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Teheran chiede respiro economico e difende le sue “linee rosse”, gli Stati Uniti rilanciano con embargo sul greggio, dazi al 25% e richieste di smantellare missili e alleanze regionali 

Nelle ovattate sale diplomatiche di Muscat, capitale dell'Oman, si è appena concluso il tanto atteso faccia a faccia Usa-Iran con una tensione ai ferri corti. Presenti l’inviato speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente Steve Witkoff, affiancato dal consigliere presidenziale Jared Kushner con la presenza glaciale del comandante di CENTCOM, l’ammiraglio Brad Cooper. Da Teheran hanno presenziato ai colloqui il ministro degli Esteri Seyed Abbas Araghchi, alla guida della delegazione, con alcuni suoi vice e diplomatici del ministero. 
A rendere l’idea della tensione che si respirava nell’aria, basti sapere che Araghchi inizialmente si è rifiutato di permettere al comandante del CENTCOM statunitense di partecipare ai negoziati (come detto sopra), ma alla fine ha acconsentito per rispetto del Paese ospitante. 
È chiaro che, sul piano strategico‑politico, la scelta di far partecipare un militare è stata voluta per segnalare che gli Stati Uniti “hanno la potenza di fuoco per colpire l’Iran” e che questa opzione resta sul tavolo se Teheran non accetta limiti stringenti al programma nucleare. 
"Un buon inizio… Se riusciremo a seguire questa strada positiva, posso dire che potremo raggiungere un quadro positivo per quanto riguarda i colloqui sul nucleare tra Iran e Stati Uniti", ha detto Araghchi ai giornalisti, a margine degli incontri. 
Un cauto ottimismo, quello iraniano che sembra tuttavia celare l’assenza di progressi concreti, in un clima surreale, dove il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva ripetutamente minacciato di attaccare l'Iran, ordinando un rafforzamento militare statunitense nella regione del Golfo. 
La logica Usa, di fatto continua ad essere quella delle minacce e della pressione economica. Poche ore fa, il Comando Centrale delle Forze Armate degli Stati Uniti ha pubblicato delle foto della portaerei USS Abraham Lincoln e della sua flotta di accompagnamento nel Mar Arabico, in seguito alle notizie che i negoziati nucleari tra Stati Uniti e Iran a Muscat oggi non hanno fatto molti progressi rispetto agli interessi strategici Usa-Israele. 
Nei giorni scorsi, Washington ha concentrato davanti all’ex regno persiano la portaerei nucleare USS Abraham Lincoln con il suo gruppo aereo imbarcato (F/A‑18, F‑35C, EA‑18G, E‑2D, MH‑60). A sua protezione operano diversi cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke (fra cui USS Spruance, Michael Murphy, Frank E. Petersen Jr.), armati con Tomahawk e sistema Aegis. In parallelo sono stati intensificati i movimenti di grandi aerei da trasporto e tanker USAF (C‑17, C‑5M, C‑130, KC‑135, KC‑46) verso basi come Al Udeid in Qatar. Nell’area operano anche assetti di intelligence e comando come RC‑135 Rivet Joint ed E‑11A BACN per sorveglianza e collegamento tra le forze. A complemento, sono state rafforzate le difese aeree con batterie Patriot e NASAMS dispiegate a protezione di basi e truppe statunitensi nel Golfo. 


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"Il prerequisito per qualsiasi dialogo è astenersi da minacce e pressioni", ha proseguito Araghchi, augurandosi che "dopo aver" sollevato questo punto chiaramente oggi ci aspettiamo che venga rispettato per consentire il proseguimento dei colloqui". 
Peccato che poche ore dopo la fine degli incontri Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo che consentirebbe agli Stati Uniti di imporre dazi del 25% a qualsiasi paese che faccia affari con l’Iran, dopo che sia stata registrata e confermata una violazione. 
Gli Stati Uniti stanno sanzionando 15 entità e 14 navi legate al commercio di petrolio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici dell'Iran, nell'ambito del loro sforzo per interrompere le esportazioni di petrolio di Teheran. 
Anche le borse mondiali sembra guardino con sfiducia l’esito degli accordi in corso. I prezzi del petrolio si sono stabilizzati al rialzo, invertendo le perdite precedenti, poiché gli operatori commerciali temono che i colloqui tra Stati Uniti e Iran non siano riusciti a ridurre il rischio di un conflitto militare tra i due paesi. I future sul greggio Brent si sono attestati a 68,05 dollari al barile, in rialzo di 50 centesimi, ovvero dello 0,74%, mentre il greggio West Texas Intermediate degli Stati Uniti ha chiuso in rialzo di 26 centesimi, ovvero dello 0,41%, a 63,55 dollari al barile. 
L'oro è rimbalzato oggi sulla scia delle preoccupazioni persistenti, toccando quota 4964,62 dollari all’oncia, con un aumento del 3,85% su base giornaliera.
In sostanza, nonostante i commenti di circostanza propositivi, le nubi all’orizzonte sono funeste. 
“Non permetteranno che la situazione si protragga all'infinito, ma manterranno sempre – per usare le parole di Leavitt – delle opzioni disponibili che vadano oltre la diplomazia”, ha dichiarato l’addetta stampa della Casa Bianca Karoline Leavitt


Distanze inconciliabili tra le parti

Purtroppo le distanze tra le due potenze rimangono siderali. Teheran cerca disperatamente un allentamento della pressione economica, dicendosi disposta a negoziare sulle questioni nucleari, affermando che le discussioni sui missili o su qualsiasi altro argomento rappresentano una linea rossa. 
L'economia del Paese è in ginocchio: il rial iraniano è crollato vertiginosamente, passando da 40.000 rial per dollaro (era pre-2018) agli attuali 1,5 milioni di rial per dollaro. Con un'inflazione che oscilla tra il 30% e il 60%, la classe media è stata polverizzata.  


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Una “War Economic” completamente pianificata da oltreoceano, come ammesso dallo stesso segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent che, in un'audizione pubblica del senato, ha parlato di una deliberata carenza di dollari statunitensi in Iran per alimentare l'inflazione, influenzando i mezzi di sussistenza del popolo iraniano con l'obiettivo di provocare disordini pubblici. 
Al contrario gli Stati Uniti vogliono che l'Iran abbandoni completamente l'arricchimento dell'uranio, anche al tasso di utilizzo civile del 3,67% concordato nell'ambito dell'importante accordo nucleare del 2015 con le potenze mondiali, abbandonato unilateralmente da Trump nel 2018. L'Iran era solito arricchire fino al 60% prima che i suoi principali impianti nucleari venissero distrutti o gravemente danneggiati dalle bombe statunitensi a giugno. 
Washington vuole anche limitare la gittata dei missili balistici iraniani, il principale strumento dell'arsenale del Paese, e garantire che i gruppi armati allineati a Teheran in Iraq, Libano, Yemen e Siria non ricevano più alcun sostegno militare o finanziario. 
Diverse potenze europee hanno espresso il loro sostegno alle richieste degli Stati Uniti, così come il governo di estrema destra in Israele, che vuole indebolire un importante rivale militare nella regione. 


L’obiettivo Cina e grande Israele

In realtà, appare ben chiaro come la questione vada ben al di là delle trattative sul nucleare. 
Da una parte Israele, con le sue mire espansionistiche che sarebbero finalmente realizzate con un Iran debole e balcanizzato, dall’altra per Washington è una partita per il controllo delle rotte energetiche e dell’ordine monetario. 
Indebolire Teheran significa mettere le mani sullo stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale e oltre il 40% del greggio importato dalla Cina. 
Chi controlla quel chokepoint può strangolare l’economia cinese, disciplinare gli alleati asiatici e manovrare il prezzo del petrolio. Con un Iran neutralizzato, gli USA potrebbero spingere le proprie esportazioni di greggio (anche tramite Venezuela) e continuare a imporre il dollaro come valuta delle transazioni energetiche, in un momento in cui il suo ruolo è messo in discussione. 
Il dossier atomico è dunque l’essenziale cornice morale e giuridica per giustificare sanzioni, sabotaggi e – se necessario – guerra aperta, ma l’obiettivo reale è l’egemonia sul Medio Oriente e sulle sue rendite energetiche.  

Foto © Imagoeconomica 

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