Il leader ucraino smonta la timeline dettata da Washington, l’ipotesi di truppe NATO in Ucraina aggrava lo scontro con Mosca
Ancora una volta la dimensione mediatica della guerra ucraina assume i toni schizofrenici di una beffarda presa in giro.
"Abbiamo avuto degli ottimi colloqui oggi con la Russia e l'Ucraina…"Potrebbe succedere qualcosa", ha affermato Donald Trump con solito tono tronfio trionfale, parlando con i giornalisti a bordo dell'Air Force One.
Secondo fonti Reuters, gli Stati Uniti sperano di raggiungere un accordo di pace per l'Ucraina già a marzo, seguito da elezioni rapide, ma i tempi potrebbero essere ritardati a causa di disaccordi sulla questione territoriale. Secondo le fonti, l'accordo in discussione dovrebbe essere sottoposto a referendum in Ucraina, che si prevede di combinare con le elezioni nazionali.
Una realtà ribadita poi ai giornalisti dallo stesso Volodymyr Zelensky, citato da Unian. "Gli Stati Uniti propongono di porre fine alla guerra prima dell'inizio dell'estate e probabilmente eserciteranno pressioni in base a questa tempistica. (...) Perché proprio prima dell'estate? A quanto ci risulta, le loro questioni interne, che diventeranno più urgenti per loro, giocano un ruolo in questo", ha affermato, evocando il fatto che nel novembre 2026, gli Stati Uniti terranno le elezioni di medio termine, durante le quali i democratici sperano di riprendere il controllo del Congresso e Trump spera evidentemente di consacrare il successo sperato di una pace con Mosca, che all’inizio della sua presidenza prometteva essere raggiungibile in 24 ore.
Un piano ambizioso, che sembra tuttavia a distanze ancora fin troppo siderali da una sua reale realizzazione.
Lo stesso leader ucraino, come anticipato da Reuters, non ha mancato di ribadire la sua posizione in merito al ritiro dal Donbass a seguito dei negoziati di Abu Dhabi. L'Ucraina rifiuta e intende "mantenere la propria posizione".
"La Russia vuole il nostro ritiro dal Donbass, mentre noi abbiamo affermato che la posizione più affidabile è quella di 'mantenere la nostra posizione'. Gli Stati Uniti stanno proponendo quella che considerano un'opzione di compromesso. E notiamo che le parti hanno discusso di questo argomento", ha dichiarato Zelensky, aggiungendo che la parte americana sta proponendo un'opzione di compromesso e ha confermato che le parti hanno discusso la questione.
Insomma, altro che progressi ad Abu Dhabi! L’intesa tra le parti si trova praticamente allo stesso livello di un anno fa.
Il tutto condito col sabotaggio europeo ancora in corso.
Il 3 febbraio il segretario generale della NATO Mark Rutte ha tenuto un discorso alla Verkhovna Rada, dove ha annunciato che, dopo un accordo di pace, paesi dell’Alleanza presenti nella “Coalizione dei Volenterosi” invieranno subito truppe, jet e navi in sostegno dell’Ucraina, con gli Stati Uniti come garanzia finale e altri alleati pronti a fornire supporto aggiuntivo. Rutte insiste sul fatto che Kyiv ha bisogno di garanzie di sicurezza “solide” per evitare che i sacrifici subiti si ripetano e che tali garanzie debbano poggiare innanzitutto sulla forza militare ucraina, affiancata da impegni vincolanti degli alleati, così da non ripetere gli errori del Memorandum di Budapest o degli accordi di Minsk che, per altro sono proprio stati sabotati dai firmatari del vecchio continente. Fu la stessa Angela Merkel ad ammettere che non furono un vero percorso di soluzione definitiva del conflitto nel Donbass, ma soprattutto un modo per “guadagnare tempo” e permettere all’Ucraina di rafforzarsi militarmente e politicamente. 
Mark Rutte
Negli Stati Uniti, anche il segretario di Stato Marco Rubio ha confermato davanti al Senato l’esistenza di un’intesa generale tra Washington e gli alleati europei su un pacchetto di garanzie che prevede il dispiegamento di contingenti NATO in Ucraina dopo un eventuale cessate il fuoco, prospettiva che, secondo il Financial Times, includerebbe anche un possibile coinvolgimento di truppe americane in risposta a future violazioni russe degli accordi.
Lo scenario peggiore per Mosca, che vede l’avanzata dell’infrastruttura militare dell’Alleanza fino ai suoi confini una minaccia esistenziale.
"La Russia ha ripetutamente chiarito che la presenza di truppe occidentali sul suolo ucraino, sotto qualsiasi bandiera, minaccia la nostra sicurezza", ha affermato nei giorni scorsi la portavoce del Ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, avvertendo che Mosca tratterà "queste truppe come legittimi obiettivi militari".
Lo stesso ex segretario della NATO Jens Stoltenberg in un discorso al Parlamento europeo del settembre 2023 ricordava che Putin, nell’autunno 2021, aveva proposto un trattato per bloccare ogni ulteriore allargamento dell’Alleanza e per ritirare le infrastrutture militari dai paesi entrati dopo il 1997. Stoltenberg spiegava che quella richiesta fu respinta e che, di conseguenza, il Cremlino è andato in guerra proprio per impedire “più NATO” vicino ai propri confini, ottenendo però l’effetto contrario: più presenza militare dell’Alleanza sul fianco orientale e l’ingresso della Finlandia, con la Svezia in procinto di diventare membro a pieno titolo.
L’Ucraina al buio. Mosca continua gli attacchi agli impianti energetici
Nel frattempo, i missili continuano a piovere sulle infrastrutture critiche del Paese. Nella notte è stata condotta una delle offensive aeree più intense dall’inizio dell’inverno: Mosca ha lanciato centinaia di droni (Geran/Shahed) e decine di missili – inclusi Kh‑101/555 da Tu‑95MS – contro la rete elettrica ucraina, con particolare concentrazione su Kiev e sulle regioni occidentali.
Un raid “su scala nazionale” contro centrali termoelettriche, sottostazioni ad alta tensione e linee di trasmissione, con black‑out diffusi e necessità di import d’emergenza di energia dalla Polonia. Dai canali russi filtra la narrativa di un colpo riuscito sul nodo elettrico “Kievskaja” a nord-ovest della capitale, da cui dipende il flusso delle due centrali nucleari occidentali verso Kiev, oltre che sulla Burshtynska TPP e altre centrali in Ivano‑Frankivsk e Vinnytsia.
DTEK, principale operatore privato, conferma danni “significativi” alle centrali termiche, sottolineando come si tratti del decimo attacco di questo tipo dall’ottobre 2025; il Ministero dell’Energia ucraino parla di “deficit di potenza molto difficile da colmare”, con turni di elettricità a Kiev di 1,5–2 ore e una quota “molto alta” di capacità di generazione fuori servizio. Al contempo, le fonti russe vantano la distruzione di magazzini e logistica militare – incluso il deposito Roshen a Yagotyn – mentre quelle ucraine confermano danni seri alle TPP di Burshtyn e Dobrotvir e a nodi ferroviari critici.
Parallelamente, le forze armate ucraine hanno lanciato dieci missili contro Belgorod, in Russia, ferendo due civili, secondo il governatore Vyacheslav Gladkov.
Sul fronte terrestre, la pressione russa resta massiccia soprattutto in tre direzioni: Pokrovsk, Huljajpole–Orikhiv, e il corridoio di confine Sumy–Kharkiv.
Nel settore Pokrovsk, le fonti russe mostrano video delle unità “Centro” impegnate nella distruzione di fanteria, mezzi corazzati e droni ucraini, mentre lo Stato Maggiore ucraino ammette che proprio lì si concentrano alcuni dei combattimenti più duri, con un lento ma costante logoramento e arretramenti tattici in alcune posizioni avanzate. Il quadro generale suggerisce un’offensiva russa ad alto costo – soprattutto in uomini e droni – finalizzata ad avvicinarsi alla dorsale logistico‑ferroviaria che alimenta le forze ucraine in Donbass.
Foto © Imagoeconomica
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