Missili USA su camion in Qatar, portaerei pronte al Golfo e navi-spia cinesi per Teheran: la finestra per la diplomazia si restringe mentre il “Midnight Hammer” torna a incombere
Siamo quasi alla resa dei conti in Medio Oriente, con l’orologio della mezzanotte nucleare che segna 85 secondi all’ora X.
Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu volava negli Stati Uniti per incontrare frettolosamente l’omologo Donald Trump, gli Stati Uniti stanno continuando ad inviare armi ed attrezzature verso l’Iran. Nulla di simile, anche nel primo attacco contro Teheran dell’estate scorsa è accaduto. Il tycoon, giusto ieri, ha dichiarato in un'intervista ad Axios che potrebbe inviare una seconda portaerei e un gruppo d'attacco in Medio Oriente.
Al contempo, secondo quanto riportato da Reuters, "le forze statunitensi nella base più grande del Medio Oriente, Al Udeid in Qatar, hanno posizionato missili su lanciatori montati su camion a causa delle crescenti tensioni con l'Iran da gennaio, il che significa che possono essere spostati più rapidamente”.
"Si tratta di una situazione molto tesa perché quando si raccolgono così tante risorse militari in un'area relativamente piccola, come il Golfo Persico, le probabilità di errori di calcolo e di conseguente destabilizzazione a livello regionale diventano molto alte", ha affermato Alan Eyre, illustre diplomatico del Middle East Institute.
In questo contesto la Cina non resta a guardare. Dopo l'invio del cacciatorpediniere Tipo 055 e del cacciatorpediniere Tipo 052 nella regione del Mar di Oman per scortare la nave di ricerca, gli esperti militari occidentali sono sicuri che "Ocean No.1" probabilmente stia monitorando tutti i movimenti delle navi e dei sottomarini della Marina Militare statunitense e trasmettendo queste informazioni all'Iran. Inoltre, dato che Pechino fotografa e pubblica anche immagini satellitari delle basi statunitensi in Medio Oriente, la probabilità di un attacco improvviso è nulla, rendendo ancora più difficile per gli Stati Uniti e Israele lanciare un attacco senza perdite.
Alla Casa Bianca, il presidente Usa si è prodigato a stemperare i toni, a margine dell’incontro con Bibi, durato circa 3 ore. 
“Nulla di definitivo” è stato deciso, ha dichiarato, insistendo con Netanyahu affinché i negoziati tra Washington e Teheran proseguano, definendo un’intesa con l’Iran la sua “preferenza”.
In un post su Truth Social, Trump ha ribadito di voler raggiungere un accordo, accompagnando però il linguaggio diplomatico con il richiamo minaccioso al “Midnight Hammer”, cioè ai bombardamenti statunitensi contro i siti nucleari iraniani del giugno 2025, presentati come punizione per il rifiuto di Teheran di firmare un’intesa precedente.
“Non è stato raggiunto nulla di definitivo, se non il fatto che ho insistito perché i negoziati con l’Iran proseguano, per vedere se si possa o meno concludere un Accordo. Se sarà possibile, ho fatto sapere al Primo Ministro che questa sarà la preferenza. Se non sarà possibile, dovremo semplicemente vedere quale sarà l’esito. L’ultima volta l’Iran decise che era meglio non concludere un Accordo, e fu colpito con il “Martello di Mezzanotte” — non è andata bene per loro. Si spera che questa volta siano più ragionevoli e responsabili”, ha scritto Trump, dimenticando che gli attacchi del 21,22 giugno scorso sono stati l’atto con cui Washington ha rotto il tavolo, più che una semplice risposta successiva a una chiusura iraniana.
Netanyahu, la diplomazia da sabotare e l’obiettivo Iran
Dal lato israeliano, la visita non ha nulla di “neutrale” e Netanyahu è arrivato a Washington con “richieste massimaliste” e un obiettivo dichiarato: impedire che la diplomazia tra Stati Uniti e Iran abbia successo.
Il premier considera l’Iran una “minaccia mortale”, vuole indebolirlo “in ogni modo possibile” e, in ultima istanza, mira a un cambio di regime; se questo non è realisticamente ottenibile, l’obiettivo minimo è azzerare il programma nucleare iraniano e impedire a Teheran di disporre di missili in grado di colpire Israele. Teheran rappresenta, di fatto, l’ultimo ostacolo per la creazione del grande Israele e la sua balcanizzazione coronerebbe Netanyahu come leader assoluto prima delle nuove elezioni. 
È in questo contesto che la preoccupazione israeliana per il “buon umore” con cui Trump parla dei colloqui di Muscat diventa politica: tanto più la Casa Bianca si mostra ottimista sulla diplomazia, tanto più Netanyahu teme un’intesa limitata al nucleare che lasci all’Iran margini di influenza regionale.
Mentre Netanyahu entra alla Casa Bianca dalla porta laterale, lontano dalle proteste, a Muscat il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, parla di un “buon inizio” e di “terreno comune” con Washington sulla questione nucleare. Teheran fa filtrare disponibilità a limitare l’arricchimento dell’uranio al 20 percento, un livello compatibile con usi civili e di ricerca, ben al di sotto della soglia militare, pur mantenendo margini sul fronte missilistico e regionale che Israele considera inaccettabili.
Phyllis Bennis ricorda che le valutazioni dell’intelligence statunitense e dell’AIEA convergono nel ritenere che Teheran non stia, al momento, perseguendo attivamente l’arma nucleare.
Ma Netanyahu ha fretta di sfruttare questa finestra temporale del massiccio dispiegamento Usa,presentando nuovi dossier di intelligence sulle capacità missilistiche iraniane e premendo per una “linea molto, molto dura”, fino a ottenere – se possibile – un nuovo attacco congiunto Stati Uniti–Israele contro l’Iran. Il messaggio a Trump è che un accordo limitato non pagherebbe né in termini di sicurezza né di prestigio, mentre un’azione risolutiva contro Teheran consoliderebbe la leadership americana e israeliana nello scacchiere mediorientale, a costo di scatenare l’apocalisse.
Foto © Imagoeconomica
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