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Dall’intesa con Trump alle sanzioni lampo di Washington: Lavrov svela la trappola americana tra dedollarizzazione, collasso finanziario e fronti aperti dall’Alaska all’Oceano Indiano

C’è un limite al mite distacco diplomatico di fronte ai rocamboleschi giochi di parole, talvolta trionfalistici, esuberanti, vanagloriosi e contraddittori di Donald Trump, manovrato dall’imprevedibile input dei grandi trader mondiali, ora in lotta tra loro.

Complice anche la scadenza del trattato New START che Washington non ha assunto l’impegno di rinnovare il 5 febbraio – erodendo l’ultima intesa giuridicamente vincolante per limitare gli arsenali nucleari – da Mosca iniziano ad arrivare messaggi più chiari e diretti.
La Russia ha accettato la proposta degli Stati Uniti sull'Ucraina durante un incontro tra il presidente russo Vladimir Putin e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ad Anchorage”, ha dichiarato uno spazientito ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov in un'intervista a BRICS TV, durante una visita del Diplomatic Worker's Day.

"Ci dicono che il problema ucraino deve essere risolto – ha proseguito – Ad Anchorage abbiamo accettato la proposta degli Stati Uniti. Se vogliamo essere onesti, loro hanno fatto la proposta, noi l'abbiamo accettata, e questo significa che il problema deve essere risolto".
In poche parole, secondo Lavrov, la posizione americana era decisiva proprio perché l’Europa, dominata da una russofobia “da cavernicolo”, era considerata irriformabile e la scommessa russa era che l’intesa diretta con Washington in Alaska avrebbe reso marginali i veti e gli oltranzismi delle capitali europee. Ma così non è stato.

Il compito di risolvere il conflitto avrebbe dovuto essere risolto”. Tuttavia, "nella pratica, tutto sembra capovolto", ha sottolineato Lavrov.
La soluzione del conflitto non si sarebbe dovuta limitare alla linea del fronte, ma garantire l’assenza di armamenti in grado di minacciare il territorio russo e, contemporaneamente, una tutela piena dei diritti dei russi e russofoni in Crimea, Donbass e Novorossija.

È proprio rispetto a quella finestra di compromesso che Lavrov colloca la “svolta al contrario” americana. Poche settimane dopo Anchorage, Washington vara infatti un pacchetto di sanzioni inedite contro i due colossi petroliferi russi, Rosneft e Lukoil, bloccandone beni e transazioni in dollari e segnando la prima grande misura restrittiva dell’amministrazione Trump contro il cuore del complesso energetico di Mosca.


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"Nonostante tutte le dichiarazioni dell'amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump sulla necessità di porre fine alla guerra scatenata da Joe Biden in Ucraina , raggiungere un accordo, rimuoverlo dall'agenda e quindi, presumibilmente, aprirsi chiare e luminose prospettive di investimenti russo-americani reciprocamente vantaggiosi e di altre forme di cooperazione, ciò non mette in discussione tutte le leggi approvate da Biden per 'punire' la Russia dopo l'inizio dell'operazione militare speciale", ha proseguito il Ministro degli Esteri russo che poi ha aggiunto come gli Stati Uniti, violando la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, stiano conducendo anche una "guerra" contro le petroliere in alto mare, facendo pressione sui partner commerciali russi affinché passino al costoso gas naturale liquefatto americano e cercando di controllare le principali rotte di approvvigionamento energetico, tra cui la Corrente Turca , il sistema di trasporto del gas ucraino e il gasdotto Nord Stream esploso . Secondo Lavrov, la Russia è costretta a tenere conto di tutte queste misure, che sono incompatibili con una concorrenza leale. 

La guerra alle rotte del petrolio russo. La disperata rapina per salvare il dollaro

A seguito del rapimento di Nicolas Maduro che ha aperto la strada a Washington a prendersi nelle mani 300 milioni di barili di petrolio venezuelano, estromettendo Russia e Cina dai piani di investimento nel Paese, l’offensiva di Washington si è spostata all’India.

La recente intesa annunciata tra Washington e Nuova Delhi prevede una forte riduzione dei dazi USA sulle esportazioni indiane in cambio dell’impegno politico indiano a interrompere gli acquisti di petrolio russo e ad aumentare gli approvvigionamenti energetici dagli Stati Uniti (e, in parte, dal Venezuela). Il tycoon americano ha dunque comunicato che gli Stati Uniti abbasseranno i dazi “reciproci” sulle merci indiane dal precedente livello del 50% al 18%, revocando anche un dazio punitivo aggiuntivo del 25% introdotto nel 2025 proprio in risposta al massiccio ricorso di Nuova Delhi al greggio russo scontato. In parallelo, l’ordine esecutivo firmato dalla Casa Bianca lega esplicitamente questi benefici tariffari alla promessa indiana di “cessare” importazioni dirette e indirette di petrolio dalla Federazione Russa, con la clausola che i dazi aggiuntivi possono essere reintrodotti se l’India tornasse a comprare greggio di origine russa.


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Come se ciò non bastasse, poche ore fa, gli Stati Uniti hanno intercettato una petroliera nell'Oceano Indiano che presumibilmente stava operando in violazione delle sanzioni di Washington. Secondo un comunicato del Pentagono, l'esercito statunitense "ha effettuato un'interdizione marittima e un abbordaggio a bordo dell'Aquila II senza incidenti nell'area di responsabilità dell'INDOPACOM".
Di fatto uno schiaffo all’intesa raggiunta in Alaska che ormai sembra una beffarda parentesi di un lontano passato, in un turbolento caos geopolitico che segue oramai gli umori degli indici azionari.

Diciamolo chiaramente. L’America finanziariamente è in una posizione disperata. Nel 2025 il deficit federale Usa si è attestato intorno a 1,8 trilioni di dollari, pari a circa il 5,9–6% del PIL, con un debito pubblico lordo che viaggia verso il 125–126% del PIL nel 2025‑2026 e uno stock nominale vicino ai 38.000 miliardi di dollari. La spesa per interessi sul debito è ormai la voce in crescita più rapida: nel FY 2025 i pagamenti netti hanno sfiorato i 970 miliardi di dollari, sostanzialmente confermati nella traiettoria verso i 1.000 miliardi nel 2026 (circa il 3,2% del PIL), con interessi lordi oltre i 1,2 trilioni e un peso che nel primo trimestre dell’anno fiscale 2026 rappresenta circa il 14–15% della spesa federale.
Con queste spese fuori controllo (deficit) Washington sta tentando disperatamente di tornare ad essere un esportatore di materie prime, a scapito di altri colossi su questo fronte, Russia in primis.

Una scelta quella di Trump, che tenta di contrastare l’erosione dell’afflusso di capitali esteri che va di pari passo con la dedollarizzazione con la moneta che ora domina circa il 57% delle riserve valutarie mondiali contro il 71% del 2000. Proprio nei giorni scorsi Xi Jinping ha proposto di trasformare lo yuan (renminbi) in un vero contrappeso ai biglietti verdi Usa.
Tuttavia, nonostante il clima di pressione occidentale, Nuova Delhi non dà indicazioni di voler ridurre gli acquisti di greggio russo, e fonti di mercato descrivono raffinerie impegnate a studiare i decreti tariffari americani ma in attesa di istruzioni che, almeno nel breve periodo, non arrivano. La posizione indiana conferma quanto già visto negli ultimi anni: il petrolio russo scontato rappresenta un vantaggio competitivo irrinunciabile per un’economia in forte crescita, e il costo politico di allinearsi totalmente al dispositivo sanzionatorio statunitense viene giudicato superiore ai benefici di una disciplina occidentale.


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La promessa dei volenterosi Ucraina che aspirano a continuare la guerra

Sul piano strettamente militare, la frattura tra Mosca e Washington si esprime anche nel modo in cui viene gestita – e comunicata – la prospettiva di un coinvolgimento diretto americano in Ucraina.
"Il leader britannico Keir Starmer e il leader francese Emmanuel Macron, insieme al Segretario generale della NATO Mark Rutte, si vantano apertamente che le 'forze di spedizione' degli interventisti saranno dispiegate lì (in Ucraina – ndr), e che ci sarà una 'garanzia automatica' che gli Stati Uniti li sosterranno militarmente. Non entrerò nei dettagli di come ne discuteremo con gli americani. Ma abbiamo chiesto loro se questo è vero. Non ho dubbi che la risposta per gli europei e Volodymyr Zelensky non sarà positiva", ha proseguito Lavrov, sostenendo che, dietro le quinte, la risposta di Washington alle ambizioni interventiste di Londra, Parigi e della nuova leadership NATO è tutt’altro che entusiasta.

Le informazioni sono confusionarie in questo senso. Negli Stati Uniti, anche il segretario di Stato Marco Rubio aveva confermato davanti al Senato l’esistenza di un’intesa generale tra Washington e gli alleati europei su un pacchetto di garanzie che prevede il dispiegamento di contingenti NATO in Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco, prospettiva che, secondo il Financial Times, includerebbe anche un possibile coinvolgimento di truppe americane in risposta a future violazioni russe degli accordi.

Quanto possa valere la parola degli americani non è ancora dato sapere. Sta di fatto che Washington non ha posto in essere nessuna azione per fare pressione su uno Zelensky che ancora non è disposto a riconoscere i territori occupati, o nei confronti degli Europei, a cui è stato solo imposto di essere proni a investire il 5% del Pil nella difesa entro il 2035, acquistando armi americane ovviamente. Una strategia che non si concilia certo con una coesistenza pacifica con Mosca. Anzi, una guerra prolungata tra il vecchio continente e la Russia da cui tenersi lontani garantirebbe certamente un buon deflusso degli 800 miliardi di euro per il Rearm Europe verso gli Stati Uniti.

Poche ore fa il Ministero della Difesa polacco ha annunciato la creazione di una riserva di alta prontezza da 500.000 militari: 300.000 effettivi tra esercito professionale e truppe di difesa territoriale, affiancati da 200.000 riservisti di diversa tipologia.
Non siamo lontani da questa profezia diabolica.

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