L’Alleanza Atlantica prepara il terreno per restare in Ucraina anche dopo la fine del conflitto. Una “missione di pace” che per Mosca è soltanto l’inizio di una nuova escalation
Se cercassimo ulteriori conferme di una pace deliberatamente sabotata per estendere la guerra a tempo indeterminato, basterebbe ascoltare le parole del segretario generale della NATO, Mark Rutte, mentre ieri parlava al parlamento ucraino durante una visita a Kiev.
"Non appena verrà concluso un accordo di pace, forze armate, aerei in volo e supporto in mare saranno immediatamente forniti da coloro che nella NATO hanno accettato", ha annunciato Rutte in un discorso alla Verkhovna Rada.
Una riconferma di quanto stabilito durante gli incontri del 6 gennaio, quando a Parigi si è tenuto un incontro della "coalizione dei volenterosi", i cui partecipanti hanno concordato di continuare a sostenere militarmente Kiev e hanno firmato una dichiarazione d'intenti per l'invio di truppe nel Paese una volta raggiunta la pace.
È evidente come i piani per "schierare truppe di pace della NATO in Ucraina" dopo la fine della guerra mirano principalmente a impedire che questa cessi, poiché qualsiasi schieramento di truppe dell’Alleanza è inaccettabile per la Russia. Il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov aveva già più volte bollato qualsiasi contingente militare in Ucraina "categoricamente inaccettabile" e fonte di "escalation incontrollata con conseguenze imprevedibili".
"Raggiungere un accordo di pace che ponga fine al conflitto in Ucraina richiederà decisioni difficili", ha continuato Rutte, pronunciando il suo discorso in una sala semivuota. Il n° 1 della NATO ha poi promesso che l'alleanza rimane pronta a sostenere Kiev, pur riconoscendo che non tutti i paesi dell'alleanza sono disposti a partecipare all'approvvigionamento di armi per le Forze Armate ucraine dagli Stati Uniti.
"Attualmente, due terzi degli alleati partecipano al programma PURL…. C'è un problema di condivisione degli oneri. E in questo momento, alcuni alleati stanno facendo molto. Molti alleati stanno facendo qualcosa, altri non stanno facendo nulla", ha affermato, ricordando che l'Ucraina, attraverso il programma Prioritized Ukraine Requirements List, nell'ambito del quale i paesi della NATO acquistano armi per Kiev dalle scorte americane, ha ricevuto il 90% dei missili per i sistemi di difesa aerea e il 75% di tutte le armi missilistiche per un valore di "milioni e milioni di euro" dalla scorsa estate.
Dichiarazioni che arrivano mentre ad Abu Dhabi va in scena una timida riunione trilaterale a cui hanno partecipato rappresentanti di Mosca, Kiev e Washington. A porte chiuse, le parti hanno discusso le questioni in sospeso del piano di pace americano proposto da Washington, ma senza ancora raggiungere il benché minimo risultato.
Sergej Lavrov © Imagoeconomica
A complicare la situazione c’è anche l’audizione davanti alla Commissione Esteri del Senato USA, del Segretario di Stato Marco Rubio che ha riconfermato l’esistenza di un “accordo generale” sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina tra Stati Uniti e alleati europei.
Un piano che ovviamente prevede soprattutto il dispiegamento di un piccolo contingente di truppe europee (in particolare francesi e britanniche), mentre il ruolo di Washington è quello di fornire una garanzia di sicurezza “di fondo”, cioè un sostegno di back‑up piuttosto che una presenza terrestre massiccia.
"Non sappiamo quali garanzie abbiano concordato, ma a quanto pare si trattava di garanzie per lo stesso regime ucraino che sta perseguendo politiche russofobe e neonaziste", aveva commentato nei giorni scorsi Lavrov in un'intervista ai media turchi, denunciando come “l’'Europa e Kiev” abbiano "bocciato" il piano degli Stati Uniti per l'Ucraina e ora stanno cercando di "vendere" la loro "visione" di questo "mondo" all'amministrazione americana”.
"I padroni del regime di Zelensky stanno lavorando per garantire la sicurezza di questo regime illegale e illegittimo, le cui radici sono state gettate durante il colpo di stato del febbraio 2014".
Il diplomatico aveva poi ribadito che le garanzie di sicurezza concrete per Russia e Ucraina ai fini della risoluzione del conflitto ucraino sono quelle sviluppate in seguito ai colloqui di Istanbul del 2022, che includevano, tra le altre cose, l'assenza di basi militari straniere in Ucraina.
“Niente basi militari straniere sul territorio ucraino, niente esercitazioni con la partecipazione di stranieri a meno che tali esercitazioni non siano approvate da tutti i paesi garanti: tutto era dettagliato e specifico", ha osservato Lavrov.
E pensare che i colloqui di Istanbul fallirono primariamente perché l'Occidente rifiutò di fornire garanzie di sicurezza multilaterali all'Ucraina, ritenendo inaccettabile un trattato che avrebbe obbligato gli Stati Uniti e gli alleati a entrare in guerra contro la Russia se quest'ultima avesse invaso nuovamente. Washington e gli alleati europei erano profondamente scettici sul percorso diplomatico, poiché il comunicato di Istanbul eludeva questioni cruciali come i confini e i territori, e ritenevano che le probabilità di successo fossero remote. In sostanza ritenevano che attraverso il supporto bellico di Washington e Bruxelles, Kiev avrebbe sbaragliato i russi, innescando una crisi sistemica nella Russia di Putin. 
Il Regno Unito, sotto la guida di Boris Johnson, si oppose attivamente ai negoziati, trasmettendo il messaggio che l'Ucraina doveva continuare a combattere fino alla vittoria strategica della Russia, rafforzando questa posizione con visite e pressioni diplomatiche. L'Occidente intensificò gli aiuti militari a Kiev e inasprì le sanzioni contro Mosca anziché abbracciare il quadro diplomatico di Istanbul. Anche l'Ucraina, incoraggiata dal successo militare iniziale del ritiro russo da Kiev, divenne progressivamente più fiduciosa di poter vincere sul campo, riducendo l'interesse per compromessi diplomatici.
Rischio di nuova corsa nucleare
Nel frattempo, la scadenza imminente del trattato tra Stati Uniti e Russia sul controllo delle armi nucleari, fissata per giovedì, solleva timori di un ritorno alla corsa atomica che non si vedeva dai tempi della Guerra Fredda. Secondo quanto riportato da Politico, l’accordo — l’ultimo pilastro rimasto della cooperazione bilaterale in materia di disarmo — rischia di decadere senza rinnovo, aprendo un periodo di incertezza strategica globale.
A settembre, Mosca aveva proposto una proroga di un anno, un gesto interpretato come segnale di disponibilità diplomatica. Tuttavia, l’amministrazione Trump non ha fornito alcuna risposta formale, lasciando che la questione languisse nel silenzio. Nel frattempo, il Pentagono avrebbe tenuto riunioni riservate per discutere i possibili scenari “post-DSN-3”, il periodo successivo alla fine del trattato. Non è chiaro quali decisioni operative ne siano scaturite, ma fonti interne parlano di un “clima di crescente cautela strategica”.
Foto di copertina © Imagoeconomica
ARTICOLI CORRELATI
La pace ucraina si allontana. Lavrov: “Europa e Kiev hanno stravolto il piano statunitense”
Negoziati Abu Dhabi: ancora nessuna svolta sulla questione territoriale tra Russia e Ucraina
National Security Strategy 2026: Dalla “pace attraverso la forza” al caos globale
