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Bruxelles prepara pacchetti miliardari di armi a Kiev, investe sulle armi ipersoniche, mentre l’industria europea sull’orlo del collasso 

Non potrebbe essere un clima più disilluso di quello che precede i negoziati annunciati a Ginevra per il 17 e 18 febbraio che segnano la continuazione del percorso avviato ad Abu Dhabi. 
Una fonte citata dall’agenzia russa RIA Novosti spiega che a Ginevra “questa volta in un formato ampliato per discutere sia degli aspetti militari che di altri aspetti dell’accordo”. Il gruppo negoziale, specifica la stessa fonte, sarà composto da “15-20 persone”, segno di un allargamento del tavolo e di un tentativo di strutturare in modo più organico un possibile pacchetto di intesa. La delegazione russa sarà guidata dal consigliere presidenziale Vladimir Medinskij, dopo che i primi due incontri erano stati condotti da Igor Kostjukov, capo della Direzione principale dello Stato maggiore russo, a conferma di quanto il Cremlino voglia ora dare un profilo più politico a una trattativa nata in ambito militare.
Ma lo scetticismo regna sovrano. Come riporta il quotidiano Politico, citando fonti, i colloqui sull’Ucraina sono giunti a un punto morto. Un’impasse che deriverebbe, secondo la pubblicazione, dal rifiuto degli Stati Uniti di firmare un accordo di sicurezza finché Kiev e Mosca non raggiungano un accordo comune per porre fine alla guerra.
E poiché la Russia insiste sulle sue richieste di ritiro delle forze ucraine dal Donbass, richieste che Kiev rifiuta, il processo di pace è in stallo. Gli Stati Uniti ritengono che firmare garanzie di sicurezza per l'Ucraina prima di un accordo di pace potrebbe farlo fallire.
Donald Trump ha ribadito oggi che la spinta per la pace con la Russia deve venire da Volodymyr Zelensky. "La Russia vuole raggiungere un accordo e dovrà agire. Abbiamo una grande opportunità. Deve agire", ha detto ai giornalisti col suo solito tono assertivo. 
Ma il leader ucraino ieri, interpellato dal quotidiano The Atlantic, ha ribadito la necessità di proseguire la guerra, dichiarando che “l’Ucraina non sta perdendo” e sottolineando: “Preferirei non concludere alcun accordo piuttosto che costringere il mio popolo ad accettare qualcosa di negativo”.
Sull’ipotesi di consultazioni popolari ha ribadito di non essere contrario “all’idea di un referendum o di elezioni”, ma “solo se questo non significherà l’accettazione di un accordo svantaggioso o la perdita di territori”. Di fatto una contraddizione con la premessa iniziale.
Quanto al percorso verso una possibile tregua, ha poi insistito: “Il primo passo verso la pace dovrebbe essere garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti e dell’Europa, che prevedano che dopo la cessazione del fuoco l’Ucraina sarà protetta da future aggressioni”.
Il leader ucraino si sente ancora sicuro di vincere sostenendo che “ogni chilometro di territorio ucraino occupato costa (ai russi – ndr) 170 vittime”, cioè morti o feriti gravi che “non torneranno”, e ribadisce: “Dire che hanno vinto da qualche parte negli ultimi sei mesi? No”.
E sui negoziati si arriva al delirio più totale. "Qualcuno deve farsi da parte e – a suo avviso – dovrebbe essere la Russia… Secondo me, dovrebbero abbandonare tutto il nostro territorio. Oggi è impossibile. Ma se vogliamo avere una linea di contatto che non passi attraverso i centri urbani, allora qualcuno deve ritirarsi". Ha aggiunto che nelle zone di steppa "potrebbe funzionare" un ritiro reciproco, mentre "nelle città, secondo me, non ha senso. Se ce ne andiamo, sarà una zona morta. Quindi penso che sia illogico".
In quali condizioni si può arrivare ai negoziati di Ginevra con queste premesse?


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Volodymyr Zelensky


Ricordiamo che, dal punto di vista del Cremlino, gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto che “senza risolvere la questione territoriale secondo la formula concordata al vertice in Alaska, non vi è alcuna speranza di una soluzione a lungo termine”, e Mosca continua a considerare il ritiro delle Forze armate ucraine dal Donbass una condizione essenziale.
La frattura è totale e quasi irreversibile. Sempre secondo The Atlantic, Trump potrebbe ritirarsi dai negoziati con l'Ucraina nelle prossime settimane, a causa della campagna elettorale statunitense. Con l'aumentare dell'importanza della questione, Trump "potrebbe decidere che i negoziati stanno diventando politicamente imbattibili". In tal caso, "potrebbe farsi da parte, attribuendo il fallimento della diplomazia all'intransigenza di una o entrambe le parti".
Oltre al leader ucraino, c’è un altro possibile indiziato a cui additare, per ovvie ragioni, ogni responsabilità per il fallimento di ogni approccio negoziale: Bruxelles.
Sintomatico il fatto che, secondo il Financial Times, il segretario di Stato americano Marco Rubio abbia annullato "all'ultimo minuto", adducendo un impegno, l’incontro con i leader di Germania, Polonia, Finlandia e Commissione europea sulla guerra in Ucraina alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco.


L’Ue ancora sabota i negoziati investendo tutto nella guerra

Zelensky ha buone ragioni per essere ancora spavaldo. Durante il vertice dei Rammstein di ieri, all'Ucraina sono stati promessi 38 miliardi di dollari in aiuti quest'anno. Oltre 6 miliardi di dollari sono in pacchetti di aiuti specifici, tra cui oltre 2,5 miliardi di dollari per i droni ucraini, oltre 500 milioni di dollari per le armi americane (PURL), 2 miliardi di dollari per la difesa aerea, oltre a fondi per munizioni di artiglieria, addestramento, capacità navali e altri settori. I maggiori donatori quest'anno sono: Germania – un totale di 12,5 miliardi di euro; Norvegia – 7 miliardi di euro; Svezia – 3,7 miliardi di euro; Regno Unito – 3 miliardi di sterline; Danimarca – 2 miliardi di dollari.
Ma per il programma PURL non finisce qui. Il Segretario generale della NATO Mark Rutte ha dichiarato che gli Stati Uniti sono pronti a fornire all'Ucraina armi per un valore di 12-15 miliardi di dollari nel 2026, ovviamente pagate da noi.
"Siamo entrati in una nuova fase di guerre e conflitti aperti che ci tengono con il fiato sospeso e stanno trasformando il nostro mondo in modo più profondo di quanto avessimo previsto per molti anni", ha affermato con tono solenne e funereo il cancelliere tedesco Friederich Merz alla conferenza di Monaco, evocando la fine del vecchio sistema basato su regole. "Dobbiamo essere ancora più chiari: questo ordine, nonostante le sue imperfezioni anche al suo apice, non esiste più", ha aggiunto.
E dunque, guerra sia! 
Il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius ha consegnato oggi al presidente Zelensky il primo drone d’attacco prodotto nel nuovo impianto congiunto tedesco‑ucraino, un sito situato in Germania che ha già avviato la produzione di velivoli da combattimento per le forze di Kiev. Il leader ucraino ha dichiarato di aver visitato la linea di produzione e di aver assistito al primo volo di prova del drone, annunciando che “10.000 droni prodotti in questo impianto saranno consegnati all’Ucraina quest’anno” e che entro la fine dell’anno verranno lanciate “10 iniziative congiunte di produzione di droni in tutta Europa”.
Sul fronte della difesa aerea, Pistorius ha inoltre comunicato che la Germania trasferirà all’Ucraina 5 missili intercettori PAC‑3 per il sistema Patriot, a condizione che altri Paesi partner forniscano complessivamente sistemi analoghi. 


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Friederich Merz © Imagoeconomica 

Francia in preda al delirio schizofrenico punta all’ombrello nucleare europeo

La sensazione di trovarsi di fronte ad un centro psichiatrico di malati gravi è diventata sempre più insistente, durante la conferenza di Monaco.
“La Russia è ora un paese indebolito. Ha speso enormi somme di denaro per una guerra insensata e ora è entrata in recessione. È economicamente isolata”, ha dichiarato un convinto presidente francese Emmanuel Macron che subito dopo ammette:
“Se raggiungiamo un accordo sull'Ucraina, dovremo comunque affrontare una Russia aggressiva, con un'industria della difesa al culmine del suo sviluppo e un esercito gonfiato”.
È riuscito a contraddirsi da solo nel giro di pochi secondi. L’iniziativa del capo dell’Eliseo per l’apertura di un tavolo negoziale con Putin è solamente dovuta alla sua posizione economica sfavorevole nei confronti della Russia, rispetto agli altri membri dell’Eurozona. I dati Eurostat indicano che la Francia, assieme all’Ungheria, è il primo acquirente di gas russo, salendo a quota 24%, rispetto agli altri fornitori.
Nei fatti, sul fronte militare, la Parigi si presenta come uno dei motori del riarmo europeo, alimentando la propaganda di un nemico esistenziale perenne verso Est. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di un conflitto diretto con la Russia, la ministra della Difesa Catherine Vautrin ha affermato che “l’Europa deve essere preparata a un conflitto ad alta intensità” e che “il modo migliore per evitare un conflitto del genere è prepararsi a questo tipo di conflitto”. Una dichiarazione che entra in diretta sintonia col solco tracciato dal capo di stato maggiore Fabien Mandon, secondo cui la Francia deve “essere pronta a perdere i suoi figli e a soffrire economicamente per contenere la minaccia russa”, nonostante Mosca ribadisca di non avere intenzione di attaccare i Paesi NATO.
Ma dalle parole si passa sempre più pericolosamente ai fatti. Macron ha annunciato che per la prima volta nella storia, Parigi intende collaborare con Berlino sul tema della deterrenza nucleare.
"Ci impegniamo in un dialogo strategico, ovviamente con il cancelliere [tedesco] [Friedrich] Merz e con alcuni leader europei, per vedere come possiamo articolare la nostra dottrina nazionale, garantita e controllata dalla Costituzione, con una cooperazione specifica, esercitazioni comuni e interessi di sicurezza", ha precisato Macron.
Una “cooperazione” con Berlino significa, in termini nudi, che i 290 ordigni nucleari francesi possono essere formalmente concepiti come parte di un ombrello di deterrenza anche per la Germania e partner UE, con consultazioni, pianificazione congiunta e magari contributi finanziari tedeschi ai vettori e alle infrastrutture francesi. Se il tutto venisse coordinato anche con il Regno Unito le testate salirebbero intorno a 540.  


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Emmanuel Macron © Imagoeconomica 

La Gran Bretagna investe nelle armi ipersoniche

Londra, a questo proposito, non rimane silente, annunciando significativi investimenti in sistemi d’arma avanzati. Il Ministero della Difesa britannico ha annunciato per il 2026 uno stanziamento di 400 milioni di sterline – oltre 500 milioni di dollari – per lo sviluppo di armi ipersoniche e a lungo raggio.
Al centro del programma vi è il progetto “Stratus”, iniziativa congiunta con Francia e Italia per sviluppare un missile di nuova generazione destinato a sostituire lo Storm Shadow, con capacità specifiche contro navi e sistemi di difesa aerea nemici. Parallelamente, Londra e Berlino stanno sviluppando il sistema Deep Precision Strike, un’arma a lungo raggio con gittata superiore ai 2.000 chilometri che il governo britannico presenta come “uno dei sistemi più avanzati mai sviluppati nel Regno Unito” e che dovrebbe entrare in servizio nel 2030.

La follia di Bruxelles che rincorre gli interessi dei grandi creditori internazionali

Dovremo pensare davvero di essere immersi nella follia più totale se tenessimo conto che, a causa delle sanzioni alla Russia, l’UE tra il 2022 e il 2025 ha perso circa 2–2,5 trilioni di euro (pari al 5–7% del PIL UE in tre anni).
Perché dunque ora che persino un presidente americano si fa paladino di un nuovo accordo con Mosca, il vecchio continente non coglie l’occasione di tornare ad emanciparsi
Una risposta potrebbero darcela i documenti pubblicati dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti sul caso Jeffrey Epstein. In uno dei file compare Ariane de Rothschild che menziona al famigerato finanziere americano il colpo di stato in Ucraina del 2014 come di un’occasione che “offrirà molte opportunità, molte, molte".
Chi sono i più grandi beneficiari di un clima di guerra se non i creditori internazionali. Di fatto gli attuali leader europei – von der Leyen, Kallas, Macron, Merz, Meloni – sono soltanto dei “burattini” scelti per servire i grandi gruppi finanziari, che trarrebbero profitto sia dall’instabilità sia dal successivo “rimbalzo” dei mercati.
L'UE ha un disperato bisogno di 800 miliardi per continuare la guerra, diverse centinaia di miliardi per il sostegno sistemico del bilancio dello Stato Indipendente. Investimenti che creeranno una voragine di debito, svendita dei principali asset nazionali, con successiva morte e distruzione generalizzata su cui si potrà speculare ancora una volta.
Mentre si investe tutto nel militare, il lato industriale di questo ritardo europeo è descritto con toni allarmati dal primo ministro belga Bart De Wever, che parla apertamente di rischio di “collasso” produttivo. “Rischiamo di perdere tutta la petrolchimica e l’industria siderurgica. A quel punto, potremo dire addio a ogni sogno di autonomia strategica. Senza questi settori, non produci più nulla: né materiali per la difesa, né componenti critiche — letteralmente niente”, avverte.
Secondo De Wever, l’Europa rischia di diventare “completamente dipendente da Stati Uniti e Cina — e oggi non sono certo i partner commerciali più benevoli”, mentre “i costi energetici stanno semplicemente uccidendo” le industrie di base, aggravati da un mix di guerra in Ucraina, prezzi dei combustibili fossili alle stelle e politiche climatiche che hanno fatto “più che raddoppiare” il costo delle emissioni di CO₂ rispetto alle previsioni iniziali. “La situazione è diventata insostenibile, e bisogna intervenire subito, nel breve termine”, conclude.

Foto di copertina © Imagoeconomica 

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