Accordo sullo scambio di 314 prigionieri ma Kiev rifiuta compromessi compromessi. Lavrov: "Sabotaggio europeo". Il capo dell'Alleanza: "Truppe sul terreno dopo il cessate il fuoco"
Sembra di nuovo di assistere al teatro dell’assurdo. Proprio oggi si sono conclusi i colloqui trilaterali di Abu Dhabi in clima di ottimismo circostanziato. L’inviato speciale del presidente Trump, Steven Witkoff, ha annunciato che Russia, Ucraina e Stati Uniti hanno concordato lo scambio di 314 prigionieri di guerra - il primo di questo tipo in cinque mesi.
“Questo risultato è stato raggiunto grazie a negoziati di pace dettagliati e produttivi”, ha dichiarato Witkoff sulla piattaforma X, aggiungendo che “le parti hanno ancora molto lavoro da fare, ma l’accordo raggiunto dimostra che la diplomazia sta producendo risultati tangibili”.
L’inviato speciale ha aggiunto che "nel corso di due giorni, le delegazioni hanno tenuto discussioni ampie e approfondite sulle questioni ancora irrisolte, tra cui le modalità per attuare il cessate il fuoco e i meccanismi per monitorare la cessazione delle ostilità".
Belle parole che dovrebbero infondere speranza per un’imminente dissoluzione del conflitto. Eppure, volgendo lo sguardo in Ucraina, l’ottimismo sembra frangersi in pezzi come la cristalleria travolta dall’elefante.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky durante una conferenza stampa congiunta a Kiev con il primo ministro polacco Donald Tusk, ha dichiarato che non firmerà alcun documento relativo a possibili modifiche dello status dei territori ucraini occupati. In particolare, ha ribadito che l’Ucraina non riconoscerà mai i territori temporaneamente occupati come parte della Federazione Russa. Nel corso dell’incontro, al presidente è stato chiesto se Kiev stesse subendo pressioni affinché accettasse prima un cessate il fuoco, in cambio di garanzie di sicurezza successive da parte degli Stati Uniti.
“Inizialmente eravamo pronti per un cessate il fuoco. La Russia deve (accettarlo – ndr)”, ha risposto Zelensky. Il capo dello Stato ha aggiunto che le condizioni della tregua sono già chiaramente definite in un piano articolato in 20 punti, sottolineando che le garanzie di sicurezza dovrebbero essere stabilite dagli Stati Uniti anche prima della firma di un eventuale “accordo di pace”.
Invece le garanzie sopracitate saranno addebitate interamente agli europei!
Ed è su questo punto che il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov (in alto) è entrato a gamba tesa in maniera probabilmente più franca dei negoziatori ad Abu Dhabi.
In un’intervista rilasciata a Rick Sanchez per RT in occasione della Giornata dei Diplomatici, il numero uno della diplomazia russa ha ribaltato le contraddizioni della narrazione atlantista, rivelando come Bruxelles stia deliberatamente sabotando ogni tentativo di pace.
“Tutto quello che stanno facendo i leader europei è cercare di impedire e interrompere i negoziati che stanno prendendo forma tra noi e gli americani, e ora anche i rappresentanti ucraini si stanno unendo a loro”, ha dichiarato il ministro.
Mentre a Washington e Mosca si lavora per trovare un terreno comune, con Trump che ha pubblicamente dichiarato la necessità di “dimenticare la NATO” e tenere conto delle “realtà sul campo”, l’Europa continua a vedere nell’Ucraina soltanto uno strumento per infliggere una “sconfitta strategica alla Russia” - un obiettivo ormai palesemente irrealistico che però continua a guidare la politica estera europea.
Ed è per questo che Zelensky si sente ancora autorizzato ad avallare le sue richieste massimaliste, ben conscio di continuare ad avere un fermo sostegno a Bruxelles.
La conferma più clamorosa di questo sabotaggio è arrivata il 3 febbraio 2026, quando il Segretario Generale della NATO Mark Rutte si è presentato davanti al parlamento ucraino, la Verkhovna Rada, per pronunciare un discorso che ha gelato Mosca.
“Dopo la conclusione di un accordo di pace, forze armate, aerei in volo e supporto navale arriveranno immediatamente dai paesi NATO che fanno parte della Coalizione dei Volenterosi”, ha dichiarato Rutte davanti ai parlamentari ucraini. “Alcuni alleati europei hanno annunciato che dispiegheranno truppe in Ucraina dopo che un accordo sarà raggiunto. Truppe sul terreno, jet nei cieli, navi nel Mar Nero. Gli Stati Uniti saranno la garanzia di ultima istanza, altri hanno promesso di sostenere in altri modi”.
Il segretario generale della NATO ha sottolineato che “le garanzie di sicurezza sono solide”, aggiungendo che l’Ucraina “ha giustamente bisogno di sapere che qualunque sacrificio abbiate fatto, le vite che avete perso, la devastazione che avete sopportato - non saranno a rischio di ripetersi”. Ha poi precisato: “Non volete un altro Memorandum di Budapest o un Accordo di Minsk. Potere militare ucraino prima di tutto, sostenuto da robuste garanzie di sicurezza degli amici e partner dell’Ucraina”.
Marco Rubio, segretario di Stato americano, ha confermato davanti alla Commissione Affari Esteri del Senato USA che esiste già un “accordo generale” sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina tra Stati Uniti e alleati europei. Secondo Rubio, questo pacchetto prevede proprio il dispiegamento di forze NATO sul territorio ucraino dopo un eventuale cessate il fuoco.
Il Financial Times ha riportato che Stati Uniti e paesi europei avrebbero concordato un piano a più livelli per rispondere a eventuali “violazioni” russe degli accordi con l’Ucraina, con la pubblicazione che sostiene sia previsto persino il coinvolgimento di truppe americane.
Mark Rutte
La NATO in Ucraina e le cause profonde della guerra
Per la Russia, questa prospettiva rappresenta una linea rossa irricevibile che vedrebbe realizzato l’avanzamento della NATO ai suoi confini, trasformando l’Ucraina in una base militare dell’Alleanza Atlantica. Il Ministero degli Esteri russo ha già chiarito in precedenza che qualsiasi scenario che preveda il dispiegamento di truppe NATO in Ucraina è “categoricamente inaccettabile” e rischia una “brusca escalation”. Le dichiarazioni provenienti dal Regno Unito e da altri paesi europei in merito sono state descritte come “incitamento a ulteriori ostilità”.
La questione dell’espansione dell’Alleanza come causa profonda del conflitto ucraino, lo ricordiamo, è stata esplicitamente ammessa dall’allora Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg davanti al Parlamento Europeo il 7 settembre 2023.
“Il presidente Putin ha dichiarato nell’autunno del 2021, e in realtà ha inviato un trattato che voleva che la NATO firmasse, di promettere che non ci sarebbe stata più alcuna espansione della NATO. Questa era una precondizione per non invadere l’Ucraina”, ha dichiarato Stoltenberg ai parlamentari europei. “Naturalmente non l’abbiamo firmato – ha continuato – È successo l’opposto. Voleva che firmassimo quella promessa, di non allargare mai la NATO. Voleva che rimuovessimo la nostra infrastruttura militare in tutti gli alleati che hanno aderito alla NATO dal 1997, ovvero metà della NATO, tutta l’Europa centrale e orientale, avremmo dovuto rimuovere la NATO da quella parte della nostra Alleanza, introducendo una sorta di appartenenza di serie B o di seconda classe”.
Stoltenberg infine concluse: “Abbiamo respinto quella proposta. Quindi è andato in guerra per prevenire la NATO, più NATO, vicino ai suoi confini. Ha ottenuto l’esatto opposto. Ha ottenuto più presenza NATO nella parte orientale dell’Alleanza e ha anche visto che la Finlandia si è già unita all’Alleanza e la Svezia diventerà presto un membro a pieno titolo”.
Il piano di risposta occidentale: “Una sfacciata assurdità”
Lavrov è dunque intervenuto sul cosiddetto “piano di risposta” elaborato da Stati Uniti e paesi europei per reagire a eventuali “violazioni” russe di futuri accordi sull’Ucraina.
“È una sciocchezza, ma è piuttosto significativa”, ha commentato. “Nell’ultimo anno, l’Occidente ha detto una sola cosa: sono necessarie garanzie di sicurezza affidabili e un cessate il fuoco immediato. Ma senza una risoluzione del conflitto, queste garanzie di sicurezza significheranno che il cessate il fuoco verrà utilizzato per riarmare l’Ucraina. Non hanno capito questa logica e non hanno risposto in alcun modo”.
Come ha osservato il ministro, il leader americano Donald Trump ha dichiarato pubblicamente che, per risolvere il conflitto ucraino, è necessario dimenticare la NATO e tenere conto delle realtà “sul campo”. “Tutto questo è stato discusso in Alaska. Abbiamo spiegato ancora una volta ai nostri colleghi americani che non stiamo parlando tanto di territori o terre; per noi, la cosa più importante sono le persone che vivono in questi territori. I russi, che parlavano e crescevano i loro figli in russo, hanno sviluppato questi territori per secoli”, ha sottolineato.
Il Cremlino ha confermato che gli americani hanno riconosciuto che “senza risolvere la questione territoriale secondo la formula concordata da Putin e Trump in Alaska, non c’è speranza di una soluzione a lungo termine”. La richiesta chiave rimane invariata: il ritiro delle Forze Armate ucraine dal Donbass.
Donald Trump
Washington vuole europei paganti ma controllati
Tuttavia, mentre Washington si adopererà a mantenere buoni rapporti con Mosca, è in atto un piano sibillino per garantire che gli europei, al contrario, restino ancorati ad una militaresca e suicidale rivalità che garantisca la giusta rendita agli Stati Uniti.
“Gli americani non volevano e non vogliono lasciare in pace gli europei. Vogliono che siano gli europei a pagare tutti i loro preparativi militari e ad acquistare armi dagli Stati Uniti”. Allo stesso tempo, ha precisato il ministro, Washington “non vuole perdere il controllo sui loro alleati europei”.
Una doppia morsa che spiega perfettamente il paradosso europeo: spendere sempre di più per la difesa, acquistando sistemi d’arma americani, mentre si rinuncia progressivamente a qualsiasi autonomia strategica. Un vassallaggio costoso per Bruxelles.
Ormai non è più sindacabile il piano “ReArm Europe/Readiness 2030”, presentato dalla Commissione Europea nel marzo 2025, che prevede di mobilitare oltre 800 miliardi di euro per la spesa in difesa entro il 2030, l’anno X dell’abisso per il Vecchio Continente.
Foto © Imagoeconomica
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