il coraggio di porre nella sua forma più nuda: cui prodest? A chi giova questa guerra? Non in termini geopolitici generali — quelli li conosciamo, li abbiamo analizzati, li abbiamo scomposti nelle loro componenti energetiche, militari, escatologiche. La domanda è più semplice, più brutale, più americana: chi ci guadagna in dollari?
La risposta è documentata. Non è oggetto di speculazione, non è materia da complottismo da social network. È scritta nei filing della Securities and Exchange Commission, nelle indagini del Financial Times, nei rapporti dello staff della Commissione Giustizia della Camera, nei tracker del Center for American Progress, nelle pagine del Wall Street Journal. È una risposta che ha nomi, cognomi, cifre, date, strutture societarie. E racconta una storia che non ha precedenti nella storia della presidenza americana.
Il patrimonio: dalla caduta alla moltiplicazione
Per comprendere la portata di ciò che sta accadendo, è necessario partire da un dato di contesto che rende la traiettoria ancora più vertiginosa. Quando Donald Trump entrò per la prima volta alla Casa Bianca nel gennaio 2017, Forbes stimava il suo patrimonio netto intorno ai 3,5 miliardi di dollari, costruito nell'arco di decenni attraverso il tradizionale impero immobiliare della Trump Organization: hotel, resort, campi da golf, licensing del marchio, torri residenziali. Quando lasciò l'incarico nel gennaio 2021, quel patrimonio si era ridotto di circa un terzo. Forbes documenta il declino anno per anno: 3,5 miliardi nel 2017; 3,1 miliardi nel 2018 e 2019; 2,1 miliardi nel 2020 - il punto più basso — e una lieve risalita a 2,4 miliardi nel 2021. Bloomberg stimava un valore ancora più basso: circa 2,3 miliardi al momento dell'uscita dalla Casa Bianca.
Il calo fu legato principalmente all'impatto della pandemia su hotel, torri per uffici e resort da golf. Il lavoro da remoto schiacciò i valori dell'immobiliare commerciale, il turismo si prosciugò, e le conseguenze del 6 gennaio portarono istituti come Deutsche Bank a prendere le distanze dalla Trump Organization. L'umiliazione fu anche simbolica: per la prima volta in 25 anni, il patrimonio di Trump non era sufficiente per figurare nella "Forbes 400" - la classifica dei 400 americani più ricchi — non raggiungendo la soglia d'ingresso di 2,9 miliardi.
Cinque anni dopo, il quadro è irriconoscibile. Secondo Forbes, il patrimonio netto di Trump è cresciuto di circa 3 miliardi di dollari nel solo ultimo anno, raggiungendo un totale stimato di 7,3 miliardi. Rispetto al punto più basso del 2020, il patrimonio è più che triplicato. Ma la composizione di quella ricchezza è radicalmente mutata. Non sono più i grattacieli di Manhattan o i resort in Florida a trainare i numeri. La maggioranza della nuova ricchezza proviene dalle venture crypto gestite dalla famiglia Trump — un ecosistema finanziario che non esisteva durante il primo mandato e che si è costruito in parallelo con le decisioni politiche dell'amministrazione.
Secondo Bloomberg, gli asset digitali hanno aggiunto 1,4 miliardi di dollari al patrimonio della famiglia presidenziale nel corso dell'ultimo anno, arrivando a rappresentare circa un quinto della fortuna complessiva. Ma questa stima è probabilmente conservativa. Il rapporto dello staff democratico della Commissione Giustizia della Camera, pubblicato nel novembre 2025 sotto la supervisione del Ranking Member Jamie Raskin, ha fornito cifre ben più alte: le partecipazioni cripto della famiglia Trump potrebbero valere fino a 11,6 miliardi di dollari, con oltre 800 milioni di dollari di ricavi dalla vendita di asset cripto nel solo primo semestre del 2025.
Eric Trump (terzo figlio dell’attuale inquilino della Casa Bianca), interpellato dal Financial Times sull'indagine che stimava i profitti cripto della famiglia a oltre un miliardo di dollari pre-tasse, ha risposto che la cifra reale era "probabilmente di più".
Da 2,1 miliardi nel momento più buio a 7,3 - e forse molto di più - nel pieno di una guerra. Questa non è una ripresa economica. È una mutazione genetica del potere. World Liberty Financial: il cuore del sistema.
Al centro dell'architettura finanziaria della famiglia Trump c'è World Liberty Financial, una piattaforma di finanza decentralizzata co-fondata dal presidente e dai suoi tre figli - Donald Jr., Eric e Barron - insieme a Steve Witkoff e ai suoi figli. Witkoff non è un nome qualsiasi: è l'inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente e per le missioni di pace, l'uomo che veniva ricevuto al Cremlino e, al tempo stesso, sedeva al tavolo negoziale di Ginevra con l'Iran nei giorni immediatamente precedenti l'inizio delle operazioni militari. La struttura proprietaria è rivelatrice. La famiglia Trump controlla circa il 40% della società attraverso una struttura proprietaria complessa, con varie entità che risalgono al Trump Revocable Trust. World Liberty Financial emette sia token di governance (WLFI) sia stablecoin (USD1), generando ricavi attraverso commissioni di trading e interessi sui Treasury bond che garantiscono le stablecoin. Il Financial Times ha stimato che World Liberty Financial ha generato oltre 550 milioni di dollari in vendite del suo token WLFI, con investimenti provenienti da figure come il miliardario cripto cinese Justin Sun e da fondi legati agli Emirati Arabi Uniti. E qui la storia smette di essere una vicenda di finanza speculativa per diventare una questione di sicurezza nazionale. 
© Imagoeconomica
Il denaro del Golfo: la catena di trasmissione
Il flusso di denaro dai Paesi del Golfo Persico verso la galassia Trump-Kushner è il nodo centrale di tutta questa vicenda. Non perché sia illegale - la legalità formale di molte di queste transazioni è una delle caratteristiche più inquietanti del sistema - ma perché disegna una mappa di interessi che si sovrappone con precisione chirurgica alla mappa delle decisioni di politica estera. Arabia Saudita. Il fondo sovrano saudita PIF ha investito 2 miliardi di dollari in Affinity Partners, il fondo di private equity di Jared Kushner, nel 2021. Il comitato interno di screening del PIF aveva raccomandato di respingere la proposta, citando "inesperienza" e commissioni "eccessive". La raccomandazione fu scavalcata direttamente da Mohammed bin Salman, che presiede il consiglio di amministrazione del PIF. Le commissioni di gestione generate da questo singolo investimento sono enormi: il PIF paga a Kushner l'1,25% dell'investimento, ovvero 25 milioni di dollari all'anno. La Commissione Finanze del Senato stima che Kushner riceverà complessivamente 137 milioni di dollari in commissioni di gestione dal PIF entro agosto 2026. Ma il legame saudita non passa solo attraverso Kushner. Poche settimane prima dell'inizio della guerra con l'Iran, il PIF ha finanziato un accordo di sviluppo immobiliare da 7 miliardi di dollari in Arabia Saudita con la Trump Organization. Il progetto, parte del mega-complesso Diriyah finanziato interamente dal PIF, prevede un hotel a marchio Trump, un campo da golf e 500 ville di lusso con prezzi compresi tra i 6,7 e i 24 milioni di dollari ciascuna. Trump mantiene la piena proprietà della Trump Organization e trarrà profitto dall'accordo attraverso le commissioni di licensing del marchio. Il contesto temporale è essenziale: nelle settimane precedenti il conflitto, il principe ereditario Mohammed bin Salman aveva ripetutamente sollecitato Trump ad attaccare l'Iran, preoccupato per le crescenti capacità militari del suo principale rivale regionale. Emirati Arabi Uniti. Il canale emiratino è altrettanto profondo. Gli EAU hanno investito direttamente circa 200 milioni di dollari con Affinity Partners di Kushner, più ulteriori somme attraverso Lunate, una società di investimento di Abu Dhabi formalmente privata ma finanziata con denaro governativo e legata ai fondi sovrani emiratini. Ma il trasferimento più significativo è passato attraverso la cripto. Lo sceicco Tahnoon bin Zayed Al Nahyan - consigliere per la sicurezza nazionale degli EAU e capo del più grande fondo sovrano del Paese - ha acquistato il 49% di World Liberty Financial pochi giorni prima dell'insediamento di Trump. Dei 250 milioni pagati in anticipo dagli EAU, 187 milioni sono stati diretti a entità della famiglia Trump e 31 milioni alla famiglia Witkoff. Rileggiamo: 187 milioni di dollari dal consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati alla famiglia del presidente degli Stati Uniti, attraverso un acquisto in criptovaluta, pochi giorni prima dell'inizio del mandato. E Steve Witkoff - co-fondatore di World Liberty Financial, beneficiario di 31 milioni, detentore di una partecipazione a otto cifre nella società - è lo stesso uomo che l'amministrazione ha inviato a negoziare con l'Iran. Qatar. Il Qatar ha fornito a Trump un aereo personale del valore di 400 milioni di dollari, un palazzo volante dorato per uso sia durante che dopo la presidenza.
Il settore droni: quando la guerra diventa un investimento familiare
Se i flussi cripto e immobiliari rappresentano il livello strutturale del sistema, l'investimento nel settore dei droni rappresenta il suo aspetto più sfacciatamente legato al conflitto in corso.
Come riportato dal Wall Street Journal, Donald Trump Jr. ed Eric Trump stanno investendo in Powerus, un'azienda di droni con sede a West Palm Beach, Florida, che punta a soddisfare la crescente domanda del Pentagono. La domanda è stata creata dalla stessa amministrazione Trump attraverso due decisioni politiche convergenti: il bando sui nuovi modelli di droni cinesi, che dominavano il mercato civile e commerciale americano, e il lancio del programma "Drone Dominance" del Pentagono, che prevede investimenti per 1,1 miliardi di dollari nell'acquisto di centinaia di migliaia di sistemi americani entro il 2027. La struttura dell'operazione è un caso da manuale di conflitto d'interessi a cascata. L'investimento dei figli di Trump passa attraverso American Ventures, uno dei veicoli di investimento della famiglia. Aureus Greenway Holdings, una holding di campi da golf quotata in borsa e anch'essa sostenuta dai Trump, si fonderà con Powerus per il debutto sul Nasdaq. Donald Trump Jr. siede inoltre nel consiglio consultivo di Unusual Machines, un produttore di componenti per droni che è investitore in Powerus - e Powerus è a sua volta cliente di Unusual Machines. In altre parole: il presidente lancia una guerra in cui i droni sono un elemento centrale. La stessa amministrazione vieta i droni cinesi e stanzia miliardi per l'acquisto di droni americani. I figli del presidente investono in un'azienda che produce droni per il Pentagono. L'azienda si quota in borsa attraverso la fusione con un'altra società controllata dalla famiglia. E uno dei figli siede nel consiglio di un fornitore di componenti che è allo stesso tempo investitore e cliente della stessa azienda.
Non è un cerchio. È una spirale. Nel 2025 almeno due aziende sostenute da Trump Jr. avevano già ricevuto contratti dal Dipartimento della Difesa per un valore complessivo di centinaia di milioni di dollari. Con l'escalation iraniana e l'uso massiccio di droni da entrambe le parti del conflitto, la domanda è destinata a crescere esponenzialmente. La crescita patrimoniale di Donald Jr. riflette questo sistema: Forbes stimava il suo patrimonio a circa 50 milioni di dollari poco prima dell'insediamento nel gennaio 2025. A fine anno quella cifra era cresciuta di sei volte, trainata dalle crypto venture e dal ruolo nel fondo di venture capital le cui società in portafoglio hanno ottenuto contratti federali. 
Dominari Securities: quando il Congresso scopre di aver preso di mira gli amici sbagliati
C'è un episodio minore, almeno in apparenza, che illumina la natura del sistema meglio di qualsiasi cifra a nove zeri. Riguarda Dominari Securities - la stessa investment bank che ha facilitato gli accordi cripto della famiglia Trump - e il momento in cui il Congresso si è accorto, forse troppo tardi, di chi stava indagando. L'8 marzo 2026, la Commissione della Camera sulla Cina - organo bipartisan presieduto dal repubblicano John Moolenaar - ha inviato lettere formali a tre underwriter statunitensi di IPO: Dominari Securities, Revere Securities e D Boral Capital. L'accusa è pesante: le tre società avrebbero sottoscritto le quotazioni in borsa negli Stati Uniti di società cinesi a piccola capitalizzazione successivamente coinvolte in schemi di manipolazione azionaria orchestrati da "reti di crimine organizzato" in Cina e in nazioni "allineate" con il Partito Comunista Cinese. La Commissione ha dato alle tre società una scadenza perentoria - venerdì 14 marzo - per consegnare documentazione dettagliata: politiche di due diligence, statistiche di trading, offerte rifiutate, comunicazioni con le autorità regolatorie, trasferimenti esteri e segnali d'allarme su conti nominee. In caso di mancata risposta: citazione con forza di legge. Il dettaglio che trasforma questa vicenda da ordinaria amministrazione congressuale a caso emblematico è che la società madre di Dominari Securities annovera Donald Trump Jr. ed Eric Trump nel proprio advisory board. Dominari non è una società qualunque nell'ecosistema Trump: è la investment bank che ha contribuito a facilitare gli accordi cripto della famiglia, inclusi quelli legati a World Liberty Financial. È un nodo che collega la galassia finanziaria dei Trump non solo agli stati del Golfo ma anche - attraverso le IPO contestate - a reti finanziarie cinesi opache, proprio mentre l'amministrazione mantiene una retorica di confronto con Pechino. Tre giorni dopo la scadenza, il CEO di Dominari Holdings Anthony Hayes ha risposto - non con i documenti richiesti, ma con una dichiarazione pubblica tesa a minimizzare. I ricavi da sottoscrizione di IPO, ha spiegato Hayes, hanno sempre rappresentato meno del 10% del fatturato totale di Dominari. I ricavi da IPO cinesi sono una frazione di quel 10%. L'attività sulle IPO cinesi è cessata nel 2024, quella sulle IPO di Hong Kong a metà 2025. Hayes ha poi aggiunto che Dominari "intende cooperare con la Commissione" - formulazione che, come nota il Financial Times, implica che fino a quel momento la cooperazione non c'è stata.
La Commissione - a guida repubblicana - si trova ora davanti a un bivio che è la metafora perfetta dell'intero sistema. Può procedere con la citazione coattiva di una società collegata alla famiglia del presidente, rischiando l'ira di Trump. Oppure può lasciar cadere la questione, esponendosi all'accusa di cedimento politico. Esiste anche una terza possibilità, forse la più probabile e certamente la più rivelatrice: che i membri della Commissione non fossero consapevoli dei legami Trump di Dominari quando hanno inviato le lettere l'8 marzo, che siano andati nel panico quando quei legami sono stati riportati dalla stampa, e che ora ritengano sia meglio non svegliare il can che dorme.
Se così fosse - e il silenzio che circonda la vicenda suggerisce che così è - sarebbe l'ennesima ammissione che nell'America del 2026 ciò che conta non è chi quoti in borsa né chi manipoli i mercati, ma chi conosci. O meglio: a quale famiglia appartieni.
Kushner: il mediatore che non media
Jared Kushner occupa una posizione unica nell'architettura di questo conflitto. Non ha un incarico governativo formale nel secondo mandato - a differenza del primo, quando era Senior Advisor. Ma è, nei fatti, il principale interlocutore dell'amministrazione con il mondo arabo e il negoziatore designato con l'Iran. Kushner e l'inviato speciale Steve Witkoff hanno partecipato a una sessione di mediazione con le controparti iraniane a Ginevra il giovedì precedente l'inizio della guerra, presentata come un ultimo tentativo per evitare il conflitto. Il problema è strutturale: l'uomo che negozia per conto degli Stati Uniti con l'Iran è lo stesso uomo il cui fondo di investimento è finanziato per 2 miliardi di dollari dal principale rivale regionale dell'Iran, che riceve 25 milioni di dollari all'anno in commissioni da quel rivale, e il cui suocero ha appena firmato un accordo immobiliare da 7 miliardi con lo stesso Paese. Trump non sa come combattere una guerra e non riesce a giustificarne una, ma con il genero come intermediario, troverà il modo di trarne profitto. La guerra con l'Iran non risponde a nessuna delle categorie tradizionali della teoria del conflitto - non c'è una minaccia imminente, non c'è un obiettivo strategico coerente, non c'è un piano per il dopoguerra. Ciò che c'è, documentato e quantificabile, è una rete di interessi finanziari che collega la decisione di guerra ai portafogli personali di chi l'ha autorizzata. 
Il quadro petrolifero: chi beneficia del caos
L'impatto del conflitto sui prezzi dell'energia completa il quadro. Il petrolio ha sfiorato i 120 dollari al barile, i livelli più alti dalla pandemia. La chiusura o la minaccia di chiusura dello Stretto di Hormuz - attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale - ha innescato un'impennata che beneficia direttamente i produttori alternativi. La flotta ombra russa di petroliere deteneva, a febbraio 2026, circa 150 milioni di barili di petrolio russo per un valore stimato di 6,4 miliardi di dollari, secondo il Robert Lansing Institute. Il Segretario al Tesoro Bessent ha dichiarato pubblicamente la possibilità di revocare le sanzioni sul petrolio russo — una mossa che finanzierebbe direttamente Mosca. Per gli stati del Golfo - gli stessi che hanno versato miliardi nelle casse della famiglia Trump - i prezzi alti del petrolio significano entrate aggiuntive colossali. L'Arabia Saudita, che ha premuto per l'attacco all'Iran, beneficia doppiamente: elimina il rivale regionale e incassa i dividendi del caos energetico.
Il tracker: 1,8 miliardi in contanti e regali
Il Center for American Progress ha lanciato "Trump's Take", un progetto di ricerca e tracker in tempo reale che aggiorna continuamente il totale di contanti e regali ricevuti dalla famiglia Trump dalla rielezione del novembre 2024. Al momento del rilascio, il tracker mostrava oltre 1,8 miliardi di dollari, di cui oltre 1,2 miliardi in guadagni cripto. Il tracker monitora quattro fonti principali di reddito: i ricavi dalla vendita dei token di governance WLFI, gli interessi sulle riserve che garantiscono le stablecoin USD1, le commissioni di trading, i regali e accordi commerciali diretti. È, per definizione dei suoi creatori, una stima conservativa: esclude gli asset che precedevano il secondo mandato — l'impero immobiliare, i campi da golf - e i guadagni su partecipazioni azionarie come Truth Social. A settembre 2025, l'organizzazione Public Citizen ha definito l'arricchimento della famiglia Trump "la più grande corruzione nella storia presidenziale americana", commentando l'aggiunta di ulteriori 5 miliardi di dollari in contanti al patrimonio familiare in occasione dell'apertura al mercato pubblico del token WLFI.
Il costo umano: un miliardo al giorno per uccidere
Ed è qui che i numeri della finanza privata si scontrano con i numeri della morte pubblica, producendo un contrasto che dovrebbe togliere il sonno a chiunque abbia ancora una coscienza politica funzionante.
Secondo il ministero della Salute iraniano, almeno 1.444 persone sono state uccise e 18.551 ferite dagli attacchi statunitensi e israeliani sull'Iran dal 28 febbraio. Tra le vittime, il leader supremo Ayatollah Ali Khamenei e membri della sua famiglia. Oltre 168 studentesse sono state uccise nel bombardamento di una scuola. Circa 40 funzionari iraniani di alto livello sono stati eliminati, inclusi il capo di stato maggiore delle forze armate, il ministro della difesa e il comandante in capo dei Pasdaran. Tredici militari americani sono morti e circa 140 sono rimasti feriti, di cui otto in modo grave. In Libano, gli attacchi israeliani hanno ucciso 773 persone e ferito 1.933, un Paese con 830.000 sfollati. In Israele, 12 civili e 2 soldati sono morti. Negli stati del Golfo, almeno 16 persone sono state uccise dagli attacchi di rappresaglia iraniani.
E il conto per il contribuente americano? Secondo il Center for Strategic and International Studies, la spesa militare statunitense nei primi 12 giorni di guerra ha raggiunto circa 16,5 miliardi di dollari - solo nelle prime 100 ore, il costo è stato di 3,7 miliardi. La campagna ha colpito oltre 15.000 obiettivi in Iran.
Fermiamoci su questa cifra: 16,5 miliardi di dollari in 12 giorni. Significa che il contribuente americano sta finanziando questa guerra a un ritmo di oltre un miliardo e trecento milioni di dollari al giorno. È denaro pubblico - tasse, debito federale, tagli futuri ai servizi - che scorre verso i produttori di armi, i fornitori di droni, le aziende della difesa. Le stesse aziende in cui i figli del presidente stanno investendo. Le stesse aziende i cui titoli salgono a ogni nuovo giorno di bombardamenti.
La famiglia Trump guadagna sulla guerra. Il contribuente americano la finanzia. I civili iraniani, le studentesse di una scuola del sud dell'Iran, i soldati americani mandati a morire nel Golfo, i libanesi bombardati - loro pagano il prezzo. C'è un'equazione brutale in questi numeri: 16,5 miliardi di dollari pubblici spesi in 12 giorni per una guerra, mentre la famiglia del comandante in capo accumula miliardi privati attraverso le società che da quella guerra traggono profitto. Non è un paradosso. È un modello di business. Ed è il modello di business su cui si regge l'America del 2026.
L'architettura completa: sei livelli di conflitto d'interessi
Ricapitoliamo il sistema nella sua interezza, perché è nella sua totalità che rivela la propria natura:
Primo livello - Il finanziamento preventivo. Gli stati del Golfo che vogliono la distruzione dell'Iran come potenza regionale versano miliardi nelle strutture finanziarie della famiglia Trump e di Kushner: 2 miliardi dal PIF saudita a Kushner, 250 milioni dagli EAU in World Liberty Financial (di cui 187 alla famiglia Trump), 7 miliardi in accordi immobiliari sauditi con la Trump Organization, 400 milioni in un aereo dal Qatar, 200 milioni dagli EAU ad Affinity Partners.
Secondo livello - La decisione politica. L'amministrazione lancia una guerra contro l'Iran che le agenzie di intelligence americane non consideravano una minaccia imminente. Il genero del presidente, beneficiario dei fondi sauditi ed emiratini, conduce le negoziazioni il cui fallimento porta alla guerra. L'inviato speciale che siede al suo fianco è co-fondatore della società cripto in cui gli EAU hanno investito 250 milioni.
Terzo livello - Il profitto diretto dal conflitto. I figli del presidente investono in aziende di droni militari posizionate per beneficiare dei programmi di acquisto del Pentagono e dell'uso massiccio di droni nella guerra iraniana. Le stesse aziende si preparano a quotarsi in borsa, moltiplicando il valore delle partecipazioni familiari.
Quarto livello - Il profitto indiretto. I prezzi del petrolio schizzano oltre i 110 dollari al barile, generando entrate straordinarie per gli stessi stati del Golfo che hanno finanziato la famiglia Trump — chiudendo il cerchio e rafforzando la relazione di dipendenza reciproca.
Quinto livello - La deregolamentazione come moltiplicatore. L'amministrazione smantella simultaneamente i meccanismi di controllo che potrebbero ostacolare il sistema: la SEC sospende le indagini sulle società cripto legate ai donatori, il Dipartimento di Giustizia dissolve l'unità di enforcement sulle criptovalute, vengono abrogate le regole di protezione degli investitori dell'era Biden.
Sesto livello - L'immunità politica. Quando un organo del Congresso - della stessa parte politica del presidente - si imbatte accidentalmente nella rete finanziaria della famiglia Trump indagando su manipolazioni azionarie cinesi, il meccanismo si blocca. La Commissione sulla Cina scopre che Dominari Securities, una delle società sotto indagine, è collegata ai figli del presidente. La scadenza per la consegna dei documenti passa. La risposta è evasiva. Il Congresso esita. Il caso Dominari è la dimostrazione in miniatura che il sistema non è solo costruito per generare profitti - è costruito per essere intoccabile.
L'assenza di precedenti
Come ha dichiarato Will Ragland, vicepresidente per la ricerca del Center for American Progress: "Non c'è un parallelo storico per questo. Niente si avvicina." I presidenti americani, storicamente, hanno monetizzato la propria notorietà dopo aver lasciato l'incarico - attraverso libri, conferenze, consulenze. 
Ma mentre sono in carica, i presidenti di solito si liberano di qualsiasi accordo finanziario che possa configurare un conflitto d'interessi o dare l'impressione di sfruttare la propria posizione ufficiale. Trump non solo non ha disinvestito: ha costruito un impero finanziario parallelo il cui valore è direttamente correlato alle decisioni che prende dall'Ufficio Ovale. Kedric Payne, avvocato generale del Campaign Legal Center, ha osservato che gli accordi ottenuti dalle società sostenute da Trump Jr. appaiono eticamente discutibili anche se il figlio del presidente non ha direttamente usato la sua influenza per ottenerli: "Ci si aspetta che i presidenti evitino anche solo l'apparenza di usare il proprio ufficio per beneficiare finanziariamente sé stessi o la propria famiglia".
La domanda che non viene posta
Gli stati del Golfo hanno sistematicamente acquistato influenza presso la famiglia Trump e l'amministrazione con somme enormi, e ora, per quel prezzo modico, sembrano aver affittato i servizi dell'esercito degli Stati Uniti per iniziare una guerra che loro vogliono, ma che il popolo americano non vuole. È un'affermazione forte. Ma i numeri la sostengono. La guerra con l'Iran non è spiegabile attraverso le categorie tradizionali dell'analisi geopolitica - non nella forma in cui è stata lanciata, non con i tempi con cui è stata lanciata, non con l'assenza di pianificazione strategica che la caratterizza. Diventa spiegabile quando si segue il denaro. Quando si mappa il flusso di miliardi dagli stati del Golfo alla famiglia presidenziale. Quando si osserva che il negoziatore americano con l'Iran è pagato 25 milioni all'anno dal principale nemico dell'Iran. Quando si nota che i figli del presidente investono in droni militari mentre il padre ordina una guerra combattuta con i droni. Quando si scopre che la investment bank della famiglia, indagata dal Congresso per aver facilitato manipolazioni azionarie cinesi, ottiene il silenzio imbarazzato degli stessi legislatori che l'avevano convocata. Quando si calcola che il contribuente americano finanzia il conflitto a un ritmo di oltre un miliardo al giorno, e che quel denaro scorre verso le stesse industrie in cui la famiglia presidenziale detiene partecipazioni. In qualsiasi altro Paese, una sola delle connessioni finanziarie documentate in questa inchiesta sarebbe sufficiente a far cadere un governo. Nell'America del 2026, sono tutte contemporaneamente presenti, tutte documentate, tutte pubbliche - e nessuna genera conseguenze. Il Congresso non indaga, o quando lo fa accidentalmente - come nel caso Dominari - si ritrae. La SEC è stata neutralizzata. Il Dipartimento di Giustizia è stato svuotato delle unità competenti. I media riportano, ma i numeri sono così grandi e così numerosi che producono assuefazione anziché indignazione. Questo è forse il dato più significativo di tutti. Non il volume del denaro - i 7,3 miliardi di patrimonio, i 187 milioni dagli Emirati, i 137 milioni in commissioni saudite a Kushner, i miliardi in cripto, il miliardo e oltre in contratti per i droni. Non la sfacciataggine delle operazioni. Non i 16,5 miliardi di dollari pubblici bruciati in dodici giorni di bombardamenti. Ma l'impunità totale con cui tutto si svolge, alla luce del sole, davanti a un Paese che sta mandando i propri figli a morire in una guerra di cui la famiglia del comandante in capo è azionista.
Elaborazione grafica by Paolo Bassani. Realizzata con il supporto dell'IA
ARTICOLI CORRELATI
Hormuz, l'euro e il tramonto del petrodollaro
Iran, inferno nucleare
Sigonella, la guerra e la sovranità che non c'è
Trump minaccia Kharg: ''Accordo o distruzione''. L'Iran gela: ''Irrealistico''
La guerra santa che nessuno chiama per nome
Vince la guerra chi non spara un colpo
Guerra: il silenzio dell'America sul proprio crack finanziario
Il profeta armato e i fantasmi di Epstein: Trump fra Armageddon e resa dei conti
La folle e perversa guerra di Trump contro la civiltà millenaria dell'Iran
di Giorgio Bongiovanni
Il cuore vivente e la macchina del mondo: diario da Mosca, nel tempo sospeso tra bioeconomia e guerra
La guerra all'Iran: anatomia di un conflitto che ridisegna l'ordine mondiale
La guerra totale dell’energia. L’Iran pronto allo scontro infinito
Trump pronto ad intensificare la guerra con l’Iran che può spezzare l’impero americano
Trump vuole la resa incondizionata dell’Iran mentre l’impero affonda
Washington ostenta vittoria, ma la guerra contro l'Iran si complica per gli USA
