L’Iran trasforma lo Stretto nel collo di bottiglia che può affondare Trump, Wall Street e l’egemonia del biglietto verde
Sono ore concitate, quelle che precedono i colloqui di Islamabad tra Stati Uniti ed Iran previsti per oggi. Tutto ha il sapore solo di una fragile tregua pronta ad essere spezzata dalla prima cannonata isterica dei guerrafondai più psicopatici.
Tra questi, al primo posto c’è ovviamente Israele – in grado di tenere sotto scacco Donald Trump tramite le sue potenti lobby negli Stati Uniti, come ammesso dall’ex direttore del National Counterterrorism Center (NCTC), Joe Kent – che non ha raggiunto nessun obbiettivo da questa campagna militare, presentata alla Situation Room della Casa Bianca lo scorso 11 febbraio come certamente vincente e capace di garantire in pochi giorni lo smantellamento del programma missilistico iraniano, l’impedimento di qualsiasi interruzione nello Stretto di Hormuz e, ovviamente, il crollo del regime.
È chiaro che dopo oltre un mese questi obiettivi rappresentano un’utopica fantasia confinata nell’iperuranio, ma Benjamin Netanyahu ha tentato il tutto per tutto per salvarsi da una disfatta senza fine.
Per questo il giorno dopo la dichiarazione di tregua ha dato il via libera al peggior bombardamento della guerra che ha ucciso più di 250 persone in Libano e ha messo a repentaglio il cessate il fuoco.
Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha denunciato con fermezza le operazioni militari israeliane, definendole una grave minaccia per qualsiasi prospettiva diplomatica.
“La ripetuta aggressione del regime sionista è una palese violazione dell'accordo originale di cessate il fuoco. Questo è un segno pericoloso di inganno e di mancata conformità ai possibili accordi. La continuazione di queste azioni renderà le negoziazioni prive di significato”, ha scritto Pezeshkian sul proprio account X, lasciando intendere che il dialogo con Washington potrebbe interrompersi prima ancora di produrre risultati concreti. Il presidente iraniano ha inoltre ribadito la posizione di Teheran sul sostegno al Libano, affermando che il Paese “ha la mano sul grilletto e non abbandonerà mai i suoi fratelli e sorelle libanesi”.
Le dichiarazioni sono arrivate in un momento particolarmente critico. Solo il giorno precedente, il presidente del parlamento iraniano Mohammad-Bagher Ghalibaf aveva accusato gli Stati Uniti di aver già violato tre punti della proposta di pace, mettendo in dubbio la credibilità di un eventuale tregua.
Dal lato statunitense, il vicepresidente J.D. Vance ha cercato di ridimensionare la crisi, definendo il disaccordo sul Libano un semplice “malinteso”. Secondo Vance, gli Stati Uniti e Israele non avrebbero incluso il Libano nei termini dell’armistizio negoziato con Teheran, creando così un’area grigia che ora alimenta tensioni e incomprensioni tra le parti.
Ma la situazione è troppo delicata e Teheran ha il coltello dalla parte del manico con lo stretto di Hormuz ancora, di fatto, chiuso proprio a causa dei raid israeliani. Per questo, il presidente Trump, secondo NBC News, ha chiesto a Netanyahu, durante una telefonata mercoledì, di ridurre l'intensità dei raid israeliani contro il Libano per aiutare a sostenere i negoziati in corso con l'Iran.
"Alla luce delle ripetute richieste del Libano di avviare negoziati diretti con Israele, ieri ho incaricato il governo di iniziare al più presto negoziati diretti con il Libano", ha affermato il primo ministro israeliano, aggiungendo che "I negoziati si concentreranno sul disarmo di Hezbollah e sull'instaurazione di relazioni pacifiche tra Israele e Libano".
Un'ora prima della dichiarazione di Bibi, il presidente libanese Joseph Aoun aveva affermato di star lavorando su un percorso diplomatico in merito alla questione, che cominciava a essere visto "positivamente" dagli attori internazionali.
Tuttavia a Tel Aviv crescono i malumori con il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz, ha dichiarato al Canale 14 che "la guerra non si fermerà".
Il tycoon è alla disperazione più totale. Mentre, secondo il Wall Street journal Teheran dichiara ancora di disporre di 15.000 missili e 45.000 droni, nessuno degli obiettivi che hanno dato inizio alle operazioni congiunte ha avuto successo.
Secondo le autorità iraniane, la base dell’intesa sarebbe il piano in dieci punti proposto da Teheran. Questo includerebbe il mantenimento del controllo iraniano sullo Stretto di Hormuz, la revoca sia delle sanzioni primarie che di quelle secondarie accompagnata da un risarcimento per i danni subiti, il riconoscimento del diritto dell’Iran ad arricchire l’uranio e il ritiro delle forze statunitensi dalla regione. A ciò si aggiungerebbero la cessazione delle ostilità su tutti i fronti e l’annullamento delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e del Consiglio dei Governatori dell’AIEA relative all’Iran.
La fretta del tycoon, il crollo del dollaro e il collasso economico Usa
Difficilmente gli Stati Uniti potranno riprendersi dal pantano di questa avventura suicidaria che ha messo in discussione lo status del dollaro nella regione.
Secondo Lloyd’s List Intelligence, alcune navi hanno pagato l’equivalente di 2 milioni di dollari all’Iran per garantirsi il passaggio sicuro, ma in yuan, non in dollari. E, dopo le notizie di un cessate il fuoco tra USA e Iran, un funzionario iraniano ha indicato che il Paese chiederà alle compagnie di navigazione di pagare pedaggi in criptovalute per le petroliere, pari a 1 dollaro per ogni barile trasportato.
Ma l’impellenza di Trump di fermare i combattimenti ha un’origine ancora più profonda e va ricercata nella prossimità al collasso dei mercati energetici e finanziari.
Proprio la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’impennata dei prezzi di petrolio e gas, l’aumento dei rendimenti dei Treasury, il rischio di stagflazione e il crollo dell’approvazione economica hanno costruito una dinamica capace di mettere a rischio l’intera economia statunitense e le elezioni di midterm.
Hormuz rappresenta, in questo senso, il collo di bottiglia più critico del sistema energetico mondiale, attraverso cui passano circa il 20% del petrolio globale e il 20% del gas naturale liquefatto, pari a un flusso pre-crisi di circa 20 milioni di barili al giorno. Le Guardie della Rivoluzione hanno emesso divieti formali di transito, condotto 21 attacchi confermati contro navi mercantili e posato mine, riducendo a circa il 10% i flussi di esportazione rispetto ai livelli precedenti: una contrazione senza precedenti, in un’area per la quale non esistono rotte alternative realistiche per la quasi totalità dell’export del Golfo. I mercati hanno reagito in tempo reale: il Brent è passato dai circa 70 dollari al barile di febbraio a 80–82 dollari il 2 marzo (+13%), ha superato i 100 dollari l’8 marzo per la prima volta in quattro anni, ha toccato un picco di 126 dollari a fine mese (+80% rispetto alla baseline), per poi attestarsi a 112,42 dollari il 3 aprile. Solo con l’annuncio del cessate il fuoco dell’8 aprile il prezzo è precipitato nell’area 94–95 dollari, con un calo giornaliero intorno al 14–15% — una delle cadute più brusche dal 2020 — salvo rimbalzare il 9 aprile verso quota 97,65 dollari sulla persistente instabilità, mentre il WTI registrava un crollo intraday del 16,41% restando comunque 35–40% sopra i livelli pre-guerra.
In parallelo, il mercato del LNG ha subito una scossa speculare: QatarEnergy ha dichiarato forza maggiore il 4 marzo, seguita il 7 marzo dalla Kuwait Petroleum Corporation, mentre Bahrain e Emirati Arabi Uniti hanno ridotto la produzione, bloccando la principale dorsale di gas liquefatto verso Asia ed Europa. Il complesso industriale di Ras Laffan in Qatar, cuore dell’export di LNG, è stato colpito il 18 marzo, con una perdita stimata del 17% della capacità produttiva nazionale e tempi di ripristino di 3–5 anni, trasformando uno shock di breve durata in un rischio strutturale di offerta. In Asia i prezzi spot del LNG sono aumentati di oltre il 140%, mentre in Europa il benchmark TTF ha quasi raddoppiato, salendo da 30 a circa 60 euro/MWh, facendo temere un nuovo ciclo di rincari energetici e di deindustrializzazione accelerata nell’UE. A completare il quadro, l’IEA ha descritto la chiusura di Hormuz come la più grande disruption della sicurezza energetica globale nella storia, mentre il ministro dell’Energia del Qatar Saad Sherida al‑Kaabi ha avvertito che il protrarsi della guerra avrebbe costretto altri produttori del Golfo a fermare le esportazioni dichiarando force majeure, con il rischio di “far crollare le economie del mondo”.
Il contesto strutturale rendeva questo shock qualitativamente diverso da altre crisi nel Mar Rosso o a Suez: solamente l’Arabia Saudita, con l’oleodotto East‑West (Petroline) da circa 5 milioni di barili al giorno, e gli Emirati Arabi Uniti, con la linea Habshan‑Fujairah da circa 1,5 milioni di barili al giorno, disponevano di by‑pass terrestri, ma la loro capacità complessiva era largamente insufficiente a compensare i 20 milioni di barili quotidiani che transitano normalmente per Hormuz. Questa rigidità logistica ha generato un effetto domino oltre il petrolio e il gas: la produzione di alluminio altamente energivora è stata ridotta per i maggiori costi elettrici, il settore dei fertilizzanti basati su idrocarburi e gas ha visto impennate di prezzo con ricadute sul costo del cibo, la fornitura di elio prodotta in gran parte in Qatar e Abu Dhabi è stata interrotta, con impatti su sanità e high‑tech (chip, semiconduttori), e la produzione agricola globale ha iniziato a scontare fertilizzanti più rari e più cari. In questo quadro, Hormuz ha smesso di essere solo un canale di transito per diventare la leva sistemica attraverso cui l’Iran poteva condizionare simultaneamente energia, manifattura, logistica e sicurezza alimentare globale.
La fuga dai buoni del tesoro Usa
Nei mercati finanziari, il consueto meccanismo di fuga verso i Treasury come porto sicuro si è inceppato: invece di scendere, i rendimenti sono saliti, riflettendo la paura che l’impennata del petrolio si trasformasse in una nuova ondata inflazionistica. Il rendimento del decennale USA è passato dal 3,97% del 27 febbraio al 4,005% il 2 marzo, ha toccato il 4,285% il 13 marzo con l’escalation su Hormuz, fino a raggiungere un picco del 4,44% il 27 marzo, proprio mentre i negoziati ristagnavano. Il calo successivo a 4,33% il 7 aprile e a 4,291% l’8 aprile, subito dopo l’annuncio del cessate il fuoco con l’Iran, con un rimbalzo marginale a 4,307% il 9 aprile, segnala che i mercati obbligazionari hanno letto la tregua come un allentamento temporaneo ma non risolutivo del rischio inflazione, con un premio al rischio ancora incorporato nei tassi. La risalita di 47 punti base in meno di un mese, innescata interamente dalla crisi energetica, ha iniziato a trasferirsi ai mutui e al credito alle imprese, peggiorando le condizioni finanziarie interne in modo preoccupante.
Le Borse hanno reagito con volatilità e fasi di sell‑off: all’inizio del conflitto l’S&P 500 ha accumulato la più lunga sequenza di perdite settimanali in quasi quattro anni, con i futures che il 3 marzo segnavano –1,62%, il Dow in ribasso di 786 punti e il Nasdaq in calo del 2,15%, riflettendo la paura di un rallentamento globale abbinato a shock di costo. La notizia del ceasefire dell’8 aprile ha prodotto un rimbalzo potente: i futures sull’S&P 500 sono balzati di oltre il 2%, il FTSE 100 del 2,53%, il CAC 40 del 4% e il DAX vicino al 5%, mentre il Brent è sceso sotto i 100 dollari al barile, confermando che l’intero complesso risk‑on era diventato ostaggio della riapertura o meno dello Stretto.
Curioso come, proprio nelle ore precedenti la sospensione dei combattimenti, un investitore in incognito ha scommesso circa 950 milioni di dollari sul crollo dei prezzi del petrolio. Prima di questo, un altro investitore in incognito aveva scommesso circa la stessa cifra sull'aumento dei prezzi poche ore prima dell'inizio della guerra. Il genio finanziario è semplicemente molto fortunato, ha già guadagnato 300 milioni.
Nonostante l’euforia, analisti come Krishna Guha (Evercore) hanno avvertito che “non siamo ancora usciti dalla crisi” e che il primo shock inflazionistico era comunque probabile, sintetizzando l’idea che la tregua fosse una pausa tattica e non una vera normalizzazione.
Sul fronte domestico, lo shock energetico si è tradotto direttamente in inflazione: a febbraio 2026, prima della guerra, l’inflazione USA era al 2,4% su base annua, in linea con un atterraggio morbido dopo il ciclo post‑Covid, ma l’impennata del petrolio ha fatto salire i prezzi della benzina di oltre 1,20 dollari al gallone, portandoli oltre i 4 dollari al gallone in molte aree del paese per la prima volta dal 2022. Le stime per il CPI di marzo parlavano di un aumento mensile dell’1%, il più forte dal 2022, mentre l’OCSE proiettava un’inflazione annua al 4,2% per il 2026, un punto percentuale in più rispetto alle previsioni pre‑crisi. Nel G20 l’inflazione media attesa al 4%, con un incremento di 1,2 punti percentuali, segnalava una spirale di rincari trainata dall’energia, con la Dallas Fed Research che stimava come una perturbazione prolungata del commercio petrolifero potesse spingere l’inflazione headline USA ben oltre il 4% entro fine anno. In altre parole, la guerra stava trasformando un quadro tutto sommato gestibile in un ritorno al rischio di stagflazione, con crescita in rallentamento e prezzi in accelerazione.
La pressione è dunque diventata esplosiva sul piano politico interno. Gli indici di approvazione economica per Trump mostrano un deterioramento rapido e inequivocabile: all’inizio del secondo mandato, a gennaio 2026, l’approvazione economica era al 43%, mentre il 28 febbraio, alla vigilia del conflitto, l’approvazione generale era al 42%, su livelli comunque gestibili per un presidente in carica. Dopo tre settimane di guerra, a febbraio, l’approvazione specifica sull’economia è crollata al 29%, mentre a marzo un sondaggio Reuters/Ipsos sul costo della vita l’ha fotografata al 25%, con un’approvazione complessiva al 36%, minimo storico del secondo mandato. Quel 29% di approvazione economica è sceso sotto qualsiasi rating analogo registrato sotto la presidenza Biden, nonostante all’epoca il paese stesse affrontando l’ondata inflazionistica post‑Covid.
Con il passare delle settimane, la pressione su Trump è arrivata non solo dall’opinione pubblica, ma anche da alleati politici, grandi gruppi industriali e persino da segmenti della base MAGA, preoccupati che un’escalation potesse far “esplodere” i prezzi dell’energia in prossimità delle elezioni di metà mandato.
Ecco spiegato il perché il tycoon aveva fretta di chiudere la partita.
Foto di copertina © Imagoeconomica
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