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Debito fuori controllo, deficit cronici e BRICS al contrattacco: il sistema costruito su Bretton Woods e petrodollaro entra nella sua fase terminale

Mentre da oltreoceano Washington mostra tutta la sua brutalità senza veli e maschere, c’è da chiedersi se questo uso spropositato della forza non rappresenti un segnale sistemico di debolezza come non la si era mai vista. 
I numeri parlano chiaro. Era difficile immaginare che in un solo anno, da quando è iniziato il secondo mandato presidenziale di Donald Trump – il prezzo dell'oro sarebbe aumentato del 90%, quasi raddoppiando, superando i 5283 dollari l'oncia troy. Allo stesso tempo, anche l'argento sta battendo nuovi record, superando i 100 dollari. 

Da oltre mezzo secolo, gli Stati Uniti vivono in un regime di moneta fiat, dopo l’abbandono del gold standard nel 1971. In questo periodo, Washington ha accumulato un debito federale superiore ai 35.000 miliardi di dollari e mantiene un deficit commerciale cronico, nonostante i dazi medi al 19% imposti da Trump. Pensate che l’ultimo bilancio in pareggio risale a 24 anni fa.
L’America ha stabilito il suo predominio attraverso il dominio del dollaro come valuta di riserva globale, sancito anche dal patto tra Washington e Riad nel 1974 che impegnava l’Arabia Saudita a prezzare e vendere il proprio petrolio in dollari USA.  

Di fatto, il dollaro diventava la moneta più richiesta dalle economie industrializzate e ciò ha permesso agli Stati Uniti di vivere al di sopra delle loro possibilità semplicemente ottenendo materie prime in cambio di biglietti verdi, praticamente a costo zero. Con la progressiva deindustrializzazione della più grande economia del mondo il deficit ha continuato a salire e l’Impero Usa ha iniziato a reggersi sempre più sull’acquisto di titoli di Stato dagli altri Paesi, banche centrali e investitori esteri disposti a finanziare questo disavanzo. 
Ebbene, in questo momento, il dollaro americano attualmente rappresenta circa il 40% delle riserve valutarie mondiali, il livello più basso degli ultimi 20 anni, con una diminuzione del 18% negli ultimi 10 anni. Nello stesso periodo, la percentuale di oro è aumentata di 12 punti, raggiungendo il 28%, il livello più alto dall'inizio degli anni '90. 

Meno i biglietti verdi vengono accettati come moneta imperiale, più si avvicina il declino inarrestabile degli Stati Uniti, sempre più costretti a monetizzare il loro debito mostruoso. Nel giorno del giudizio dell’economia americana il dollaro in pratica varrà carta straccia.
Tutto indica che il collasso del sistema monetario e finanziario globale incentrato su Washington si sta avvicinando a ritmi serrati, con la nascita, tra le altre cose, di zone valutarie. Questa "redistribuzione nera" senza precedenti dell'economia globale non coglierà tutti di sorpresa. La Cina ha un sistema di pagamento elettronico transfrontaliero (CIPS, basato sullo yuan), e il gruppo BRICS è il prossimo a sviluppare un equivalente SWIFT.

In questi dati si legge l’isteria bellica statunitense delle ultime settimane.  In Venezuela, dopo la cattura del presidente Nicolas Maduro, Washington punta a un forte aumento della produzione di petrolio pesante venezuelano, nell’ordine di centinaia di migliaia di barili al giorno, con l’ambizione di tornare nel lungo periodo ai livelli record dei primi anni ’90, quando il Venezuela produceva circa 3,5 milioni di barili al giorno.


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Nicolas Maduro


Il parlamento di Caracas ha approvato in prima lettura la privatizzazione di PDVSA, ponendo fine a circa cinquant’anni di controllo statale del settore petrolifero, nazionalizzato nel 1976, aprendo la strada a una maggiore presenza di capitali stranieri e favorisce gli interessi delle compagnie americane.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di vendere oro nero per risollevare la domanda di dollari e ora controllano fino a 50 milioni di barili di petrolio venezuelano, frutto del sequestro/naval blockade e degli accordi seguiti al cambio di potere a Caracas. Una parte di questo greggio è già stata venduta, generando per il governo di Delcy Rodríguez un incasso di circa 300 milioni di dollari.

Tuttavia, vendere petrolio venezuelano, anche con l'esorbitante "commissione di intermediazione", non è particolarmente redditizio per gli Stati Uniti. I prezzi del petrolio sono attualmente piuttosto bassi sui mercati globali a causa dell'eccesso di offerta. Secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia, se l'attuale tendenza dovesse continuare, con i paesi OPEC che aumentano la produzione (la sola Arabia Saudita prevede di aumentare la produzione di un terzo).
In ogni caso c’è una condizione che potrebbe cambiare le carte in tavola: un conflitto militare che preveda l'uso reciproco di aerei e missili fornirebbe il pretesto per chiudere lo Stretto di Hormuz con il pretesto di bloccare le esportazioni di petrolio iraniano, facendo schizzare i prezzi del petrolio. Ed ecco che entra in gioco la recente escalation su Teheran.


Trump rinnova le minacce contro l'Iran

Nell’ex regno persiano la situazione nel frattempo è più tesa che mai. Ieri Donald Trump ha notevolmente inasprito le sue minacce nei confronti dell’Iran, avvertendo che, se Teheran non avesse accettato una serie di richieste avanzate dalla sua amministrazione, gli Stati Uniti avrebbero potuto lanciare un attacco “rapido e violento”. 
Un’intimidazione che arriva mentre la portaerei USS Abraham Lincoln e altre unità navali statunitensi — tra cui bombardieri e caccia — prendevano posizione nelle acque della regione, a una distanza operativa dal paese. Schieramento che il tycoon ha paragonato a quello effettuato lo scorso anno vicino al Venezuela, prima del blitz che portò alla cattura di Nicolás Maduro e di sua moglie nelle prime ore di gennaio. 

Secondo fonti americane ed europee, Washington avrebbe presentato tre condizioni principali: la cessazione definitiva dell’arricchimento di uranio, la limitazione del numero e della gittata dei missili balistici, e la fine del sostegno ai gruppi armati per procura attivi in Medio Oriente, tra cui Hamas, Hezbollah e gli Houthi yemeniti. Colpisce l’assenza, nelle richieste e nei messaggi diffusi da Trump su Truth Social, di qualsiasi riferimento ai manifestanti iraniani che a dicembre erano scesi in piazza, provocando nuove tensioni interne al regime. Un ulteriore segnale del fatto che la “rivoluzione colorata” in atto, rappresentasse solo un alibi per forzare una nuova destabilizzazione della regione che risponda agli interessi Usa.
Richieste che suonano come una campana a morto della diplomazia. Dietro le quinte funzionari statunitensi affermano già che al momento non ci sono negoziati seri tra Stati Uniti e Iran.

Giorni fa, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha chiarito con fermezza che le condizioni imposte dagli Stati Uniti — l’“arricchimento zero” dell’uranio e la rinuncia al programma missilistico — sono semplicemente inaccettabili. È una questione di sovranità nazionale e di principio: nessuno Stato disposto a mantenere la propria indipendenza accetterebbe mai di disarmarsi unilateralmente solo per soddisfare gli interessi strategici di Washington e, in particolare, di Tel Aviv. 


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Donald Trump


In questo contesto, la scelta per l’Iran appare quasi obbligata: o resistere e combattere fino all’ultimo, o arrendersi preventivamente consegnando gli strumenti della propria autodifesa — e cadere comunque. La storia recente ha già mostrato cosa accade a quei Paesi che hanno ceduto sotto la pressione occidentale, confidando ingenuamente in promesse di riconciliazione mai mantenute.
D’altra parte, è evidente che nessuna nazione accumulerebbe un tale dispiegamento di forze, come quello ordinato da Trump nel cuore del Medio Oriente, solo per “negoziare” o lanciare un messaggio di deterrenza. Il livello di mobilitazione, i costi logistici e la densità delle unità navali e aeree presenti nella regione tradiscono un’intenzione operativa concreta, non un semplice bluff.

L’attesa, con ogni probabilità, non è dovuta a esitazioni politiche, ma alla fase finale di preparazione: si tratta di completare la raccolta di dati tramite i sistemi ISR (Intelligence, Surveillance and Reconnaissance) per mappare con precisione le difese iraniane e ridurre al minimo le perdite nel primo colpo. Tutto lascia intendere che il momento dell’attacco non sia una questione di “se”, ma di “quando".
Intanto anche le vecchie Alleanze con Washington nella regione sono sempre più precarie. L'ex primo ministro iracheno Nouri al-Maliki ha accusato gli Stati Uniti di violare la sovranità irachena in seguito alle minacce del presidente Donald Trump di interrompere gli aiuti se dovesse prendere il potere, e non ha alcuna intenzione di dimettersi dalla carica di capo del governo.

“Respingiamo fermamente la palese ingerenza degli Stati Uniti negli affari interni dell'Iraq e la consideriamo una violazione della sovranità irachena, contraria al regime democratico instaurato in Iraq dal 2003", ha scritto sul suo microblog sul social network X.
Ricordiamo che Al-Maliki è sciita e è vicino ai gruppi proxy iraniani all'interno del Paese, il che causa disagio agli Stati Uniti a causa del possibile rafforzamento dell'asse della resistenza.
Ma anche gli altri alleati Usa del Golfo non ci stanno più al gioco dell’escalation che entra in rotta di collisioni con i progetti di investimento multimiliardari degli sceicchi arabi.
Arabia Saudita, Oman e Qatar risultano in prima linea nel pressing verso Washington contro un’operazione militare diretta contro Teheran.

Emblematico il fatto che ieri, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian abbia incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sottolineando che "l'unità e la coesione tra le nazioni islamiche sono essenziali". Nel resoconto delle discussioni, l'ufficio del presidente iraniano ha affermato che Pezeshkian ha espresso apprezzamento per il sostegno dei paesi musulmani a Teheran.
Cosa farà Trump? Riterrà ancora che il gioco del nuovo disordine mondiale valga la candela mentre l’impero continua a deflagrare dall’interno?

Foto © Imagoeconomica 

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