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La USS Abraham Lincoln si posiziona nel Golfo dell’Oman. Teheran avverte: un errore e chiuderemo lo Stretto di Hormuz

Sono ore concitate dove la tensione aleggia tagliente come un rasoio nei cieli di Teheran. 
IndiGo, la più grande compagnia aerea indiana, ha dichiarato di aver modificato il suo programma di voli verso diverse destinazioni, citando gli sviluppi in Iran e le preoccupazioni relative alla sicurezza. In un avviso di viaggio pubblicato sui social media, la compagnia aerea ha affermato di adottare un "approccio cauto e proattivo", dando la massima priorità alla sicurezza dei clienti e dell'equipaggio. Il 26 gennaio, il gruppo d'attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è entrato nella regione di responsabilità del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), posizionandosi strategicamente nel Golfo dell'Oman a distanza di attacco.
La portaerei è affiancata da tre cacciatorpediniere lanciamissili armati con Tomahawk e da squadriglie aeree composte da caccia stealth F-35 Lightning II e F/A-18 Super Hornet. Sul fronte aereo, operano trentasei cacciabombardieri F-15E Strike Eagle provenienti da tre diverse basi — RAF Lakenheath nel Regno Unito, Seymour Johnson Air Force Base in North Carolina e Mountain Home Air Force Base nell’Idaho. A questi si aggiungono caccia F-16 Fighting Falcon dislocati dalla base di Aviano in Italia e aerei d’attacco A-10 Thunderbolt II provenienti dalla Moody Air Force Base in Georgia, mentre bombardieri strategici B-1B e B-52H sono mantenuti in stato di allerta elevata presso la base di Al Udeid in Qatar. Il dispositivo di difesa missilistica è altrettanto imponente, con batterie di Patriot PAC-3 dispiegate in Kuwait, Arabia Saudita, Qatar, Giordania e Israele, integrate da sistemi THAAD (Terminal High Altitude Area Defense) destinati all’intercettazione di missili balistici nella parte superiore dell’atmosfera. Le operazioni di ricognizione e sorveglianza sono affidate a droni RQ-4 Global Hawk e aerei da ricognizione RC-135 Rivet Joint operanti dalla base di Diego Garcia.
Nel frattempo, l'aeronautica militare statunitense condurrà in questi giorni un'esercitazione di preparazione di più giorni per dimostrare la propria capacità di "schierare, disperdere e sostenere la potenza aerea da combattimento" nell'area di responsabilità del Comando centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), la cui area di responsabilità si estende su 21 paesi, dall'Africa nordorientale al Medio Oriente, fino all'Asia centrale e meridionale.
Il presidente statunitense fa la voce grosse e paventa nel frattempo nuovi attacchi dopo il Venezuela in Colombia, Cuba, Messico e Iran. "Dobbiamo farlo di nuovo. Possiamo farlo di nuovo. Nessuno può fermarci", ha affermato il leader statunitense.
Tuttavia, come riportato da Axios, il tycoon non ha ancora preso una decisione definitiva su un eventuale attacco contro Teheran e in questi giorni dovrebbe tenere ulteriori consultazioni, durante le quali gli verranno presentate nuove opzioni di uso della forza militare.
Il falco repubblicano Lindsey Graham, in ogni caso è fiducioso, dichiarando in un post su X, di pregare per Donald Trump e per il suo team “in un momento di crescenti tensioni”, ribadendo che la storia avrebbe dimostrato come gli Stati Uniti debbano sempre restare al fianco dei propri alleati e opporsi a ciò che ha definito “il male”. 


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© Imagoeconomica 


“Il nostro popolo deve includere coloro che sarebbero amici dell’America di fronte all’oppressione: i manifestanti in Iran e i coraggiosi curdi”, ha aggiunto, esprimendo fiducia nella capacità del presidente Trump di “prendere la decisione giusta” grazie al suo “meraviglioso lavoro nel proteggere l’America”.
Il presidente Usa, in ogni caso, sa bene che le conseguenze di un’incursione, seppur limitata, potrebbero essere catastrofiche.
“Se la loro portaerei commettesse un errore ed entrasse nelle acque territoriali iraniane, verrebbe presa di mira", ha affermato il portavoce della Guardia Rivoluzionaria iraniana, Mohammad Ali Naini al quotidiano Hamshahri, specificando che l'Iran è "pronto a una risposta importante" se colpito dagli Stati Uniti e si impadronirebbe dello strategico Stretto di Hormuz, il principale snodo di transito per le forniture energetiche, attraverso il quale ogni giorno viene trasportato un quinto delle riserve mondiali di petrolio – circa 20 milioni di barili – e gran parte del suo gas liquefatto.
A questo proposito, un modo in cui Teheran potrebbe reagire è chiudere lo Stretto, determinando un'impennata dei prezzi dell'energia. Teheran potrebbe tentare di piazzare mine, mentre l'esercito o il Corpo paramilitare delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) sarebbero in grado di colpire o sequestrare navi nel Golfo, un metodo che hanno utilizzato in diverse occasioni in passato.


La balcanizzazione dell’Iran che piace ad Israele ma non agli Alleati Usa in Medio Oriente

Un dato è evidente: gli obiettivi di Tel Aviv e dei restanti Paesi arabi nella regione confliggono come mai prima d’ora in questa escalation. Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar, delineando "una visione" per il futuro del Medio Oriente, parlando in Kazakistan con il suo omologo kazako, Yermek Kosherbayev, ha affermato di voler "smantellare" gli alleati regionali dell'Iran.
"Gli stati terroristici per procura dell'Iran in Medio Oriente, Hamas a Gaza, Hezbollah in Libano e gli Houthi nello Yemen devono essere smantellati. Altrimenti, non ci sarà stabilità regionale, e questo è il nostro obiettivo", ha affermato Saar.
Per Tel Aviv, destabilizzare e balcanizzare l’Iran è l’obiettivo finale per realizzare il suo progetto imperialista di espansione per realizzare il grande Israele che includerebbe i territori palestinesi, Libano, gran parte di Siria e Giordania e porzioni di Egitto e Iraq. Lo stesso Benjamin Netanyahu: in un’intervista del 2025 ha detto di sentirsi “molto” legato a questa visione, presentandola come missione storica e spirituale.
L'Iran sfrutta da tempo una rete di gruppi paramilitari regionali a esso allineati come principale fonte di potere e deterrenza di fronte alle minacce nei suoi confronti. Tra questi, i ribelli Houthi dello Yemen hanno lasciato intendere di essere pronti a riprendere gli attacchi alle navi nel Mar Rosso. Il gruppo ha trascorso gran parte della guerra genocida di Israele contro Gaza attaccando navi commerciali e poi militari, interrompendo il traffico marittimo globale; alla fine, hanno stretto un accordo con gli Stati Uniti, separato da Israele, per cessare gli attacchi. 


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Masoud Pezeshkian


Nel contempo, il gruppo paramilitare iracheno Kataib Hezbollah, da tempo sostenuto dall’IRGC iraniano, ha lanciato una minaccia diretta, avvertendo che un eventuale attacco contro l’Iran porterebbe a una “guerra totale” nella regione. Hezbollah, invece, uno dei gruppi più radicati e minacciosi con il sostegno di Teheran, ha adottato una linea più cauta. Nel suo discorso di ieri, il leader del gruppo, Naim Qassem, ha dichiarato che il gruppo non sarebbe neutrale in un conflitto tra Israele e Iran, pur senza impegnarsi concretamente a sostenere militarmente Teheran in caso di guerra.
Le implicazioni di uno scontro tra Washington e Teheran sono dunque palesi. Come dichiarato questa mattina da un portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, "i paesi della regione sanno perfettamente che qualsiasi violazione della sicurezza nella regione non riguarderà solo l'Iran. La mancanza di sicurezza è contagiosa".
Per gli stati del Golfo, la cui sicurezza e stabilità economica sono direttamente esposte a qualsiasi conflitto nell’ex regno persiano, le implicazioni saranno certamente immediate.
Non è un caso che il presidente iraniano Masoud Pezeshkian abbia incontrato il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, sottolineando che "l'unità e la coesione tra le nazioni islamiche sono essenziali". Nel resoconto delle discussioni, l'ufficio del presidente iraniano ha affermato che Pezeshkian ha espresso apprezzamento per il sostegno dei paesi musulmani a Teheran.
Gli Emirati Arabi Uniti (EAU), un importante alleato regionale degli Stati Uniti, hanno infatt riconfermato che non permetteranno che il loro territorio, il loro spazio aereo e le loro acque vengano utilizzati per un attacco all'Iran.
Pezeshkian ha inoltre "riaffermato la disponibilità del Paese a sostenere qualsiasi processo che porti alla pace, alla de-escalation e alla prevenzione del conflitto". 
L'ufficio del presidente iraniano ha aggiunto che MBS ha detto a Pezeshkian che Riyadh "respinge qualsiasi forma di aggressione o escalation contro l'Iran" ed è pronta "a collaborare con l'Iran e altri stati della regione per contribuire a stabilire una pace e una sicurezza durature in tutta la regione". 

Foto © Imagoeconomica 

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