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Mentre Teheran stringe il controllo sulle rotte energetiche e i mercati globali vacillano tra petrolio alle stelle e fondi in sofferenza si punta di colpire l’isola di Kharg

La coalizione Usa-Israele non poteva ricevere schiaffo peggiore nelle ultime ore, con l’elezione a leader supremo dell'ayatollah Seyyed Mojtaba Hosseini Khamenei, 56 anni, il figlio di Ali Khamenei, martirizzato. 
Un risultato che arriva dopo che Teheran è stata avvolta da un tetro fumo nero dopo un attacco israeliano a una raffineria di petrolio, che ha segnato un'escalation degli attacchi alle forniture energetiche interne dell'Iran. 
“Penso che abbiano commesso un grosso errore", ha commentato il Donald Trump, parlando con la NBC, mentre i media statali iraniani hanno mostrato grandi folle in diverse città che si sono radunate a sostegno del nuovo leader, sventolando bandiere iraniane e tenendo in mano i ritratti del padre Ali Khamenei, ucciso da un attacco israeliano il primo giorno di guerra. 
Una successione che non solo non rompe con la precedente leadership, ma ne amplifica la retorica massimalista e antioccidentale, incarnata da una figura che ha visto uccidere la sua famiglia da parte di Trump e Netanyahu. Non ci sarà nessun negoziato, nessun compromesso, sarà la guerra totale.  
Politici e istituzioni hanno giurato fedeltà al nuovo leader supremo, la cui moglie, il cui figlio e la cui madre sono morti all'inizio dell'attacco aereo tra Stati Uniti e Israele, secondo i media statali iraniani. 


I prospetti economici terrificanti per l’occidente

Il sistema economico occidentale si trova sempre più dinnanzi ad un precipizio inesplorato con la chiusura dello stretto di Hormuz. Lunedì alcune fonti hanno affermato che l'Arabia Saudita ha ridotto la produzione in due giacimenti petroliferi, diventando l'ultimo produttore del Golfo a ridurre la fornitura dopo Iraq e Kuwait. 
Dopo il petrolio, ora anche il gas entra in crisi, a seguito degli attacchi con droni iraniani che hanno imposto la chiusura temporanea del grande complesso di Ras Laffan in Qatar, cuore dell’industria mondiale del GNL. Lo stop forzato ha rallentato il progetto di espansione North Field East, spostando le prime esportazioni attese all’inizio del 2027, a condizione che l’impianto torni operativo nell’arco di circa un mese; qualsiasi ulteriore slittamento, in un contesto di tensioni crescenti nel Golfo Persico, rappresenta un nuovo segnale di rischio per i mercati energetici globali e per la sicurezza regionale, poiché riduce l’offerta futura di gas liquefatto proprio mentre la domanda resta elevata. 
I future sul greggio Brent sono saliti del 6,55% a 98,77 dollari al barile alle 17:45 GMT, dopo aver raggiunto in precedenza i 119,50 dollari, in quello che sarebbe stato il maggiore rialzo giornaliero mai registrato. 
A determinare parte dell’abbassamento hanno contribuito i toni rassicuranti quanto demenziali di Trump che dopo una chiamata con Vladimir Putin ha rassicurato sul fatto che l’Iran sarà una “escursione a breve termine”. Secondo tre fonti vicine alla questione, l'amministrazione del tycoon starebbe valutando un ulteriore allentamento delle sanzioni sul petrolio russo per contenere i prezzi del petrolio.
Ma si tratterebbe solo di una breve boccata d’ossigeno prima dello tsunami. 
Il presidente americano si dice disposto ancora a scommettere il tutto per tutto e si dice fiducioso.  




Donald Trump © Imagoeconomica 


Gli Stati Uniti e Israele hanno distrutto “circa l’80%” dei siti di lancio missilistici dell’Iran”. Lo ha detto il presidente Trump parlando in Florida a un evento del Partito repubblicano. 
E ancora: “Non ci fermeremo finché il nemico non sarà completamente e decisamente sconfitto”, ha proseguito minacciando di colpire l'Iran “molto, molto più duramente” se le autorità bloccheranno l'offerta di petrolio. 
Parole tronfie di aspettative vanagloriose che mascherano la precaria via senza ritorno su cui si sono buttati gli Stati Uniti. Anche ammettendo che le perdite inflitte siano tali, Teheran può continuare la guerra anche senza lanciatore, essendo in grado di produrre circa 10.000 droni al mese, cioè fino a 120.000 l’anno, a fronte di un raggio operativo di 700‑1.000 km per gli Shahed‑136 e circa 2.480 km per lo Shahed‑149, il che gli consente di colpire in profondità tutta l’area mediorientale con piattaforme a basso costo e in grande volume... Al contrario, nel 2025 l’esercito USA stimava meno di 4.000 intercettori di tutti i tipi, con solo 534 THAAD e circa 500 SM‑3 previsti entro fine 2025, numeri che implicano che poche centinaia di ingaggi reali consumano già dal 20% al 30% delle scorte di punta.
Il costo unitario degli intercettori di alta gamma oscilla tra circa 4 e 5,5 milioni di dollari per un PAC‑3 MSE, 4‑5 milioni per uno SM‑6, 10‑15 milioni per uno SM‑3 e circa 12,7 milioni per un THAAD, mentre un drone Shahed costa nell’ordine delle decine di migliaia di dollari, imponendo un rapporto di costo “dal basso verso l’alto” che obbliga gli alleati a spendere fino a 100 volte di più per neutralizzare una singola arma economica iraniana. L’Heritage Foundation e studi affini stimano che gli intercettori di fascia alta possano esaurirsi in pochi giorni di combattimento ad alta intensità, con 2‑3 grandi salve di un avversario “near‑peer” sufficienti a svuotare interi sistemi, mentre il Pentagono dispone di solo il 25% degli intercettori Patriot necessari ai suoi piani globali. La produzione attuale è strutturalmente insufficiente rispetto ai consumi: 96 THAAD l’anno (8 al mese) con obiettivo 400 l’anno in 7 anni, 500‑650 PAC‑3 MSE l’anno da portare a 2.000 in 7 anni, poche unità di SM‑3 e SM‑6 al mese, a fronte di una capacità iraniana che, secondo Marco Rubio, supera i 100 missili balistici al mese più “migliaia” di droni d’attacco.
Nei fatti, Teheran sta ancora seguendo una tattica molto efficace garantendosi di resistere in una guerra lunga che il nemico non può vincere, colpendo non solo obiettivi militari in Israele, che si sta gradualmente trasformando in qualcosa di simile a Gaza, ma soprattutto i centri nevralgici e energetici degli stati arabi del Golfo da cui dipende l’economia globale. 


I rischi di una recessione mondiale. Blackrock limita i prelievi

A questo proposito, resta evidente come le azioni di ritorsione stiano andando ad incidere profondamente sulla tenuta stessa del sistema finanziario attuale.  Se come, evidenziato dal Wall Street Journal, il prezzo del petrolio potrebbe superare i 200 dollari al barile, le conseguenze sarebbero devastanti.
C'è chi si prepara al peggio. BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo con circa 10.000 miliardi di dollari in gestione, è stata costretta a limitare i prelievi dal suo principale fondo di credito privato HLEND da 26 miliardi di dollari, dopo un’impennata delle richieste di rimborso da parte di investitori che hanno cercato di uscire in fretta; nell’ultimo trimestre le richieste hanno raggiunto circa il 9% del patrimonio del fondo, ma la società ha potuto rimborsare solo fino al consueto limite del 5%, pari a 620 milioni di dollari, innescando l’allarme su un segmento costruito su prestiti illiquidi e capitali teoricamente riscattabili.
Anche Blackstone è stata costretta ad alzare il tetto di prelievo dal suo fondo da 82 miliardi dal 5% al 7%, investendo in emergenza 400 milioni di dollari per soddisfare le domande degli investitori, mentre Blue Owl già a gennaio aveva riacquistato il 15,4% di uno dei suoi veicoli per far fronte alla pressione. 


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In ogni caso, il fatto che BlackRock sia fra i principali azionisti di gran parte delle grandi società quotate, dai colossi tecnologici come Apple e Microsoft fino ai giganti petroliferi e alle grandi banche, fa sì che i suoi problemi di liquidità assumano immediatamente la valenza di campanello d’allarme sistemico, suggerendo che tensioni analoghe potrebbero emergere a cascata in altri nodi critici del sistema finanziario. 
A livello macroeconomico ci sono già ripercussioni visibili e il Regno Unito appare come uno dei casi più esposti a questa nuova fiammata inflazionistica: a Londra l’indice FTSE 100 ha perso quasi 200 punti in una seduta, pari a un calo di circa il 2%, mentre il DAX tedesco è arrivato a cedere il 2,3%, in un clima di vendite generalizzate in cui i mercati iniziano a scontare possibili ulteriori rialzi dei tassi di interesse. A fronte di prezzi dell’energia in forte accelerazione, la Banca d’Inghilterra potrebbe trovarsi costretta a irrigidire ancora la politica monetaria nelle prossime settimane e mesi, rendendo più costoso il credito per aziende, famiglie e governi; i rendimenti dei titoli di Stato britannici sono già saliti sensibilmente dall’inizio della crisi, aggravando i costi di finanziamento del Tesoro e restringendo i margini di manovra di bilancio. 
Secondo la CNBC, gli scommettitori del mercato previsivo si aspettano sempre più che l'economia statunitense entri in recessione quest'anno e l'indice di Kalshi ha raggiunto il livello più alto da novembre.


Il piano per raggiungere l’oro nero iraniano e ribaltare la disfatta

Non è solo attraverso attacchi in profondità che Washington spera di ribaltare il tavolo da gioco. Secondo quanto dichiarato da alcuni funzionari della Casa Bianca ad Axios si sta valutando l’ipotesi di mettere le mani sul petrolio iraniano legato all’isola di Kharg, sia per operazioni di forze speciali contro le scorte di uranio arricchito.
Kharg è una striscia di terra di circa cinque miglia nel Golfo Persico che ospita il principale terminal di esportazione del greggio iraniano. Per diverse stime, fino al 90% delle esportazioni di petrolio dell’Iran passa da quest’isola, che ha una capacità di carico di circa 7 milioni di barili al giorno. Questo ne fa un pilastro dell’economia iraniana e una fonte fondamentale di entrate per il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC), che controlla gran parte del settore petrolifero. 
Secondo analisti citati da Politico, “una delle mosse più efficaci” del presidente Donald Trump per paralizzare il regime iraniano potrebbe essere proprio l’impadronirsi dell’area. L’idea è che, se Teheran non riuscisse più a vendere il proprio petrolio, l’IRGC non sarebbe in grado di pagare stipendi e mantenere il controllo sociale all’interno del Paese.  


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Non si tratta di piani ancora campati in aria. Michael Rubin, ex consigliere del Pentagono per Iran e Iraq e oggi analista dell’American Enterprise Institute, ha confermato di aver trasmesso alla Casa Bianca l’importanza strategica di Kharg. Nella logica di Rubin, bombardamenti e sanzioni non bastano a provocare un cambio di regime finché non si “frattura” la Guardia Rivoluzionaria, e tagliare l’accesso ai proventi del petrolio sarebbe il modo più diretto per riuscirci. Al contempo, un altro consigliere della Casa Bianca citato dal Telegraph ha suggerito che, sequestrando quel territorio, gli Stati Uniti “non dovrebbero più preoccuparsi” dei tentativi iraniani di chiudere lo Stretto di Hormuz, perché Washington controllerebbe direttamente “tutto il petrolio”.  

Rischi di escalation energetica globale

Sarebbe folle pensare tuttavia che questo piano sarebbe portato a termine senza ritorsioni su vasta scala. Prova ne danno i fatti delle ultime ore: Dopo che i raid israeliani hanno colpito impianti energetici nell’area di Teheran e depositi di stoccaggio, provocando grandi incendi in raffinerie chiave, l’IRGC ha rivendicato l’uso di missili balistici a combustibile solido Kheibar Shekan contro la raffineria di Bazan nella baia di Haifa, il principale impianto di raffinazione israeliano. 
A tal proposito, diversi esperti avvertono che un’occupazione di Kharg potrebbe innescare ritorsioni iraniane contro tutte le infrastrutture energetiche regionali, in una sorta di “distruzione reciproca assicurata” del settore petrolifero. Finché Teheran conserva la capacità di estrarre e vendere greggio, tende a non colpire sistematicamente gli impianti altrui, nella consapevolezza che un’escalation totale porterebbe alla distruzione anche delle sue installazioni. 

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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