Washington studia una campagna per colpire i singoli leader e un possibile cambio di regime a Teheran, con due gruppi d’attacco di portaerei e oltre cento velivoli già schierati nell’area
“Ho il diritto di distruggere un Paese. Ho persino il diritto di imporre un embargo distruttivo a un Paese straniero. Posso fare tutto quello che voglio”, ha dichiarato Donald Trump in preda al suo delirio di onnipotenza alla Casa Bianca, dopo la decisione con cui la Corte Suprema degli Stati Uniti, di dichiarare illegali gran parte dei dazi globali di Trump imposti usando i poteri d’emergenza (IEEPA).
Un bluff, l’epilogo malato di una presidenza oramai completata assoggettata alla linea neocon degli Stati Uniti?
Per evitare il peggio, l’Iran dovrebbe accettare il sostanziale abbandono del programma nucleare, il netto ridimensionamento e depotenziamento delle proprie capacità missilistiche e lo smantellamento dell’“Asse della Resistenza”. Condizioni che sia la Guida Suprema Khamenei che il ministro degli Esteri Abbas Araghchi hanno qualificato immediatamente come irricevibili.
È ben chiaro che se i punti rimangono questi, la farsa dei negoziati è solo un mero pretesto per l’operazione militare. Tuttavia, almeno a parole, il presidente degli Stati Uniti ha nutrito speranza per la diplomazia, affermando giovedì che "cose davvero brutte" accadrebbero se non si raggiungesse un accordo. Sembra aver fissato una scadenza non superiore a 10-15 giorni prima che gli Stati Uniti possano intervenire.
Minacce che nascondono il vero obiettivo che implica un cambio di governo in Iran, "la cosa migliore che potrebbe succedere", come dichiarato dal tycoon la scorsa settimane.
Le ultime indiscrezioni trapelate dalla Reuters, indicano che la pianificazione militare statunitense contro l'Iran ha raggiunto una fase avanzata, con opzioni che includono l'attacco mirato a singoli individui fino, per l’appunto, ad un possibile colpo di Stato in grande stile come accaduto in Venezuela il 3 gennaio.
I funzionari statunitensi, che hanno parlato a condizione di mantenere l'anonimato a causa della natura delicata della pianificazione, non hanno fornito ulteriori dettagli su quali individui potrebbero essere presi di mira o su come l'esercito statunitense potrebbe tentare di attuare un cambio di regime senza una grande forza di terra.
"La guerra di 12 giorni e gli attacchi israeliani contro obiettivi individuali hanno dimostrato davvero l'utilità di questo approccio", ha affermato una delle fonti, aggiungendo che l'attenzione era rivolta a coloro che erano coinvolti nel comando e nel controllo delle forze dell'IRGC.
Masoud Pezeshkian © Imagoeconomica
In ogni caso il dispiegamento militare in Medio Oriente è spaventoso ed evoca le ultime due grandi guerre contro l’Iraq del 1991 e del 2003.
Oltre alla portaerei più grande del mondo, la USS Gerald R. Ford, che secondo diverse fonti si sarebbe unita al gruppo d’attacco della portaerei Abraham Lincoln nel Mar Arabico, gli Stati Uniti hanno dispiegato vari moltiplicatori di forza.
Complessivamente, secondo fonti di intelligence open source e dati di tracciamento dei voli militari, più di 120 aerei sarebbero stati trasferiti nell’area. Tra questi figurano gli AWACS E-3 Sentry, i caccia stealth F-35 e F-22, insieme ai più tradizionali F-15 e F-16. Le informazioni sui voli rivelano decolli da basi negli Stati Uniti e in Europa, supportati da aerei cargo e rifornitori in volo, segno che si tratta di una mobilitazione pianificata e non di semplici rotazioni di routine.
Un’escalation che ricorda operazioni precedenti, come la Midnight Hammer del 2025, durante la quale bombardieri stealth B-2, scortati da F-35 e F-22, colpirono siti nucleari iraniani. Mark Cancian, colonnello in pensione del Corpo dei Marines e analista del Center for Strategic and International Studies di Washington, sostiene che eventuali movimenti dei B-2 potrebbero anticipare una replica di quella stessa strategia. Già nelle settimane passate erano arrivati nella regione i caccia F-15E Strike Eagle, con il Comando Centrale statunitense che aveva descritto il dispiegamento come un rafforzamento della prontezza al combattimento e della sicurezza regionale.
Intanto, dalle minacciose acque dell’Atlantico, la USS Gerald R Ford, è attualmente in fase di riposizionamento dai Caraibi al Medio Oriente e si prevede che raggiungerà il gruppo d’attacco nei prossimi giorni.
Mercoledì ha brevemente trasmesso la sua posizione al largo della costa del Marocco, suggerendo che sta attraversando l'Atlantico verso lo Stretto di Gibilterra e che poi entrerà nel Mediterraneo.
Si tratta della stessa nave che in precedenza ha supportato le operazioni militari statunitensi in Venezuela, tra cui le missioni condotte nell'ambito dell'operazione Southern Spear.
La Marina degli Stati Uniti dispone inoltre di diversi cacciatorpediniere lanciamissili nella regione, dotati di sistemi avanzati di difesa aerea e di intercettazione di missili balistici. Queste navi multiruolo possono trasportare e lanciare missili da crociera Tomahawk in grado di colpire obiettivi terrestri nelle profondità dell'Iran, oltre a svolgere missioni antisommergibile e di difesa della flotta.
Manca all’appello, questa volta, Diego Garcia, la base militare congiunta britannica e statunitense nelle isole Chagos nell'Oceano Indiano, in grado di ospitare bombardieri strategici statunitensi a lungo raggio, tra cui gli aerei B-2. Era quasi scontato che Londra autorizzasse l’utilizzo per operazioni offensive, ma il primo ministro britannico Keir Starmer avrebbe comunicato a Trump l’impossibilità di impiegare le basi britanniche, richiamandosi al diritto internazionale.
La reazione del presidente americano non si è fatta attendere: Trump ha ritirato il sostegno degli Stati Uniti al piano britannico di restituzione delle Isole Chagos a Mauritius, criticando apertamente Starmer e definendo l’accordo “un grosso errore”. Su Truth Social ha scritto in maiuscolo “NON TRADITE DIEGO GARCIA!”, ribadendo che la base rimane una risorsa strategica vitale per future operazioni contro eventuali aggressioni iraniane.
Nel frattempo, secondo i funzionari del Pentagono citati dal New York Times, centinaia di militari statunitensi sono stati evacuati dalla base di Al Udeid in Qatar. 
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L’Iran intensifica le Difese. L’imprevedibilità di un raid limitato
Teheran non è rimasta in attesa dopo le operazioni militari dello scorso anno.
Le immagini satellitari mostrano che sono stati interrati gli ingressi dei tunnel di un sito nucleare bombardato dagli Stati Uniti durante la guerra di 12 giorni e riparato le basi missilistiche colpite nel conflitto.
Diversi rapporti analitici suggeriscono inoltre che l’Iran ha costruito una difesa multistrato incentrata su mine, missili, sottomarini e droni con l'intento di rallentare le forze statunitensi.
Alcuni analisti sostengono che potrebbe cercare di evitare un immediato scontro su vasta scala, ma ciò potrebbe risultare difficile.
"Negli ultimi sei mesi, gli iraniani hanno adottato silenziosamente ulteriori misure per spostare risorse critiche più sottoterra", ha affermato Vali Nasr, professore di affari internazionali e studi sul Medio Oriente presso la Johns Hopkins University, durante una tavola rotonda ospitata questa settimana dal programma CSIS per il Medio Oriente.
"Saranno imprevedibili", ha detto. "Ma penso che potrebbero puntare in alto all'inizio, oppure potrebbero voler trascinare gli Stati Uniti in una situazione prolungata.
La Guardia Rivoluzionaria iraniana aveva in precedenza avvertito che potrebbe reagire contro le basi militari statunitensi nella regione se gli Stati Uniti attaccassero il territorio iraniano. 
"Se si colpisce una petroliera, un impianto petrolifero o una nave americana, spetta al presidente Trump decidere se intensificare ulteriormente la situazione. E la situazione può andare oltre.
"Ci troviamo in uno scenario in cui la situazione potrebbe sfuggire di mano molto rapidamente", ha aggiunto Nasr.
L’Iran tenta gli ultimi approcci diplomatici: “Il rafforzamento militare USA è inutile”
Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che l’Iran resta “pronto alla pace” e disponibile a un accordo con gli Stati Uniti, nonostante l’intensificarsi della presenza militare americana in Medio Oriente. In un’intervista alla rete statunitense MS NOW, il diplomatico ha sottolineato che “una soluzione diplomatica è a portata di mano” e che Teheran risponde solo al “linguaggio del rispetto”.
Secondo Araghchi, i negoziati sul programma nucleare iraniano hanno compiuto progressi significativi. “Ho negoziato per vent’anni con vari governi, e so che un accordo è possibile se è giusto e basato su interessi reciproci”, ha affermato, aggiungendo che Washington non ha chiesto a Teheran di azzerare l’arricchimento dell’uranio, uno dei nodi più delicati dei colloqui.
Il diplomatico ha però criticato duramente la nuova campagna militare statunitense nella regione, definendola “inutile e priva di senso”. Gli Stati Uniti hanno infatti dispiegato due portaerei, tra cui la USS Gerald R Ford, e numerosi caccia nel Mediterraneo e nel Golfo Persico, in quella che la Casa Bianca descrive come una misura “di pressione tattica”.
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