Portaerei americane, F‑35 e tensione alle stelle: il Medio Oriente si prepara a un nuovo shock geopolitico
In Medio Oriente la tensione è alle stelle e sembra imminente una nuova operazione militare pronta a rigettare l’intera regione nell’abisso, con esiti imprevedibili.
In prima fila a spingere l’amministrazione Trump ad avventurarsi nell’attacco all’Iran c’è Israele, disposta a tutto pur di balcanizzare la regione ed avere mano libera per i suoi progetti imperialisti di espansione. Secondo il quotidiano israeliano Israel Hayom l’intelligence di Tel Aviv ha fornito agli Stati Uniti prove concrete che il regime iraniano avrebbe condotto esecuzioni di massa di manifestanti a gennaio, contraddicendo le assicurazioni diplomatiche che il presidente Donald Trump affermava di aver ricevuto dalla leadership iraniana.
Forse ora i tempi sono maturi per infliggere un eventuale “colpo mortale” agli ayatollah. Secondo quanto riportato dal New York Times e da Axios il 14 gennaio, era stato proprio il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a chiedere a Trump di ritardare qualsiasi attacco militare contro l'Iran – che sarebbe dovuto avvenire la notte del 13 gennaio – per dare a Israele più tempo per rafforzare le difese contro una probabile risposta iraniana.
Parallelamente gli Stati arabi del Golfo, guidati dall’Arabia Saudita, avevano dissuaso l’amministrazione Usa da un attacco militare. Arabia Saudita, Oman e Qatar hanno avvertito Washington che un conflitto destabilizzerebbe i mercati petroliferi globali e hanno negato l’utilizzo del loro spazio aereo. "Non hanno amore per il regime iraniano", ha commentato l'ex ambasciatore statunitense Michael Ratney, "ma hanno anche una grande avversione per l'instabilità". In particolare l'Arabia Saudita, concentrata sul suo piano Vision 2030 per diversificare la sua economia, considera la calma regionale essenziale.
Nel fine settimana si è tenuto un incontro cruciale tra il capo del Comando Centrale degli Stati Uniti, l'ammiraglio Brad Cooper e il Capo di Stato Maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, presso il quartier generale militare della Kirya a Tel Aviv. All'incontro hanno partecipato anche il capo della Direzione Intelligence, il generale Shlomi Binder, e il capo della Direzione Operazioni, il generale Itzik Cohen.
Nel corso dei colloqui, secondo fonti israeliane, la parte americana ha dichiarato che non è stata ancora presa una decisione definitiva di attaccare Teheran, ma che gli Stati Uniti hanno completato tutti i preparativi per una possibile operazione. L'IDF ha dichiarato che l'incontro ha rafforzato "la stretta relazione strategica" tra le forze armate israeliane e statunitensi.
Crescono gli arsenali d’attacco attorno a Teheran
In ogni caso il dispiegamento militare nella regione si fa sempre più massiccio. Il presidente Donald Trump ha confermato giovedì che un'intera "armada" navale americana si sta dirigendo verso il Golfo Persico. Al centro di questo dispiegamento si trova la portaerei USS Abraham Lincoln, che ha cambiato rotta dal Mar Cinese Meridionale più di una settimana fa, accompagnata da tre cacciatorpediniere classe Arleigh Burke equipaggiati con missili da crociera Tomahawk capaci di colpire obiettivi in profondità nel territorio iraniano. 
Brad Cooper
Per dare un’idea dei numeri: la USS Abraham Lincoln (CVN-72), una portaerei a propulsione nucleare della classe Nimitz, in cui a bordo opera il Carrier Air Wing 9, composto da caccia F/A-18E/F Super Hornet, velivoli da guerra elettronica EA-18G Growler, aerei da sorveglianza E-2D Advanced Hawkeye ed elicotteri MH-60R/S Seahawk. Il gruppo include inoltre tre cacciatorpediniere lanciamissili della classe Arleigh Burke: la USS Spruance (DDG 111), la USS Michael Murphy (DDG 112) e la USS Frank E. Petersen Jr. (DDG 121), oltre a un sottomarino d’attacco la cui identità resta classificata per motivi di sicurezza operativa. Questo gruppo rappresenta uno degli strumenti di proiezione di potenza più formidabili della Marina statunitense, capace di lanciare oltre 13.800 sortite aeree e più di 180 missili da crociera durante operazioni prolungate.
Parallelamente al dispiegamento navale, gli Stati Uniti hanno rafforzato significativamente la loro presenza aerea nella regione. Il Pentagono ha inviato dodici caccia F-15E Strike Eagle della 494th Fighter Squadron dalla base RAF di Lakenheath, nel Regno Unito, verso il Medio Oriente il 18 gennaio. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha confermato la presenza di questi velivoli con foto ufficiali pubblicate il 20 gennaio.
Le immagini satellitari hanno inoltre registrato la presenza di caccia F-35 americani nella base aerea giordana di Muawwaq, confermando l'intensificazione della presenza militare statunitense nelle basi della regione. Diversi aerei cargo C-17 Globemaster III hanno effettuato missioni dalla Gran Bretagna verso il Medio Oriente per supportare il dispiegamento degli squadroni da caccia.
Al contempo, Londra ha annunciato il 22 gennaio il dispiegamento di caccia RAF Typhoon in Qatar per compiti difensivi. Il Ministero della Difesa britannico ha confermato che quattro Typhoon dello Squadrone n. 12 - un'unità congiunta RAF-Qatar - sono stati schierati alla base aerea di Al Udeid su richiesta esplicita del governo qatariota, citando le crescenti tensioni regionali.
"Qatar e Regno Unito sono partner stretti con legami di difesa storici che risalgono a decenni. Questa partnership rafforza la sicurezza nazionale di entrambe le nostre nazioni e sostiene la stabilità nella regione del Golfo", ha commentato il Segretario alla Difesa britannico John Healey.
Il dispiegamento avviene nell'ambito dell'Accordo di Assicurazione Difensiva UK-Qatar firmato l'anno scorso a Doha, che impegna entrambi i paesi a una più stretta collaborazione in materia di difesa e pianificazione congiunta sulle minacce che entrambe le nazioni affrontano, in questo caso principalmente l'Iran.
Le minacce di guerra totale di Teheran
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniano ha rilasciato filmati ravvicinati della portaerei Abraham Lincoln, accompagnati da minacce esplicite. Il generale Mohammad Pakpour, comandante dell'IRGC, ha dichiarato che le forze iraniane sono "più pronte che mai, con il dito sul grilletto", affermando che i droni suicidi iraniani potrebbero colpire le navi da guerra americane prima ancora che gli aerei possano decollare.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha pubblicato un articolo sul Wall Street Journal il 20 gennaio in cui ha scritto che l'Iran risponderà "con tutto ciò che abbiamo" se dovesse essere attaccato nuovamente. "Uno scontro totale sarà indubbiamente feroce e durerà molto più a lungo dei tempi irrealistici che Israele e i suoi alleati stanno cercando di vendere alla Casa Bianca", ha ammonito. 
Mohammad Pakpour © Imagoeconomica
Anche il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, parlando su Sky News Arabia, ha messo in guardia su un attacco alla regione.
“Vorrei dare un consiglio ai miei amici americani: non trasformate questo in un altro Venezuela. Se si sentono in difficoltà, si prepareranno allo scenario peggiore. Non credo che ciò che sta accadendo in Iran porterà a un cambio di regime”.
I disordini a Teheran e i progetti di balcanizzazione del Paese
Il pretesto per l’escalation e il potenziale attacco Usa del 13 gennaio, poi rinviato, è derivato dalle proteste che hanno infiammato il Paese dopo il crollo del rial e l’impennata dei prezzi.
Di fatto, un’operazione di rivoluzione colorata in grande stile. Il 20 gennaio, il Segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent in un’intervista a Davos, ha spiegato in dettaglio come le sanzioni del Tesoro statunitense siano state deliberatamente progettate per far crollare la valuta iraniana, paralizzare il suo sistema bancario e spingere la popolazione iraniana a scendere in piazza.
“Il presidente Trump ha ordinato al Tesoro e alla nostra divisione OFAC, l’Ufficio per il Controllo dei Beni Esteri, di esercitare la massima pressione sull’Iran. E ha funzionato, perché a dicembre la loro economia è crollata. Abbiamo assistito al fallimento di una grande banca; la banca centrale ha iniziato a stampare moneta. C’è carenza di dollari. Non riescono a importare, ed è per questo che la gente è scesa in piazza”, ha dichiarato Bessent, rivelando al mondo, senza filtri, la longa manus criminale che ha portato alla morte di migliaia di persone.
Come da copione, è stato evocato un eroe, leader delle rivolte, ovvero l’ex principe ereditario Reza Pahlavi, in esilio negli Stati Uniti, che ha lanciato appelli allo sciopero generale, all’occupazione di strade e siti strategici, chiedendo pubblicamente al presidente Usa di intervenire a sostegno dei manifestanti. Le manifestazioni si sono trasformate in una rivolta di massa contro la Repubblica islamica, con slogan contro la Guida Suprema Ali Khamenei e richieste di ritorno della monarchia pahlavi. La repressione è stata estremamente dura: stime di HRANA e altre ONG parlano di almeno 2.500–4.500 manifestanti uccisi, mentre alcune fonti indicano numeri ancora più alti, a fronte di un bilancio ufficiale di circa 3.100 morti diffuso dai media di stato.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha promesso riforme economiche, riconoscendo che il malcontento nasce da condizioni economiche insostenibili, ma ha accusato Stati Uniti e Israele di aver orchestrato i disordini per destabilizzare il Paese. In parallelo, i vertici iraniani denunciano un progetto di “balcanizzazione” dell’Iran: il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh ha parlato di un centro di coordinamento creato da Stati Uniti, Israele e alcuni alleati regionali per sostenere gruppi separatisti e terroristi in regioni come Kurdistan e Balochistan, tramite contrabbando di armi e supporto logistico. Fonti citate da Reuters riferiscono che gruppi curdi armati legati al PJAK hanno tentato di attraversare il confine dall’Iraq, mentre i Pasdaran avrebbero neutralizzato cellule infiltrate con l’aiuto dell’intelligence turca (MIT), confermando una dimensione regionale del conflitto.
Secondo analisti e think tank, movimenti come il PJAK avrebbero intrattenuto in passato “buone relazioni” con gli Stati Uniti e ricevuto forme di supporto di intelligence, inserendosi in una più ampia strategia occidentale di pressione sul regime iraniano. Nel quadro geopolitico più ampio, la frammentazione dell’Iran costituirebbe un colpo pesantissimo agli interessi cinesi: circa il 40–50% delle importazioni energetiche di Pechino passa per lo stretto di Hormuz e per corridoi legati all’Iran, e un collasso della sua sovranità metterebbe a rischio centinaia di miliardi di dollari di investimenti legati alla Belt and Road Initiative. La disgregazione del Paese isolerebbe logisticamente l’Asia centrale, indebolirebbe l’asse Cina‑Russia‑Iran e permetterebbe agli Stati Uniti di consolidare il controllo su giacimenti petroliferi e choke‑points marittimi come Hormuz e Malacca, rafforzando un ordine internazionale nuovamente più unipolare. In questo scenario, la scelta di Washington di spingere davvero su una balcanizzazione dell’Iran rischierebbe di allarmare e irritare profondamente anche i tradizionali alleati del Golfo, timorosi di un effetto domino di instabilità ai propri confini.
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